venerdì 22 ottobre 2010

Specie in estinzione...



      Il pedone, donna o uomo che sia, è una specie rara a Palermo. Forse in estinzione. E’ un essere indifeso, rispetto alla forza arrogante di alcuni esponenti della specie motorizzata. Che vivono il mezzo meccanico - automobile o “motore” che sia – come un potente scafandro, una seconda pelle che li rende distratti e incuranti verso chi cammina a piedi. Parafrasando i versi virgiliani - Rari nantes, in gurgite vasto - si potrebbe dire: pochi camminano, nella grande città. Si passeggia solo in via Libertà, ma non si va a piedi a comprare il pane o le scarpe: per queste e altre incombenze si prende la macchina.
      Eppure camminare fa bene al cuore, all’umore, al tono muscolare. Fa bene alla terra, perché consumiamo le scarpe, ma non immettiamo anidride carbonica nell’aria. Chissà se i nostri antichi conterranei non sapessero già queste cose quando affermavano: “Quannu ‘u pedi camina, ‘u cori sciala”.



Maria D'Asaro
(pubblicato su “Centonove” il 22-10-2010)

giovedì 21 ottobre 2010

101 Storie di ragazzi sperduti

     C’era una volta un’insegnante. Piuttosto giovane e di belle speranze. I seni ancora pieni di latte per nutrire il terzo bambino. Mente e cuore traboccanti di cura per i figli degli altri. 
    Un giorno, a scuola, ascoltò un rullar di tamburi: “A tutti i docenti, udite, udite: si cerca qualcuno che sappia trovare i ragazzi sperduti…” 
     Fu così che divenni psicopedagogista. Il mio terzo lavoro. Eravamo alla fine del secolo scorso. A Palermo, i ragazzi smarriti – gli addetti ai lavori la chiamano “dispersione scolastica” - erano dodici, quindici, anche diciassette su cento. A scuola non venivano proprio, oppure venivano un giorno e sei no. O erano destinati a bocciature continue.
     Una delle mie prime bambine disperse è stata I.,: occhi grandi, neri, un po’ tristi. 13 anni, per la terza volta in prima media. Sorriso dolce, guardingo. Capelli lunghi e arruffati, alla buona. Abitini puliti e dimessi. I colleghi mi dicono: “Non è stupida, ma la famiglia non collabora”… “Non puoi cambiarle la testa, non ne vuole di scuola” “Viene, arraffa il buono- libri e poi chi la vede più?” 
    Viene un giorno sì e sei no. “Perché” – le chiedo. Lei mi guarda in silenzio, abbozza un sorriso. “Perché” – le chiedo di nuovo, con la mia più convinta dolcezza. “La mamma deve comprare (cioè, deve partorire) Non si può alzare dal letto. La devo aiutare. Certe volte cucino, lavo i piatti e bado a mia sorella.” 
    Chiamo la madre al telefono: le dico che il posto di I. è a scuola. Altrimenti verrà l’assistente sociale. Che si faccia aiutare da qualche parente. “Professoressa, può venire chi vuole. Io unn’aiu a nuddu: né matri, né soru, né soggira. Me maritu travagghia da matina a sira. Haiu puru natra figghia all’elementari… Lei a scuola ci va. U sacciu c’a scola ci voli, è importante. Ma I. mi serve; comu fazzu i surviza cu stu figghiu chi mori si mi catamiu? (1)” 
    Deglutisco. Non so cosa dire: il diritto allo studio di I. fa a pugni con la solitudine della madre e il diritto di vivere del fratellino. Qualche giorno dopo, I. sparisce per sempre. 
   Sei anni dopo è venuta A., sorellina minore di I. Stessi occhi, stessi capelli. Uno sguardo meno sveglio e sagace. L’abbiamo promossa ogni anno. “Glielo dicevo, dottoressa – sorride la madre – u sacciu ca a' scola è importante. A. ha tutti i libri… 
     L'anno scorso, il nono del XXI secolo, è venuto a scuola il fratellino. I media: occhiali da dottorino, minuto e studioso. 
   Ora ogni tanto viene la madre. Sempre più piccola e curva, gli occhi segnati da occhiaie. Ciuffi bianchi si affacciano senza vergogna tra i lunghi capelli ondulati, senza tinta o meches, al naturale. 
     Per studiare, E. va al doposcuola: “Se ha volontà, mi levo pure u’ pani di mmucca pi iddu. (2)”
      Le chiedo di I.: è sposata, ha un bambino. E. viene spesso a trovarmi: gli manca il libro d’inglese e di scienze. “Tieni, te li presta la scuola.” Me lo guardo in silenzio. Lo accarezzo con gli occhi. E’ un amore di figlio. Forse non sa che ha avuto due madri.

