venerdì 22 settembre 2023

Padre Pino Puglisi: il segreto del suo sorriso

        “Il suo sorriso anche oggi, perfino nelle immagini, piccole o grandi, è accogliente, disarmante, rasserenante. Quando anche lui percorreva, instancabilmente, questa bella, caotica e brulicante valle di lacrime, il suo sorriso invitava a godere con lui il piacere del dialogare.
Il sorriso mite ti apriva il cuore e la mente all’incontro, all’accoglienza, alla solidarietà, alla riflessione, all’amore gratuito all’altro e al Totalmente Altro. Il sorriso ti disarmava e metteva a nudo la tua fragilità, ti metteva di fronte alla tua umanità.
     Il sorriso costituisce il primo momento del metodo dialogico e pedagogico di 3P. Il sorriso apre all’ascolto, un ascolto che riconosce la fragilità umana, che ammette l’ignoranza di non sapere quali risposte dare, la difficoltà di trovare le risposte giuste, l’incertezza di dire le giuste parole, di scegliere il momento giusto.
    Chi, come Puglisi, si esprime col sorriso esclude innanzitutto la sicumera e la supponenza di sapere già la risposta ai profondi e tremendi interrogativi che lacerano l’animo nostro informe; invita l’altro ad aprirsi, a non mentire a se stesso, a cercare di trovare una strada, a seguire una luce, ad orientarsi nella babele della complessità di questo caos-cosmo, a non aspettarsi che altri assumano le responsabilità che sono solo proprie. 
    E di questa arte dialogica Puglisi era maestro, perché egli fu un maestro, un formatore di coscienze”.

Cavadi-Scordato: Padre Pino Puglisi Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2023 (pp.59,60)

Il testo da cui è tratto questo brano sarà ri-presentato a Palermo oggi pomeriggio e domenica 24:




giovedì 21 settembre 2023

Difendere Dio, patria e famiglia: da chi?

J.Bosch: Paese incantato
     Non avrei saputo dirlo meglio...

    “Difendere le famiglie, le nazioni, le identità, Dio”: questo – secondo le dichiarazioni a Budapest della nostra presidentessa del Consiglio dei ministri - il centro dell’azione del suo governo. L’intento è lodevole, ma, per non suonare genericamente retorico,  andrebbe meglio articolato.
    Che significa “difendere le famiglie”? Chi le sta attaccando? Vanno difese dall’inflazione, dai livelli salariali più bassi dell’Occidente, dal quasi totale azzeramento del sistema sanitario pubblico ?
     E allora è compito di tanti pezzi del ceto dirigente, in primis dei partiti che si avvicendano sia come maggioranze parlamentari (potere legislativo) che alla guida del governo (potere esecutivo). 
    Ma da troppe voci provenienti dall’area culturale e politica oggi in cabina di comando si intende difendere la “famiglia” dalla diffusione sociologica – e tendenzialmente giuridica – di altre forme di legami sessuali e/o affettivi alternative alla famiglia monogamica eterosessuale tradizionale. In questa seconda interpretazione, la famiglia tradizionale (per intenderci, il modello da cui si tengono lontani i due maggiori leader della maggioranza attuale: Meloni e Salvini) non ha bisogno di essere difesa: è uno di modelli storicamente succedutisi nella storia occidentale, ha i suoi pregi e i suoi difetti e, pur essendo perfettibile, è tuttora imitato da quei soggetti (ad esempio persone omosessuali) che chiedono il riconoscimento legale della loro convivenza, con i diritti e i doveri conseguenti. 
      Che significa difendere le “nazioni”? La globalizzazione economico-finanziaria, cui plaudono gli elettori del Centro-destra, non può non comportare una globalizzazione simbolico-culturale: essa corre certamente il rischio di essere una “americanizzazione” (statunitense) del globo, ma implica la felice possibilità di fare finalmente dell’umanità un’unica grande nazione (pacifica, solidale, cooperativa).
(continua  qui)

Augusto Cavadi, 17.9.23

P.s. Una chiosa minima: l'unica maniera per difendere la famiglia (l'intera famiglia umana e quella personale) e il senso del divino nel mondo è amare e impegnarsi per una convivialità solidale, armoniosa e inclusiva: auguri e un grazie speciale a Pino Paliaga e Patrizia Testa e a Massimo Messina e a Claudia Costanzo, che celebrano oggi l'anniversario di nozze; due coppie magnifiche che danno luce e speranza alla nostra Palermo (e non solo). 
La nostra premier potrebbe fare una chiacchierata con loro per una occasione di crescita e di confronto...

