venerdì 13 gennaio 2012

Due madri, una sola città



Ti può capitare, alle tre del pomeriggio di un giorno festivo, di essere al volante della tua macchinetta, a Palermo, vicino allo Zen. E di incrociare lo sguardo di una tua simile, più bruna di te, che aspetta l’autobus sotto la pioggia. Ci pensi un istante: poi freni di colpo. Accosti: le chiedi dove è diretta: “Piazzale Giotto. Lei è  gentile … ”. Veramente non è sulla tua traiettoria. Allungherai mezz’ora il tuo giro. La fai salire lo stesso. Scopri che è una badante: viene dallo Sri Lanka. A piazzale Giotto va a trovare il marito. Badante di un vedovo. Quando va bene, lei   incontra il marito due volte al mese.
Scopri che non festeggia il Natale perché è buddista. Che ha tre figli, nel suo paese: 11, 7 e 5 anni. Due maschi e una femminuccia. “Anch’io” – le confessi. “Allora siamo due madri” – aggiunge la donna con un sorriso.
Maria D’Asaro  (pubblicato su “Centonove” il 13.01.2012)

mercoledì 11 gennaio 2012

Qual è la destra? Qual è la sinistra?


Oggi è sempre più difficile distinguerle. Io, a volte - e qualcuno lo sa ... - le confondo persino all'interno di un edificio. Meno male che Michele Serra ci illumina.
D'accordo con lui, credo che oggi la sinistra si riconosca più "per sottrazione", che per "definizione".

Negli ultimi anni è stato sempre più difficile distinguere tra destra e sinistra. La crisi economica ci sta aiutando a ridefinire almeno il cinquanta per cento della questione. Della sinistra e di ciò che ha in mente capiamo pochino. Della destra, molto di più. Il premier Cameron che si schiera anima e corpo in difesa della City e boccia qualunque proposta di tassare le transazioni finanziarie: è di destra. I repubblicani Usa che tra le cause nefaste della crisi additano la riforma sanitaria di Obama: sono di destra.
I deputati italiani del Pdl che imputano ai controlli fiscali il proposito di "denigrare la ricchezza": sono di destra. Gli italiani che trafugano oro e contanti in Svizzera per paura dello Stato (i loro padri e nonni lo fecero, più romanticamente, per paura del comunismo): sono di destra. Il senatore americano Santorum (punta alla Casa Bianca) che considera blasfemo l´evoluzionismo ed è convinto che la Terra sia stata creata poche migliaia di anni fa da Dio: è di destra.
La destra sarà anche rozza, anzi lo è spesso. Ma ha il pregio di non vergognarsi di quello che pensa e degli interessi che difende. Per la sinistra, a pensarci bene, la destra è la sola vera bussola rimasta: basta guardarla, basta ascoltarla, e si riacquista un minimo di stima per il fantasma della sinistra(La Repubblica, 10 gennaio 2012)

sabato 7 gennaio 2012

PST, VOC e ... dintorni



Ecco di che si discute a cena, quando c’è il figlio scienziato.
- Ditemi quali sono i principali composti che inquinano l’aria… -
Silenzio.
Nostra Signora azzarda “benzene” … E il figlio scienziato: - Ma il benzene, come il toluene, è un solo un VOC! - Un che? 
- Un composto organo-volatile, ignoranti.  Ma i principali inquinanti sono: il monossido di carbonio, il PST, cioè il particolato sospeso totale, e gli ossidi di azoto e di zolfo.
E ditemi: in che ordine e in che percentuale questi cinque settori: agricoltura e pesca, industria, trasporti, centrali termoelettriche, terziario e abitazioni domestiche contribuiscono, in tutto il pianeta, all’inquinamento dell’aria? –
Ognuno prende un foglietto di carta riciclato e azzarda un’ipotesi. 
Sbagliata.
Si scopre che i trasporti sono responsabili del 68% dell’inquinamento del pianeta.
Tutto il resto, del rimanente 32%. -

Ecco perché a Nostra Signora piace camminare a piedi.
E vuole comprare la pasta prodotta nel paese vicino.