Per i non siciliani:
1) Come faccio le faccende domestiche con questo bambino in arrivo che rischia di morire se mi muovo?
2) Farò a meno anche di mangiare, per farlo studiare.

mercoledì 20 ottobre 2010

Gesù e i lebbrosi: l'importanza di dire grazie

   "Avete notato che nel Vangelo troviamo due espressioni diverse per indicare la condizione dei 10 lebbrosi quando eseguono la parola di Gesù. 
    Prima si usa il termine “guariti”, poi solo di uno Gesù dice alla fine “Salvato”. Precisamente, più che guariti, il Vangelo dice “purificati”, perchè veniva considerata contaminazione la lebbra, quindi non solo una malattia, ma addirittura veniva considerata una condanna di Dio dovuta a una qualche colpa da parte del lebbroso. 
     E quindi essere purificati era una condizione già abbastanza buona. Solo però che Gesù soltanto del samaritano che torna a dirgli “grazie” dirà “La tua fede non ti ha guarito, non ti ha solo guarito, ma ti ha salvato”. 
     Come mai? E che cosa cambia in questo quadro che comunque è molto bello: tornarsene a casa purificati senza la lebbra non è una cosetta così, è una cosa importante: immaginate, un malato di lebbra che si trova improvvisamente guarito. Tra l’altro, doveva presentarsi a Gerusalemme per il certificato. Quindi non so se avrebbe avuto tempo per tornare a ringraziare Gesù. Gesù aveva detto loro “Andate al tempio, presentatevi, poi quando avrete il certificato – forse lo avrà detto - se volete tornare, vi incontro volentieri, così verifichiamo la vostra guarigione…” 
      Ripeto, già essere guariti era abbastanza… Ma Vangelo ci vorrebbe far fare un passo avanti e lo lega al comportamento e all’atteggiamento giusto giusto di un samaritano. I peggiori, insomma, quelli che non hanno nome, quelli che sono scomunicati, che poi sono quelli che nel Vangelo fanno bella figura: e questa è una cosa simpatica, dovremmo sottolinearlo sempre con apprezzamento e con ammirazione. Dove uno si aspetta di meno, poi abbiamo la sorpresa. 
      Come mai questa sottolineatura del Vangelo? Il Vangelo usa un’espressione a proposito del samaritano che voi, col vostro orecchio, avete sentito risuonare. Gesù dice che il samaritano tornò indietro lodando Dio a gran voce. Si gettò ai piedi di Gesù per rendere grazie. Come si dice in greco “rendere grazie”? E’ una parola che sapete tutti: si dice “eucarestia”, eucarestein. Il samaritano si pone ai piedi di Gesù per fare eucarestia. Rendere grazie. 
     E perché rendere grazie è salvifico, ci salva? Ecco il Vangelo di oggi. Perché? Perché il rendere grazie ci pone in relazione con qualcuno. Si rende grazie a qualcuno. Si riconosce il legame con qualcuno. Si prende atto della bontà della propria vita: di quel poco o molto di buono che c’è in noi. Si apprezza se stessi. Si riconosce di valere qualcosa. E quindi ci si ferma, si mette in folle: si interrompe la folle corsa e ci si chiede: “Ma da chi vengo? Verso chi sto andando?”
     Purtroppo ci fermiamo raramente: abbiamo sempre qualcosa di urgente da fare, una Gerusalemme da raggiungere, un trattato da compiere,qualcosa da realizzare … Se non ci si ferma mai, non ci si apprezza mai, non possiamo gustare quello che siamo, quel pochissimo o molto che siamo… E’ importante fermarsi e capire che qualcuno ci vuole bene, qualcuno ci ha anticipato con la sua benevolenza: possono essere i nostri genitori, in primo luogo, o le persone che abbiamo accanto. E’ opportuno fermarsi per dire “E’ bello questo”. 
       Questo non solo ci fa vivere, ma dona una qualità diversa alla nostra vita. Ce la fa sperimentare come salvifica: cioè vita amata. Se questo qualcuno poi riconosciamo che è Dio stesso ed è Dio che si rende vicino a noi attraverso la gestualità di Gesù, in carne e ossa, che con la sua parola, in questo caso ci dice: “Andate, presentatevi ai sacerdoti”, cioè fatevi guarire. 
     Ma quello che conta non è essere guariti o essere senza malattie – come comunque auguro a tutti noi – ma gustare la propria vita! Gustarla, riconoscere una qualità alla nostra vita attraverso la relazione che ci fa dire, che ci fa apprezzare quello che siamo, anche quel pochissimo che siamo, e ci fa dire: “La mia vita, oltre a essere frutto del mio agire, del mio fare, è anche frutto di un amore che mi ha sempre preceduto, che mi ha sempre anticipato… Incontrarci qui la domenica è salvifico, perché ci fermiamo; e così come siamo, con tutto quello che siamo, ci fermiamo per dire: “Grazie, Signore, che ci vuoi bene. Prima, sempre prima, e al di là di ogni nostra attesa, di ogni nostro merito. Perché ti piace essere in relazione con noi.” 
     E il dire grazie è la relazione più bella che noi possiamo istaurare. Senza servilismo, s’intende. Anzi, riconoscendo di essere amati e benvoluti. E’ la relazione più bella che ci può dare salute, nel senso pieno, salute come salus, nel significato latino di salvezza. Ecco perché ci fermiamo, almeno la domenica, per guardarci tutti in faccia e dire: Rendiamo grazie al Signore. 
     E’ veramente buono, giusto, degno di lode, fonte di salvezza, che noi ci raccogliamo e diciamo, così come siamo, intanto grazie. Poi riprendiamo la nostra vita. Riprendiamo la nostra corsa, spesso anche forsennata. Ma tornare, guardarsi e dire grazie, e dirlo insieme, ci fa bene. E fa bene anche alla salute, fa bene anche alla nostra salute.
      Che cosa è allora la fede? La fede è la relazione che noi riconosciamo tra Dio e noi. Non che la costituiamo, la riconosciamo. Riconosciamo che Dio è in relazione con noi: è la cosa più bella che noi possiamo vivere. Nonostante le mille difficoltà, i mille problemi in cui ogni giorno ci imbattiamo. Pazienza … ha senso che noi facciamo eucarestia."