 

domenica 17 settembre 2023

Oppenheimer, l’atomica tra scienza e potere

      Palermo – Le tre ore esatte di Oppenheimer, kolossal di Christopher Nolan, che del film è regista, sceneggiatore e co-produttore, scorrono veloci per gli spettatori, catturati dal racconto della vita del fisico statunitense considerato ‘il padre della bomba atomica’. I suoi esperimenti sulla fissione dell’atomo portarono infatti alla sua realizzazione e, purtroppo, il 6 e il 9 agosto 1945, al suo tragico utilizzo sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki.
   Oppenheimer ha riscosso grande successo al botteghino, richiamando al cinema l’attenzione di un pubblico numeroso ed eterogeneo, attratto anche dall’opportunità di vedere recitare i volti più noti della scena americana del momento, oltre a grandi attori come Matt Damon, che interpreta il generale americano Groves, e Cillian Murphy, nel ruolo del protagonista. 
     Uno dei temi centrali del film – l’eventuale uso dell’energia atomica per scopi bellici – è tornato purtroppo a essere di scottante attualità a seguito del conflitto tra Ucraina e la Russia. Anche per questo, Oppenheimer risulta di grande impatto emotivo e la tormentata vicenda esistenziale dello scienziato, tratta dal libro di Kai Bird e Martin J. Sherwin Robert Oppenheimer, il padre della bomba atomica, narrata con un ritmo sostenuto e con un’ottima sceneggiatura, risulta intrigante e ricca di fascino.
   Le prime scene del film lo presentano come giovane studente assai brillante e inquieto che, nel 1926, incontra a Cambridge il grande fisico Niels Bohr: sarà lui a suggerirgli di recarsi in Germania, a Gottinga, ad approfondire gli studi di fisica teorica.
In Europa, Oppenheimer conosce anche Heisenberg, teorico della meccanica quantistica, premio Nobel per la Fisica nel 1932 e successivamente, nella Germania nazista, coordinatore della ricerca di una nuova arma basata sulla fissione nucleare.
     Tornato negli Stati Uniti, al California Institute of Technology Oppenheimer potenzia con successo le sue ricerche sulla meccanica quantistica. Nel 1942, viene contattato dal generale Leslie Groves perché applichi i suoi studi allo sviluppo di una bomba atomica, battendo i nazisti sul tempo. Nasce così nel Nuovo Messico il laboratorio di Los Alamos, dove il gruppo di scienziati guidato da Oppenheimer mette a punto e sperimenta con successo la prima bomba atomica che, nonostante i dilemmi etici dello scienziato, alla fine della II guerra mondiale verrà sganciata sul Giappone per accelerarne la resa.
  Da allora, la vita del grande fisico sarà tormentata dal rimorso: più della metà del film è incentrata sul suo ripensamento in merito ad altre sperimentazioni di armi atomiche e, in particolare, sull’opportunità della costruzione della bomba ad idrogeno proposta da Teller. Oppenheimer infatti, viste le terribili conseguenze dell’atomica, teme una futura escalation bellica e militare, non esente dal pericolo di un’apocalisse collettiva.
   Negli anni ‘50, in pieno clima maccartista di caccia alle streghe, i precedenti legami dello scienziato col partito comunista americano saranno pagati con l’isolamento e con l’umiliazione di comparire davanti a una Commissione d’inchiesta. A Oppenheimer verrà revocato il permesso di sicurezza che lo legava all’AEC, la Commissione per l’Energia atomica, presieduta dalla figura grigia e ambigua di Lewis Strauss.
Ulteriore punto di forza del film è il pathos con cui vengono presentate le vicende sentimentali dello scienziato, inizialmente legato a una tormentata e dinamica attivista del Partito comunista americano e poi marito di una inquieta e intelligente biologa, anche lei ex aderente allo stesso partito. 
Il difficile rapporto tra ricerca scientifica e potere politico-militare è forse il focus del film: lo spettatore si chiede infatti, assieme a Oppenheimer - che tentò invano di convincere il presidente Truman a limitare lo sviluppo di armi nucleari - se sarà mai possibile un rapporto dialettico e paritario tra scienza e potere. 
   A questo proposito, è significativa la mancata partecipazione al progetto nucleare statunitense di Albert Einstein, presentato nel film come una figura disincantata e quasi onirica: il suo rifiuto è forse dovuto alla sua preveggente intuizione dell’uso militare dell’atomica e alla consapevolezza dell’impossibilità di un suo controllo ‘pacifico’ da parte del mondo scientifico.
E, infine, non si può non pensare al geniale fisico siciliano Ettore Majorana (uno dei ‘ragazzi di via Panisperna’, assieme a Fermi, Rasetti, Segrè, Amaldi…) misteriosamente scomparso nel marzo 1938: dopo aver visto il film, ci si chiede se la sua improvvisa fuga dal mondo – suicidio? ritiro in un monastero? fuga all’estero? – non sia stata in qualche modo legata al suo rifiuto di diventare, come Oppenheimer, ‘distruttore di mondi’…