giovedì 5 gennaio 2012

Ci sono giorni


          Ci sono giorni in cui ti senti in esilio, in cui nulla o nessuno riesce a farti tornare in patria, giorni che scivolano via dal calendario, inutili e smarriti. 
Ci sono giorni di sole asciutto e di terrazzi nitidi, in cui l'orizzonte tra mare e cielo é netto come in un disegno, giorni che tutti, tranne qualche pazzo felice, non sanno neanche vedere correndo a chiudersi tra quattro pareti. 
Ci sono giorni che scappano via e afferri solo alla fine, quando sei stanco, non sai più che farne e che getti via come un cibo scaduto.
Ci sono i giorni che diventano celebri, quelli degli incontri che scuotono la vita, oppure quelli che lasciano il segno per un'emozione o una scoperta, per una solitudine o una compagnia.
Ci sono i giorni-vigilia, dei conti alla rovescia, delle sfide attese e temute, i giorni che credi importanti e che invece, subito dopo, sono già appassiti.
Ci sono i giorni-fotocopia, quelli che potresti scambiare tra loro, uscendo da uno per entrare nell'altro senza accorgertene.
Ci sono i giorni-civetta, che ti sorridono da lontano, che ti tentano e ti fanno sperare, ma poi non si presentano all'appuntamento.
Ci sono giorni di altri che una volta erano anche i tuoi e che adesso non sono più nel tuo calendario, giorni che non ritornano.
Ci sono giorni burrasca, che ti sorprendono al largo mentre stai facendo le solite cose e devi pregare per riuscire a tornare.
Ci sono i giorni più duri, bui anche a mezzogiorno, degli strappi improvvisi, quelli dei congedi definitivi, delle cose che non puoi cambiare, i giorni in cui paghi tutto e con gli interessi, quelli in cui una fitta che avevi dimenticato torna a farsi sentire.
Ci sono i giorni che si sciolgono al sole: sono belli al mattino, ma poi non accade nulla.
Ci sono i giorni-destino, in cui tutto ti accade e tu non hai scelto nulla, i giorni che decidono anche per quelli successivi senza averli consultati.
Ci sono i giorni in cui voli leggero ad alta quota e quelli in cui anche camminare stanca, giorni da giovani e giorni da vecchi.
Ci sono giorni con le mani sudate, di attese impotenti dietro porte chiuse, di esami e responsi, i giorni nelle mani di altri e talvolta in quelle di Dio.
Ci sono i giorni in cui lavori tanto, ma nessuno se ne accorge e quelli in cui tutti lodano il niente che hai fatto.
Ci sono i giorni in cui ritrovi un'amicizia, conquisti una fiducia e quelli in cui la perdi; giorni in cui riesci a curare e guarire, quelli in cui ti sai soltanto ammalare.
Ci sono giorni in cui ti piaci e ti porti in giro con soddisfazione e quelli in cui ti nascondi e non vorresti mai essere in tua compagnia.
Ci sono i giorni servili, quelli che preparano gli altri giorni, giorni che sono solo gradini, e i giorni-signori, quelli un po' superbi che sono lì solo per comandare le storie e dirigere le orchestre.
Ci sono i giorni che guardi dall'inizio e quelli che guardi dalla fine, quelli che si fanno pregare e quelli che ti pregano, i giorni arrivati presto e quelli arrivati tardi.
Ci sono i giorni di mare mosso in cui, se sei saggio, ti metti al riparo e quelli di brezza leggera in cui l'aria é una carezza e devi lasciarti andare.
Ci sono i giorni di storia, con date, battaglie e racconti e quelli di geografia in cui il tempo scompare e ci sono solo spazi, rocce e insenature.
Ci sono i giorni eremiti, in cui lasci tutto alle spalle e diventi una salita e un silenzio, e i giorni carnevale, quelli in cui vorresti sempre toccare ed esser toccato.
Ci sono i giorni in cui pensi ai giorni e quelli in cui togli la spina al pensiero.
C'é un giorno in cui ti accorgi che una vita é una successione di giorni diversi, una collezione di fotografie che lascerai ad altri nella speranza che ne conservino qualcuna.
                                                                 (Franco Cassano da “Modernizzare stanca”)