(don Cosimo Scordato, Palermo, chiesa di San Francesco Saverio, 10 ottobre 2010)

martedì 19 ottobre 2010

RESPIRO


Di Emanuele Crialese, noto ai più per “Nuovo mondo”, ho scoperto e apprezzato “Respiro”, a mio avviso un film molto bello, di rara poesia e intensità. Che unisce una storia, un montaggio, una fotografia e una recitazione davvero convincenti. La storia è quella di Grazia - la brava Valeria Golino - moglie di un pescatore e madre di tre figli, affetta da quello che gli addetti ai lavori chiamerebbero “disturbo bipolare”: a volte è allegra ed esageratamente euforica, a volte è chiusa in se stessa e depressa. Grazia è una madre-bambina, fragile e bisognosa di protezione. E infatti i suoi figli, soprattutto Pasquale, il più grande dei maschi, le offrono aiuto e affetto, in un tenero e per niente tragico capovolgimento di ruoli. Come ci testimonia la canzone di Patti Pravo, che a Grazia piace ascoltare, la storia si svolge all’inizio degli anni ’70. Siamo a Lampedusa, la cui piccola comunità è descritta con sapiente e delicato realismo. Lo svolgersi della storia ci suggerisce un dubbio: che Grazia non sia poi così matta, che gli altri non siano poi così savi... Mentre alcune scene quasi da macchietta stemperano bene il livello del dramma che va a poco a poco salendo. Fino a sciogliersi nella superba scena finale. Nel mare limpido e azzurro, Grazia e la sua famiglia ritrovano il cosmos perduto, una rinnovata pace e armonia. E la catarsi abbraccia e coinvolge l’intero paese: regalo dell’acqua che rende fluidi e rallenta i corpi, il pensiero, il sentire. E addolcisce il respiro.