Maria D'Asaro, 17.9.23, il Punto Quotidiano

venerdì 15 settembre 2023

Caro padre Pino Puglisi

    Caro tre P,
                 chissà che effetto ti fa da lassù la miriade di commemorazioni che ti vede protagonista… Forse ti inducono a un sorriso indulgente, affettuoso e magari un po' triste, visto che – come emerge dall’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia - Cosa nostra a Palermo è sempre più impegnata ad attrarre i giovani per ampliare la sua manovalanza criminale.
   Oggi, anniversario insieme del tuo compleanno e del tuo assassinio, ti fischieranno le grandi orecchie per le tante parole a te dedicate. Ogni persona che ti ha conosciuto vuole dire qualcosa su di te. Qualche anno fa, in occasione della ricorrenza del 15 settembre e per la tua beatificazione, il 25 maggio 2013, ho scritto qualcosa persino io, prendendo anche una solenne cantonata: ho scritto che utilizzavi le canzoni di Battiato negli incontri con i giovani, facendo loro ascoltare La cura. Sono stata prontamente – e giustamente – ripresa dalla cara Rosaria Lo Cascio che sottolineava l’inesattezza della citazione, visto che la canzone è uscita nel 1996 mentre tu sei stato ucciso nel 1993… Il buon Pino Paliaga ci ha messo una pezza affermando che era vero che ti piaceva Battiato, ma erano altre le canzoni che facevi ascoltare, ad esempio Un oceano di silenzio…
    Caro don Pino, scusa la digressione canora: un modo forse banale per dire che da morto sei mancato immensamente a tutte le persone che ti hanno conosciuto e apprezzato e anche a quelle che, come me, non hanno avuto la fortuna di conoscerti.
    Eppure eravamo davvero vicini di casa: tu eri parroco a Brancaccio, un chilometro in linea d’aria da casa mia. Ma io in quegli anni ero un’affezionata frequentatrice della chiesa di san Francesco Saverio, innamorata delle omelie e dall'esempio pastorale di don Cosimo Scordato.
    E proprio don Cosimo, assieme ad Augusto Cavadi, entrambi tuoi conoscenti ed estimatori prima in vita e poi post mortem, qualche giorno fa hanno presentato un libro che parlava di te. 
    Ho l’ardire di pensare che saresti stato contento di ascoltarli dal vivo perché, a mio sommesso avviso, hanno detto parole che avresti apprezzato: hanno entrambi ribadito che tu non devi diventare un’immaginetta, un santino da tenere sul comodino. Don Cosimo ha ribadito che, sul tuo esempio, la Chiesa non può limitarsi a rendere servizi religiosi, ma deve costruire risposte comunitarie ai problemi sociali, risposte che abbiano come faro il Vangelo.