lunedì 2 gennaio 2012

Ninna nanna metropolitana

         La piccola Maruzza aveva paura della notte e del buio.
Era all’erta per ogni strano scricchiolio: aveva paura che nel buio ballassero chissà quali fantasmi, temeva che sua madre o la sorellina morissero nel sonno, era terrorizzata all’idea che, come ai pastorelli di Fatima, potesse apparirle, senza preavviso, una qualche madonna piangente…
Forse era il silenzio troppo vasto del suo paesino che la opprimeva. Forse era il sorriso allegro di sua madre, che le mancava.
Una volta, Maruzza emigrò nella grande città, a trovare il clan dei tanti parenti. E si ritrovò a dormire in una casa diversa, in un letto nuovo, col timore che anche lì le facessero compagnia i soliti spettri che popolavano la sua solitudine notturna.
Ma, con grande stupore, la bimbetta scopri che nella grande città la notte non si sposava con l’oscuro silenzio che regnava nel suo paesino: una sinfonia, allegra e scomposta, di tram, di automobili, di parole lontane e vicine, di cento altri suoni normali ed umani accarezzava le sue sensibili orecchie, mettendo a tacere, per una volta, i suoi fantasmi interiori.
Quella notte Maruzza riuscì a dormire serena, cullata dolcemente dall’insperata ninna nanna metropolitana.

sabato 31 dicembre 2011

L'anno che verrà

Saluto con un abbraccio collettivo le amiche e gli amici del web, con i quali ho avuto la gioia di condividere il 2011 e con cui spero di condividere anche il 2012. Auguro pace, forza e gioia a tutti/e.





venerdì 30 dicembre 2011

Nostra Signora e la Vigilia di Festa

       A Nostra Signora, ogni vigilia, succedeva una cosa strana: le si formava una caverna di vuoto, in mezzo al petto. Che diventava sempre più grande, man mano che si avvicinava il dì di festa.
Perché, lei lo sapeva. Nostra Signora una sola cosa avrebbe voluto dalla sua vita: una mano e un sorriso, un caminetto con dei legni allegri.
E invece, al telefono con una delle 301 ziette un po’ andate, le toccava persino fare l’attrice: - Va tutto bene: si, siamo insieme. –
Ma c’era lei sola, in quella casa.
A dire il vero, anche due tartarughe. In letargo, però.
Solo per questo le aveva scordate.

mercoledì 28 dicembre 2011

101 Storie: Senza occhi, ma ricca di sguardi interiori




L’ho conosciuta a giugno, Cristina. Per lei, venire a scuola a settembre, sarebbe stato un evento. La scuola primaria non l’aveva mai frequentata. Prima, era troppo pericoloso uscire fuori di casa. Un banco di scuola e una compagna accanto, un vero miraggio: per lei, attaccata spesso alla bomboletta di ossigeno, con la sua cassa toracica così malformata. Così, niente scuola elementare, ma cinque anni di istruzione domiciliare, con la mamma, l’assistente sociale e le maestre, a turno, vicine. I compagni conoscevano solo il suo nome, nel registro di classe.
Ma Cristina non si era mai scoraggiata. Le piaceva imparare. Lei, che era anche cieca; lei, che per una gravissima patologia, sarebbe rimasta piccina piccina; lei, che non riusciva a camminare da sola.
Quel giugno di alcuni anni fa, mi chiama la Preside: - Vieni. Ti voglio presentare un’alunna in ingresso. – La storia di Cristina mi era stata già raccontata dalla psicopedagogista della scuola elementare. Ma conoscere la ragazzina è stata una vera sorpresa.
 Era lì, seduta compostamente in una delle due sedie di fronte alla scrivania della Dirigente. Con i suoi occhi spenti, ma pieni di una luce invisibile che si riversava all’esterno. Con la testolina un po’ reclinata da un lato. Con i capelli castani ben pettinati, adorni di un fiocchetto vezzoso.
Attentissima alle parole che l’assistente sociale, sua madre, la Preside e io ci stavamo scambiando. – Sono contenta di venire a scuola … non mi pare l’ora che sia settembre … ciao, professoressa … mi ricorderò la tua voce …. – Mentre parlava, con una sonorità e un’ampiezza di toni impensabili in quel corpicino, le sue manine sottili leggevano il contenuto di un portamatite che c’era sulla scrivania: - Che bel pupazzo … deve essere rosso … un tagliacarte … questo potrebbe fare un po’ male … quante matite bene appuntite … e quante penne! –
A settembre, finalmente, il suo vero, primo giorno di scuola. Nessun problema di integrazione. Cristina divenne ben presto la mascotte  di quella classe.
Quell’anno, frequentava la prima media anche il mio figlio più piccolo. Protagonista, insieme a lei, di una performance teatrale. Qualcuno le disse che ero la madre del suo compagno. E lei trovò un motivo in più per salutarmi affettuosamente e sorridermi, se mi incontrava nel corridoio o se andavo a controllare la frequenza degli alunni, nella sua classe: - Ciao, professoressa … ma tu sei anche la madre di Luciano … sei tutte e due le cose! -
I tre anni di scuola media sono stati proficui e sereni, per la nostra Cristina. Che è stato un faro, una  risorsa tangibile per tutti i compagni.
In terza media, quasi quasi non avremmo voluto lasciarla. La mamma ci chiese esplicitamente di tenerla ancora un anno con noi. Con le dottoresse del gruppo misto,[1] decidemmo però che era giusto che Cristina frequentasse un Istituto superiore per ciechi: imparare il Braille le avrebbe dischiuso universi infiniti.