lunedì 18 ottobre 2010

venerdì 15 ottobre 2010

PALERMO COME AMSTERDAM


Stesso numero di abitanti, più o meno, entrambe in pianura, città sul mare l’una e l’altra. Purtroppo le analogie tra Palermo e Amsterdam si fermano qui. Per il resto le differenze non potrebbero essere più eclatanti e vistose: Amsterdam è attraversata da piste ciclabili e detiene il record europeo per quantità di biciclette: ben 550.000. Palermo ha un’unica, misera, pista ciclabile, dalla Stazione Centrale alla Favorita. Amsterdam ha 220.000 alberi e immensi parchi cittadini: Palermo ha un rapporto superficie/spazi verdi tra i più bassi d’Europa. Amsterdam è una città pulitissima: Palermo no. Amsterdam è percorsa da puntualissimi tram elettrici: Palermo ha un pessimo servizio di trasporti urbani.
Allora una proposta per i candidati a sindaco alle prossime elezioni del 2012: andate ad Amsterdam. Innamoratevi delle cose belle – e funzionanti – di quella città. Poi, tornate a Palermo e, nel programma di governo della città, scrivete: “Perché noi no? Palermo come Amsterdam!”
("Centonove": 15-10-2010) Maria D’Asaro

giovedì 14 ottobre 2010

L'immenso ...

Dedicato alle persone che abbiamo amato. Ma che non abbiamo più accanto.


venerdì 8 ottobre 2010

AUTOBUS 237


Le daresti non più di vent’anni: ma il ventre un po’ gonfio e il ragazzino settenne che la chiama “mamma” ti inducono a dargliene qualcuno di più. Jeans anonimi e trasandati, parla perennemente al telefonino con l’auricolare all’orecchio sinistro. Lo sguardo perso non si sa bene dove. E non per l’evidente strabismo degli occhi: celesti, spenti, arrabbiati. Siamo sul 237: il ragazzino è seduto, lei, in piedi, continua a parlare al cellulare. Quando il figlio l’invita a sedersi, lei dice di no con la testa. Nel breve tragitto ti chiedi se ha un compagno (la mancanza di anello all’anulare suggerirebbe di no) se lavora, perché suo figlio non è andato a scuola, perché è così disperata, se qualcuno l’aiuterà mai a fare la madre. Alla Stazione Centrale scendiamo. Dopo un po’, dà la mano al bambino. Almeno questo lo fa, sospiri in silenzio. Prima di perderli di vista per sempre.
Maria D’Asaro

("Centonove": 8-10-2010)

giovedì 7 ottobre 2010

On the road

   Era un martedì, il giorno delle cenette filosofiche: un momento di incontro e confronto tra amici, sgranocchiando un biscotto o un pezzo di pizza. Quella sera bisognava trovare la nuova sede. La signora, che non ha ben guardato Tuttocittà o Google maps, posteggia alla cieca a comincia a cercare il 28. Attraversa la via e una moto si ferma per farla passare. Ma continua a star ferma anche dopo che lei ha attraversato. Dalla moto, una voce maschile: “Mi chiamo Giuseppe… Non ho mai visto una donna col suo fascino…” La signora cammina, cercando con gli occhi il 28, ma risponde, sorridendo distratta: “Mi chiamo Maria, grazie del complimento…Buona serata anche a lei!”
   Il signore in motocicletta le si accosta di più e, passando a un tu repentino, le chiede: “Vediamoci stasera”. La signora non mette subito a fuoco, continua a camminare e a cercare la casa: adesso sta zitta. L’uomo continua, pressante: “Dammi almeno il tuo numero di telefono: ecco ti dò il mio, voglio incontrarti…” Ora la signora è confusa, in allarme, il passo veloce. Uno strano ronzio le attraversa le orecchie. La voce dell’uomo è calda, vibrante, imperiosa e supplice insieme. Parla all'uomo, forse sbaglia, ha sbagliato già prima? “Guarda che qui vicino mi stanno aspettando: adesso li chiamo…” Tira fuori il cellulare, convulsa: “A quale 28 siete?” “Devi andare alla piazza…- risponde l’amico - il nostro 28 è in piazza, non è quello della via – “Un tizio mi sta dietro” – “Adesso scendiamo..”
     La moto è ancora vicina, adesso inverte la marcia. La signora ha paura. La paura della preda all’odore del predatore. Gli amici sono stati avvertiti: ma quando verranno? La moto le si accosta di nuovo. Questa volta l’uomo non parla: ma la guarda, beffardo e insistente. “Vai in macchina”, le dice la vocina interiore… Già la macchina, non era lontana. Riattraversa di corsa. Un signore al bancoposta. “Non sono sola, se si avvicina di nuovo”. 
    Corre, nella mano le chiavi. La portiera si apre. Il cuore batte veloce. Dentro. Sicura. E’ un’antilope fortunata perché ha un’automobile. Raggiunge la piazza. Di amici, in strada, ce ne sono già tre. “Ma guarda che mi è capitato, sono solo le nove di sera, ….”
    Non mangia, ma discute con gli altri: mangiare carne, allevamenti intensivi o scelta vegetariana? Perché mangiare i maiali e non i cani? Stasera si sente diversa: si sente - ma lo è sempre stata -una specie a rischio. Anche se è un esemplare insignificante, con una gonna jeans alle caviglie e una maglietta appena appena scollata. E ha cinquant’anni… Un amico sorride e sdrammatizza, scherzando: “Certe trentenni non le guarda nessuno, non è da tutte essere abbordate, a cinquant’anni…”
    Dentro, molta tristezza Qualcuno l’accompagna alla macchina. Il pensiero corre a sua madre: mamma avrebbe disapprovato le sue uscite, la sera. Suo padre, invece, non era contento che il suo essere donna le dimezzasse la vita. Magari, qualche volta le avrebbe fatto compagnia, ascoltando in silenzio, col suo intelligente e luminoso sorriso, le discussioni dell’allegra brigata.
    Certo, uscirà ancora, da sola, la sera. Ma le prossime cenette non avranno lo stesso spensierato sapore.