    Alla giornalista Alessandra Turrisi che gli chiedeva il senso del tuo essere stato proclamato beato e martire dalla Chiesa cattolica, guardando lontano, verso Cielo e Terra nuovi, don Cosimo rispondeva che il Vangelo ci invita a essere Beati in vita praticando le Beatitudini: beati i miti, beati i misericordiosi, beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, beati i poveri, beati gli operatori di pace… Essere proclamati beati dopo ha un senso relativo… Aggiungeva comunque che tu beato c’eri di fatto appunto perché le Beatitudini le hai incarnate da vivo: perché sono le Beatitudini l’essenza e lo specifico del Vangelo.
   E, ha aggiunto don Cosimo, le Beatitudini si sostanziano nel dono di se stessi: dono naturale e soprannaturale insieme.
    Anche Augusto Cavadi ha detto cose che riterresti sacrosante: se le parrocchie fossero davvero incentrate sullo spirito autentico della Buona novella evangelica e non vi circolasse né potere né denaro né ipocrisia, non sarebbe necessaria la scomunica per i mafiosi… non vi metterebbero piede perché incompatibili con la cultura e la prassi evangeliche.
   E Augusto, a proposito del tuo assassinio, ha parlato di mandanti inconsapevoli, purtroppo anche dentro la chiesa: tutti quelli, preti e non, che si sono mantenuti equidistanti in un certo senso tra mafia e antimafia. Si legge infatti nel risvolto di copertina del loro libro: “La mafia ha rispettato la Chiesa nella misura in cui essa non ha messo in discussione il suo controllo del territorio ed il prete si è fatto ‘affiziu du parrinu’ (l’ufficio del prete), tutto casa e chiesa, promotore di processioni, che ‘campa e fa campari’.
Ma don Pino è venuto allo scoperto, ha scelto di uscire dalla sagrestia e di vivere fino in fondo i problemi, i rischi, le speranze della sua gente.
Alle spalle di ogni cadavere vittima di mafia si cercano giustamente gli esecutori materiali e i mandanti. Ma ogni delitto di mafia ha una terza categoria di colpevoli: i mandanti inconsapevoli, una categoria sociologica fatta da tutte le persone che per non correre rischi personali preferiscono vivere nel ‘puzzo del compromesso."
    Ma tu, caro don Pino, tutto questo lo sapevi già… 
Sorridici ancora e sostienici da lassù: la strada verso la liberazione dalla prepotenza mafiosa è ancora lunga… continua a far aleggiare tra noi il tuo spirito di pace e di giustizia.

Maria D'Asaro

Augusto Cavadi/Cosimo Scordato: Padre Pino Puglisi Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2023






Le belle foto sono di Sandro Riotta, che ringrazio.

