domenica 30 maggio 2021

Eleonora d’Aragona e don Pino Puglisi: l’arte con l’anima

       Palermo – Igor Scalisi Palminteri, l’eclettico artista palermitano che si esprime con la pittura, la scultura, la fotografia, è uno dei pochi che nel capoluogo siciliano ha deciso di restare, come ha dichiarato in un’intervista: «La mia strada l’ho trovata in questa dimensione, quella del fare le cose con gli altri e preoccuparmi della mia città e del sociale. Il mio posto è qui e voglio contribuire al miglioramento della mia città. Ci credo, e spero sia quello che sto facendo in questo momento». 
      Laureato in pittura all'Accademia di Belle Arti di Palermo, l’artista ha esposto le sue opere sia in Italia che in alcune città europee, con mostre collettive o personali. A Palermo è molto impegnato nel sociale; in particolare, organizza laboratori creativi con bambini e ragazzi a rischio, nei quartieri disastrati delle periferie. Nell’estate del 2018, dopo la realizzazione del murale dedicato a San Benedetto il Moro in occasione dell'undicesima edizione dell’iniziativa "Mediterraneo antirazzista", ha coordinato il progetto di creazione di cinque murales nel quartiere Albergheria di Palermo e vi ha contribuito con una magnifica santa Rosalia, la ‘santuzza’ protettrice della città, assieme a san Benedetto.
    Nel comune di Contessa Entellina - borgo arbëreshë, cioè di origine albanese, con rito greco-bizantino, a circa 80 km. da Palermo – Igor Scalisi Palminteri ha realizzato un grande murale dedicato a Eleonora d'Aragona: nipote del re di Sicilia Federico III, vissuta nella seconda metà del 1300, la contessa Eleonora si sposò, governò e morì nel cuore interno della Sicilia, tra Giuliana e Caltabellotta; il suo monumento funebre fu eretto nel monastero di Santa Maria del Bosco di Calatamauro, nei pressi di Contessa Entellina. La bellezza di Eleonora fu immortalata da Francesco Laurana, scultore di origini dalmate, che realizzò intorno al 1468 il magnifico busto marmoreo oggi custodito al museo Abatellis di Palermo: il volto di Eleonora è perfetto, di una delicatezza estrema, un capolavoro dell’arte rinascimentale. 
    “Non sono solito dipingere regnanti o potenti; preferisco santi protettori, artigiani, povera gente - dice Igor Scalisi Palminteri - ma in questo caso mi ha convinto la figura di Eleonora, signora amata dal popolo. E, soprattutto, il confronto con una scultura: la tridimensionalità mi ha sempre affascinato, la vera sfida è stata trovare un modo per riprodurne la profondità. Non ho interpretato, le linee sinuose e ieratiche già bastano: è come se avessi fatto la cover di una canzone. La mano del Laurana, la delicatezza dell’ovale, la signorilità che sembra sprigionare dall’intera figura della nobildonna, la sua storia che ha attraversato i secoli: tutto mi ha portato ad amare Eleonora, a volerla rendere viva”. Il grande murale che raffigura Eleonora d’Aragona è parte del progetto del Comune “Mecenati di noi stessi”, che proseguirà con altre realizzazioni artistiche: allo scultore palermitano Vincenzo Muratore è stata commissionata una scultura dell'eroe albanese Skanderberg. Vicino al murale della nobildonna siciliana, Igor Scalisi Palminteri ha già disegnato un secondo affresco che riproduce lo stemma del Comune: la nera aquila bicipite e coronata, simbolo d'Albania, che tiene tra le zampe un nastro con il nome di Contessa Entellina. 
   Intanto a Palermo, nel quartiere Brancaccio, a piazza Anita Garibaldi in un palazzo vicino all’abitazione del prete – ora divenuta casa/museo - Palminteri ha ultimato il murale, alto ben nove metri, raffigurante padre Pino Puglisi, ucciso dai mafiosi il 15 settembre 1993, proclamato beato dalla Chiesa cattolica il 25 maggio 2013, proprio otto anni fa.
    "Quando fai don Pino alto tre piani, stai dicendo che hai spento una vita e hai acceso un incendio", dice Alessandro De Lisi che ha curato il progetto "Spazi Capaci/Comunità Capaci" della Fondazione Falcone e del Ministero dell'Istruzione per il ventinovesimo anniversario della strage.
    Grazie al murale di Igor Scalisi Palminteri, il sorriso magnetico di don Pino torna a vivere nel suo quartiere e continua a vegliare sui ragazzi che giocano nel campetto di calcio, a lui intitolato. E lo sguardo luminoso di don Pino sembra donare a Palermo nuova forza e una rinnovata speranza.


Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 30.5.21

venerdì 28 maggio 2021

Domande bambine

Magritte: The infinite recognition (1963)
         Stare sospesa nel vuoto col rischio di cadere è la paura ancestrale di nostra signora. Che sì, ogni tanto, azzarda  e prende  un aereo, col fiato sospeso e il cuore a mille.  Così, da qualche giorno, non l’abbandona il pensiero di quella funivia disastrata. E si chiede perché proprio loro, quattordici meravigliose vite spezzate. Perché proprio loro e non lei o chiunque altro. Non trova nessuna ragionevole risposta.
      Poi, all’improvviso, si fa un’altra domanda: se la volontà e le energie degli umani, dagli albori della Storia a oggi, fossero state impiegate e ben spese per la tutela della vita - e non per guerre, industria delle armi e per miliardi di inutili, assurdi profitti – quanti milioni di volti sorriderebbero ancora?
     Perché si è così stupidi e cattivi da rendere questo pianeta un inferno invece di farne un Paradiso? Domande bambine, di una che viveva a fatica in un universo insensato.

Maria D’Asaro

martedì 25 maggio 2021

Abbracci verdi

       Ci si abbraccia tra amici, amanti o parenti con confidenza e fiducia. Ci si abbraccia per cercare conforto. Da un abbraccio sincero, dallo scambio che ne consegue, si ha vicendevole vantaggio.    Anche quando si abbraccia una causa, una fede o, con uno sguardo, un paesaggio, rimane la condizione di proficuo scambio (…).
      Anche le piante si abbracciano. Per alcune è nella loro natura: quelle volubili muovono in cerchio il fusto ancora tenero, attorcigliandosi a un albero o a un ramo che funge da sostegno; le rampicanti hanno particolari organi prensili (circi, viticci, ventose) che usano per alzarsi sino a trovare luce sufficiente, determinando la ragione vera dell’abbraccio. Il nome generico di queste piante è liana: a loro deve l’incredibile agilità Tarzan che “dondolandosi di ramo in ramo … raggiungeva la punta più alta delle più elevate piante tropicali con la facilità e la velocità di uno scoiattolo”. (…).
     L’uomo ha ben approfittato della propensione vegetale all’abbraccio: (…) fin dai tempi etruschi ha realizzato il più proficuo degli abbracci tra gli alberi della campagna, maritando la vite all’olmo, all’acero campestre, al salice o al pioppo. (…).
     Anche l’uomo ha imparato ad abbracciare gli alberi. Ha trovato molte buone ragioni per farlo, alcune di ordine spirituale e simbolico, altre legate ai bisogni concreti della vita. Gli alberi svolgono a vantaggio nostro e del pianeta così tante e diverse funzioni che è impossibile elencarle tutte. Gli economisti li definiscono organismi multifunzionali, perché sono capaci di svolgere nello stesso tempo funzioni economiche, ambientali e culturali; e si affannano a trovare formule che trasformino in guadagno non solo il legno o i frutti, ma anche la capacità di trattenere il suolo, di mitigare il clima e di accompagnare una passeggiata o un ricordo.
    Per comprendere cosa è davvero la multifunzionalità e le molte ragioni per cui gli alberi meritano di essere abbracciati, è meglio ricorrere alla storia e alla letteratura: da Plinio il Vecchio “Con l’albero solchiamo i mari e avviciniamo le terre una all’altra, con l’albero costruiamo le case. Di legno erano anche le statue degli dei  (…)” a Marguerite Yourcenar “Le radici affondate nel suolo, i rami che proteggono i giochi degli scoiattoli, i rivi e il cinguettio degli uccelli; l’ombra per gli uomini; il capo in pieno cielo. Conosci un modo di esistere più saggio e foriero di buone azioni?”