Quando conosci ragazzi come Cristina, allora pensi che l’anima esista davvero. E che, sebbene  racchiusa  in corpicini straziati, si mostri talvolta in tutto il suo vivo splendore.



[1]Tale gruppo di lavoro è così denominato, perché al suo interno vi è più di una componente operativa che, in modo sinergico, lavora per migliorare la qualità dell’integrazione all’interno dell’Istituto. La sua sigla ufficiale è “GLHI”: Gruppo di studio e di lavoro d’Istituto. Presso ogni scuola è istituito un GLHI,  composto da insegnanti, operatori dei servizi e  familiari dell'alunno in situazione di handicap. Il Gruppo ha il compito di  collaborare alle iniziative educative e di integrazione predisposte dal Piano Educativo ( Legge 104/92, art. 5, comma 2)

venerdì 23 dicembre 2011

Uno sguardo diverso


Abito nello stesso quartiere da un quarto di secolo. Il calzolaio,  nella putia sotto casa,  c’è anche prima di me. Ha risuolato e riparato le scarpe a tutti gli abitanti della zona. Ovviamente, anche le mie. Qualche settimana fa, aggiusta un paio di scarpe di un mio familiare.  – Quanto le devo? – gli chiedo. Mi congeda con un arrivederci condito da un sorriso e un lieve tocco al mio braccio proteso. Il giornalaio mi conosce da anni. Passo da lui, il venerdì,  per Centonove. Un venerdì, quando gli passo le monete per il giornale, sente la mia mano gelata. “Sta bene signora?” In effetti, non stavo bene, quel giorno. Avevo comunque la macchina. Ero in grado di tornarmene a casa. Il calzolaio, l’edicolante: chissà se lo sanno che hanno scaldato, un istante, il mio cuore. Io continuo a sognarli, palermitani così. Con uno sguardo diverso.
Buon Natale, Palermo dal cuore gentile.  (Maria D'Asaro, "Centonove", 23.12.2011)


martedì 20 dicembre 2011

Non importa che non ti abbia

Non importa che non ti abbia,
non importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo tutto,
ti desideravo intero.
Oggi non chiedo più
né alle mani, né agli occhi,
le ultime prove.

(...)
Quello che ti chiedo adesso
è di più, molto di più,
che bacio o sguardo:
è che tu stia più vicino
a me, dentro.
Come il vento è invisibile, pur dando
la sua vita alla candela.
Come la luce è
quieta, fissa, immobile,
fungendo da centro
che non vacilla mai
al tremulo corpo
di fiamma che trema.
Come è la stella,
presente e sicura,
senza voce e senza tatto,
nel cuore aperto,
sereno, del lago.
Quello che ti chiedo
è solo che tu sia
anima della mia anima,
sangue del mio sangue
dentro le vene.
Che tu stia in me
come il cuore
mio che mai
vedrò, toccherò
e i cui battiti
non si stancano mai
di darmi la mia vita
fino a quando morirò.
Come lo scheletro,
il segreto profondo
del mio essere, che solo
la terra vedrà,
però che in vita
è quello che si incarica
di sostenere il mio peso,
di carne e di sogno,
di gioia e di dolore
misteriosamente
senza che ci siano occhi
che mai lo vedano.
Quello che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza,
non sia per noi dimenticanza,
né fuga, né mancanza:
ma che sia per me
possessione totale
dell'anima lontana,
eterna presenza.                                                                      Pedro Salinas