mercoledì 13 settembre 2023

Sally



Sogno

Dolcezza perduta

Abbracci che sciolgono

Catene infinite di pianto

Sally

domenica 10 settembre 2023

Zingaro, la più antica Riserva siciliana

         Palermo – In provincia di Trapani, nel territorio dei comuni di Castellammare del Golfo e di San Vito Lo Capo, in uno dei pochissimi tratti di costa risparmiati dalla cementificazione e da strade litoranee, c’è la riserva naturale orientata dello Zingaro: sette chilometri di costa incontaminata, con falesie che da monte Speziale, l’altezza massima di 913 metri, degradano verso il mare e formano splendide calette che offrono un mare cristallino, per un totale di quasi 1.700 ettari di bellezza naturale.
       La flora della riserva presenta vari ecosistemi mediterranei, con lecci, felci, ciclamini, ginestre; nelle zone costiere si trovano timo, erica, olivastro, alloro, malva, cappero, finocchio selvatico. 
        Pianta simbolo della riserva è comunque la Palma nana: esemplari di Chamaerops humilis (questo il suo nome scientifico) raggiungono i 2-3 metri di altezza. Tra le specie endemiche, vanno segnalate il limonio di Todaro, esclusivo dello Zingaro, che si trova a 750 metri di altezza, sulle rupi di monte Passo del Lupo, e numerose specie di orchidee selvatiche; mandorlo, frassino da manna, carrubo e vite sono invece le specie più comuni introdotte per la coltivazione.
   Nella riserva nidificano varie specie di uccelli, tra cui l'aquila del Bonelli, una delle ultime dieci coppie presenti in Sicilia, e poi il falco pellegrino, la poiana e il gheppio; avvistati anche, durante il periodo delle migrazioni, esemplari di aquila reale e di falco pecchiaiolo. Fra gli uccelli notturni sono presenti la civetta e l'allocco.
   Tra i mammiferi sono molto diffusi il coniglio e la volpe; presenti anche la donnola, il riccio e l'istrice. In passato c’era anche la foca monaca, avvistata per l'ultima volta nelle grotte marine dello Zingaro nel 1972.
    Va segnalata infine, tra la fauna marina costiera, una bio-struttura tipica del mare Mediterraneo, per molti versi simile alle barriere coralline, la cui crescita è legata principalmente all’azione di due specie di molluschi. L'importanza di questa bio-struttura risiede nella sua capacità di modificare l'aspetto e le caratteristiche ecologiche delle coste rocciose, creando pozze di marea che ampliano lo spazio a disposizione delle specie e incentivano così la biodiversità.
    Per visitare la riserva, sono possibili tre itinerari: il sentiero costiero, il principale della riserva e il più frequentato, che si snoda per circa 7 km e collega l’ingresso principale di Scopello a quello di san Vito Lo Capo, e ha una durata, in sola andata, di circa due ore; oppure il sentiero di mezza costa, a circa 290 metri di altezza, più panoramico, con un tragitto di 8,5 Km e con una durata di circa 4 ore e mezza (nei pressi di tale sentiero, in primavera, fioriscono tante splendide orchidee selvatiche); per i visitatori più esperti è possibile infine intraprendere il cosiddetto sentiero alto, lungo 17,5 km, che ha inizio dopo alcune centinaia di metri a sinistra del percorso del sentiero di mezza costa. Da questo tragitto assai impegnativo, della durata complessiva di circa sette ore, è possibile ammirare panorami mozzafiato e salire sino a Monte Passo del Lupo (altezza 868 metri).
     All'interno della riserva si trovano il Museo Naturalistico, il Museo delle Attività Marinare, il Museo della Civiltà Contadina, il Museo della Manna, il Centro di Educazione Ambientale, due aree attrezzate e alcuni antichi caseggiati rurali adibiti a rifugio, presso i quali è possibile anche pernottare. I rifugi utilizzati per il bivacco sono fruibili però solo da ottobre a maggio.
   La riserva è forse una delle aree protette più note e frequentate dell’isola: 214.000 i visitatori nel 2022. Il direttore, il dottore Piero Miceli, ricorda che la riserva dello Zingaro è la più antica della Sicilia, essendo stata istituita con Legge regionale n.98/1981: è nata infatti dopo la marcia del 18 maggio 1980, scaturita da un vasto movimento popolare di protesta contro la costruzione della litoranea Scopello-San Vito Lo Capo. A seguito di ciò, l’Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana si impegnò ad espropriare l’area, riconosciuta di grande interesse ambientale.
     I siciliani dovrebbero serbare memoria della determinazione popolare che favorì l’istituzione della riserva. E ricordare che, uniti, si può fare qualcosa di concreto per tutelare l’ambiente, bene prezioso per la comunità, presente e futura.
Maria D'Asaro, 10.9.23, il Punto Quotidiano

sabato 9 settembre 2023

mercoledì 6 settembre 2023

V'inseguono mai versi fatali?

Ditemi

V’inseguono mai versi fatali?
Nel corridoio, in auto, alle Poste, in ascensore?

Dichiarando guerra al vostro pensiero corrente,
mentre minacciano tempeste tormentate,
fino a inchiodarvi davanti un foglio di carta o un pc,
per poi, semplicemente, dileguarsi?

Lasciandovi spogli, erosi, svuotati.