lunedì 4 ottobre 2010

Starry starry night

Una delle mie canzoni preferite, when I was young ...
Assieme agli splendidi quadri di Van Gogh.

(testo in italiano e in inglese: Stellata, stellata notte che dipingi la tua tavolozza di blu e grigio Osservi in un giorno d'estate con occhi che conoscono l'oscurità della mia anima Le ombre sulle colline abbozzano gli alberi ed i narcisi Cogli su una tela la brezza ed i geli invernali di un paesaggio nevoso Starry, starry night paint your palette blue and grayLook out on a summer's day with eyes that know the darkness in my soulShadows on the hills Sketch the trees and the daffodils Catch the breeze and the winter chills in colors on the snowy linen land Ora comprendo quello che provavi a dirmi E in che modo hai sofferto per il tuo equilibrio interiore Come provasti a renderli liberi Non volevano ascoltare, non sapevano come Forse ascolteranno adesso Now I understand what you tried to say to me And how you suffered for your sanity How you tried to set them free They would not listen, they did not know how Perhaps they'll listen now Stellata, stellata notte fiori fiammeggianti che ardono brillando Turbinanti nubi in aura viola si riflettono negli occhi di porcellana blu di Vincent Colori che cambiano tonalità in campi mattutini di grano ambrato Visi esposti alle intemperie scavati dal dolore consolati dalla mano amorevole dell'artista Starry, starry night flaming flowers that brightly blaze Swirling clouds in violet haze reflect in Vincent's eyes of china blue Colors changing hue morning fields of amber grain Weathered faces lined in pain are soothed beneath the artist's loving hand Ora comprendo quello che provavi a dirmi E in che modo hai sofferto per il tuo equilibrio interiore Come provasti a renderli liberi Non volevano ascoltare, non sapevano come Forse ascolteranno adesso Now I understand what you tried to say to meAnd how you suffered for your sanity How you tried to set them freeThey would not listen, they did not know how Perhaps they'll listen now Perché loro non potevano amarti tuttavia il tuo amore era sincero E quando in te non era rimasta alcuna speranza in quella stellata, stellata notte Prendesti la tua vita come spesso fanno gli amanti, potrei avertelo detto Vincent Questo mondo non era stato pensato per uno bello come te For they could not love you but still your love was true And when no hope was left inside on that starry, starry night You took your life as lovers often do but I could have told you, Vincent This world was never meant for one as beautiful as you Stellata, stellata notte ritratti appesi in sale vuote Teste senza cornice su pareti senza nome con occhi che osservarono il mondo e non possono dimenticare Come gli sconosciuti che tu hai incontrato, uomini logori, in logori vestiti Una spina d'argento, una rosa sanguinante giacciono schiacciate e rotte nella neve vergine Starry, starry night portraits hung in empty halls Frameless heads on nameless walls with eyes that watch the world and can't forget Like the strangers that you've met The ragged men in ragged clothes A silver thorn, a bloody rose lie crushed and broken on the virgin snow Ora penso di sapere quello che hai provato a dirmi E in che modo hai sofferto per il tuo equilibrio interiore Come provasti a renderli liberi Non vollero ascoltare, ancora non ascoltano Forse non ascolteranno mai.. Now I think I know what you tried to say to me And how you suffered for your sanity How you tried to set them free They would not listen, they're not listening still Perhaps they never will... (la canzone era cantata da Don McLean)