Vi supplicano mai massime liriche dell’anima,
delicati ingorghi di fiabe oniriche,
mirabili costruzioni di parole così affiatate
da donare il perché all’inesplicabile,
per poi trasformarsi all’istante
in tenera nebbia impalpabile,
ricamo incompiuto
silenzio incurante di eco deluse?

Ditemi quali trappole
acconciare da suppliche,
quali inganni incastrare nel cielo,
o quale strategico disinteresse esibire,

- fingendo cauta meraviglia -

fino a catturarne un distratto esemplare.

Franco Battaglia, In risposta al cosa manca, Aletti ed., Roma, 2023, p.19

P.s. Avrei voluto scriverla io... Ma Franco mi ha battuta sul tempo. E sulla qualità...




lunedì 4 settembre 2023

Cara Giuliana, ne è valsa davvero la pena...

Giuliana Saladino
      “Gli articoli dei giornali hanno una vita effimera, si leggono e il giorno dopo (…) servono a incartare il pesce. (…) La produzione giornalistica di Giuliana Saladino contiene, invece, elementi di estrema attualità e un cospicuo bagaglio di elementi conoscitivi, come se avesse scritto per predisporre fonti per lo studio degli storici a venire.
     I suoi scritti giornalistici e i suoi libri si possono leggere come saggi di sociologia o di storia del movimento contadino, come analisi politologiche o di storia della mafia. Il suo approccio individuale risente dell’atmosfera della ‘scuola’ di giornalismo rappresentata dalla redazione de L’Ora e da Vittorio Nisticò che la diresse dal 1954 al 1975. 
Basta scorrere gli indici della testata per vedere attorno agli stessi temi avvicendarsi Etrio Fidora, Calogero Roxas, Mario Farinella, Felice Chilanti, Salvo Licata, Mario Genco, Tanino Rizzuto…
    
Le loro inchieste hanno lo stile del lavoro sul campo dell’antropologo: Giuliana si reca sul luogo prescelto, si mescola alla gente qualunque, soprattutto a quella spoliticizzata che legge pochi giornali, ne condivide le esperienze, le preoccupazioni, le vede trasformarsi in paura (…): le sue interviste lampo sono frecce scoccate al cuore del problema, monitorano la temperatura politica della città, raccontano storie personali e difficoltà, successi e disillusioni, opinioni, atteggiamenti e persino sentimenti.
    È l’erraticità la cifra personale di Giuliana Saladino nella sua lettura della società, il veloce andirivieni dalla collettività all’individuo, dal generale al particolare, dalla teoria al caso concreto, dall’insieme all’unico, dalla società alla persona, dalla cronaca alla storia. 
    Una scrittura asciutta, graffiante, una lingua sobria, diretta, di letteraria eleganza e ricca di musicalità, che usa immagini della cultura popolare, o trae direttamente dal dialetto le descrizioni più colorite (…) anche per accentuare il senso delle parole.



Introduzione di Giovanna Fiume al testo Chissà come chiameremo questi anni:
raccolta di scritti di Giuliana Saladino (Sellerio, Palermo, 2010, pp.14,15)

A Giuliana ho scritto una lettera, qui

domenica 3 settembre 2023

Ficodindia, dolce Sicilia tra le spine

   Palermo – Nell’episodio L’altro figlio, una delle quattro novelle pirandelliane rappresentate nel film Kaos, capolavoro dei fratelli Taviani del 1984, la protagonista, una madre disperata, raccoglie a mani nude dei fichidindia e se ne ciba avidamente. 
     In nessun luogo del Mediterraneo il ficodindia si è diffuso tanto come in Sicilia, tanto da rappresentare ormai l’elemento ricorrente nelle rappresentazioni letterarie e iconografiche dell’isola e uno dei suoi principali simboli nell’immaginario collettivo.
     Il ficodindia o fico d’India, il cui nome scientifico è Opuntia ficus-indica, è però originario dal Messico: diffuso nell’America centrale, era considerato dagli Atzechi una pianta sacra con un forte potenziale simbolico. Il ficodindia probabilmente fece il suo ingresso in Europa nel 1493, anno del ritorno a Lisbona di Cristoforo Colombo dopo il suo primo storico viaggio.
   Da allora la pianta è attecchita rapidamente in tutto il bacino del Mediterraneo, dove si è naturalizzata al punto da diventare un elemento caratteristico del paesaggio naturale. La sua rapida diffusione fu dovuta sia agli uccelli, che mangiandone i frutti ne assicuravano la dispersione dei semi, sia all'uomo, che le trasportava sulle navi quale rimedio contro lo scorbuto. 
   Il ficodindia è una pianta grassa che può arrivare sino a quattro o cinque metri d’altezza; il fusto è composto da cladodi, chiamati comunemente pale, fusti modificati di forma appiattita, lunghi da 30 a 40 centimetri, che si uniscono tra loro e formano delle ramificazioni. I cladodi garantiscono alla pianta la fotosintesi clorofilliana, assumendo la funzione delle foglie. Il frutto è una bacca carnosa e assai dolce dai numerosi semi, con un ottimo sapore. 
Fichidindia a Lipari, isola delle Eolie
   È necessaria una certa abilità per sbucciarli senza prenderne le spine: ma ne vale davvero la pena. Mangiati freddi, dopo la permanenza di qualche ora in frigo, sono davvero una delizia.
    Sono tre le varietà fondamentali dei fichidindia, che differiscono soprattutto per la colorazione: giallo-arancione (la varietà detta Sulfarina), bianca (quella chiamata Muscaredda) e rosso-porpora (la Sanguigna). La Sulfarina è la più diffusa per la maggiore capacità produttiva e la buona adattabilità a metodi di coltivazione intensiva. In genere vi è la tendenza ad integrare la coltivazione delle tre varietà, per fornire ai consumatori tutti i tipi di frutto, belli da vedere nelle diverse sfumature cromatiche e ottimi da mangiare con le loro lievi differenze di gusto.
   In Sicilia è praticata la tecnica della scozzolatura, il taglio cioè dei fiori della prima fioritura, che viene eseguito in maggio-giugno. Tale pratica consente di ottenere una seconda fioritura, più abbondante, con una maturazione più ritardata, in autunno. Si distinguono quindi gli ‘agostani’, di dimensioni ridotte, i frutti che maturano già in agosto, e i ‘tardivi’ o ‘bastardoni’, più grossi e   succulenti, che maturano in autunno. 
    L’Opuntia ficus-indica, che ha una grande resistenza alla siccità, viene coltivata in molti Paesi: Messico (primo produttore mondiale), Stati Uniti, Cile, Brasile, Tunisia, Turchia…, sia per la produzione dei frutti, sia per la coltivazione della cocciniglia del carminio (che prolifera sull’Opuntia), insetto da cui si estrae il carminio, pregiato colorante naturale. In alcuni Paesi, inoltre, i fichidindia sono utilizzati per il foraggio e in altri le sue pale fresche sono usate come una sorta d'insalata.
Pale di fichidindia, con l'Etna sullo sfondo
    L’Italia si colloca tra i principali produttori a livello mondiale, primo a livello europeo. Il 90% della coltivazione dei fichidindia si trova in Sicilia, soprattutto nelle province di Catania, Agrigento e Caltanissetta, il restante 10% in Basilicata, Calabria, Puglia e Sardegna.
   In Sicilia del ficodindia non si butta niente: innanzitutto si mangiano e si esportano i frutti prelibati, i fiori essiccati forniscono poi un buon decotto, con proprietà diuretiche e antinfiammatorie. Dal frutto oggi vengono prodotti liquori, marmellate, paté, pesto, creando anche abbinamenti con mandorle, uvetta, caffè, gocce di cioccolato e peperoncino. Dalla buccia si ricava un’ottima mostarda. Vengono utilizzate anche le pale, dalle quali si ricava una fibra legnosa simile alla filigrana, adatta per creare  gioielli ‘green’ e per essere utilizzata su tessuti, ceramiche e complementi d’arredo.
      Chissà se, oltre che icona della Sicilia, il ficodindia potrebbe anche esserne metafora: un cuore di dolcezza, celato in una corazza di spine…

Maria D'Asaro, 3.9.23, il Punto Quotidiano