Giuseppe Barbera Abbracciare gli alberi Mondadori, Milano, 2009











domenica 23 maggio 2021

L'albero Falcone e le talee della legalità

      Palermo – “In una città bisogna piantare molti alberi e difendere quelli che già vi crescono, perché hanno una grande quantità di funzioni che si oppongono al degrado urbano e all’inquinamento. Gli alberi migliorano il clima, filtrano le sostanze inquinanti, assorbono i rumori, incrementano la biodiversità, hanno utili funzioni ricreative e culturali. Perché la loro efficacia sia colta, la città va considerata come un ecosistema incapace di sostenersi da solo, che dipende dall’ambiente circostante – dal quale riceve energia, alimenti, acqua e diversi materiali – e al quale cede i rifiuti, il calore dell’entropia, ma anche tutte le meraviglie del sapere umano”. Così scrive Giuseppe Barbera, professore di Colture Arboree all’Università di Palermo, nel testo “Abbracciare gli alberi”, dove ricorda gli aranceti perduti della Conca d’oro di Palermo e i mille motivi di gratitudine verso i nostri verdi ‘fratelli maggiori’.
     Il 23 maggio è d’obbligo ricordare un particolare albero palermitano: l’imponente ficus, specie ‘macrophilla columnaris magnolioides’, che si trova in via Notarbartolo 17, davanti al palazzo dove abitava il giudice Giovanni Falcone, assassinato da Cosa nostra il 23 maggio 1992 a Capaci con la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Il ficus di via Notarbartolo è diventato uno degli alberi più conosciuti al mondo: sul suo tronco, meta sino a prima della pandemia del tributo di studenti e cittadini di ogni parte d’Italia, sono appesi centinaia di messaggi, foto, pensieri dedicati al giudice Falcone e all’impegno contro la mafia. Quest’anno dall’albero Falcone partirà un progetto chiamato "Un albero per il futuro", promosso dal corpo dei Carabinieri Forestali in collaborazione con il Comune e Soprintendenza di Palermo e la Fondazione Falcone: verranno prelevate dal ficus parecchie gemme che saranno coltivate nel Centro nazionale carabinieri per la biodiversità forestale (CNBF) di Pieve Santo Stefano (in provincia di Arezzo) e poi messe a dimora nelle scuole italiane che ne faranno richiesta.
   I primi Istituti scolastici a ricevere le piantine saranno quelli intitolati al giudice Falcone: 108 scuole tra primarie e secondarie di I e II grado. Le talee inizieranno a essere distribuite il 21 novembre prossimo, giorno della festa dell’albero; potranno comunque essere richieste da ogni scuola italiana con una mail da inviare all’indirizzo unalberoperilfuturo@carabinieri.it.
    Le scuole potranno richiedere anche talee di altre piante da mettere a dimora in un’area del proprio plesso o in altre zone bisognose di essere riqualificate. Un pezzetto dell’albero Falcone, assurto a simbolo della resistenza alla mafia e della lotta per la legalità e la giustizia, entrerà quindi negli Istituti scolastici per sensibilizzare le nuove generazioni anche sull’impegno per l’ambiente. 
   Gli alberi distribuiti dai Carabinieri contribuiranno a realizzare nel nostro Paese un grande bosco diffuso, costituito da specie autoctone che, crescendo, aumenteranno la qualità ambientale. Ogni pianta potrà essere geolocalizzata tramite uno speciale cartellino apposto su ciascuna di esse; sarà inoltre possibile seguire a distanza, su un’apposita piattaforma web, l’andamento e l’espansione del nuovo bosco, apprezzando anche il progressivo risparmio di CO2. 
    Un plauso allora all’iniziativa, i cui dettagli si trovano nel sito dei Carabinieri, alla pagina Eventi/Un albero per il futuro, dove si legge: “Le scuole saranno supportate dai Carabinieri Forestali con lezioni anche web in air in cui verranno presentate le magnifiche Riserve Naturali dello Stato, vero scrigno di natura amministrato e curato dall’Arma, approfonditi tutti i benefici ecologici degli alberi e chiarite le buone pratiche che potranno garantire un futuro più verde. “Un albero per il futuro” è un’occasione per conoscere i tesori naturali, accrescere la biodiversità del nostro Paese e lasciare un segno verde di speranza. “


Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 23 maggio 2021

venerdì 21 maggio 2021

Iddu è me figghiu…

   Nostra signora ignora se, oltre lo Stretto, i fruttivendoli di strada siano tanto diffusi. A Palermo non c’è straduzza fuori mano che non ne ospiti qualcuno. 
     Nel suo girovagare da post zona gialla, eccone uno, col suo lapone. Attratta dal bell’aspetto delle prime albicocche, aspetta il turno dopo tre avventori. Uno dei quali esorta il fruttivendolo, un quarantenne dal volto invecchiato dal sole, a comprare un ombrellone per proteggere la frutta dal caldo. Rimane l’ultima cliente: “Prego, dopo di lei”. 
    Ma la signora - età indefinibile tra i 65 e i 75, capelli radi tagliati male, gonna e maglietta nera forse da lutto stretto, senza qualche dente, esclama con un largo e cordiale sorriso:  “Signù. Sono sua madre. Iddu è me figghiu!” Nostra signora va via con due chili di albicocche e il cuore pieno dell’amore assoluto di questa madre: in piedi, sotto il sole, compiaciuta di contemplare suo figlio.

Maria D'Asaro

mercoledì 19 maggio 2021

Il farmaco nella relazione di cura

Vincent van Gogh: Iris
      Pensare la psicofarmacologia analizzando il significato relazionale del farmaco nell’ottica della Gestalt Therapy, evidenzia come, al di là delle specifiche qualità del farmaco, la prescrizione assume valore terapeutico dal contesto relazionale nel quale la modalità di porsi del medico e del paziente si declina e si evolve.
     La prescrizione del farmaco si iscrive quindi all’interno dell’orizzonte relazionale dal quale di volta in volta ricava significato e prospettiva di intervento.
       L’associazione americana dei direttori della scuola di specializzazione in Psichiatria, in un documento del 1990, ha posto con grande preoccupazione l’irrinunciabile necessità di formare psichiatri capaci di integrare psicoterapia e farmacoterapia, per evitare le gravi conseguenze di una psichiatria affidata alle sole conoscenze neurobiologiche senza la consapevolezza dei fenomeni psicologici che si sviluppano nella relazione terapeutica.
      Si tratta della necessità di integrare in modo creativo, nel campo della pratica clinica, il sapere biologico e il sapere psicologico, nel tentativo di superare l’ultra millenaria scissione e contrapposizione tra corpo e psiche, la sterile controversia tra biologismo e psicologismo.
    La Gestalt Therapy possiede questa possibilità creativa di integrazione proprio nei suoi fondamenti epistemologici, per la prospettiva olistica e relazionale della natura umana che la contraddistingue. Ѐ nell’ottica olistica (…) che si supera la dicotomia soma/psiche.
       L’elemento fondamentale che consente quest’integrazione è costituito essenzialmente dalla dimensione relazionale del ‘prendersi cura’ della sofferenza psichica. Nella GT terapeuta e paziente vengono visti come ‘globalità relazionale’ e la chiave di lettura dei processi terapeutici risiede nell’intenzionalità di contatto, cioè nel modo in cui entrambi sperimentano il contatto tra di loro in una relazione che si evolve.
   Consapevoli che la risposta globale alla sofferenza conduce a risultati terapeutici più efficaci e duraturi nel tempo, guardare il processo terapeutico nella sua ‘globalità relazionale’ consente l’integrazione dei diversi interventi di psicoterapia e di farmacoterapia, con un’azione (…) sinergica.

Salonia, Conte, Argentino:Devo sapere subito se sono vivo (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2013). 
Il brano riportato è tratto dal capitolo scritto dalla dottoressa  Paola Argentino:
 La dimensione relazionale della psicofarmacologia: dalla compliance al transfering gestaltico,  
pag. 248/249  


domenica 16 maggio 2021

Al mio cuore, di domenica

Ti ringrazio, cuore mio:
non ciondoli, ti dai da fare
senza lusinghe, senza premio,
per innata diligenza.

Hai settanta meriti al minuto.
Ogni tua sistole
è come spingere una barca
in mare aperto
per un viaggio intorno al mondo.

Ti ringrazio cuore mio:
volta per volta
mi estrai dal tutto,
separata anche nel sonno.

Badi che sognando non trapassi quel volo,
nel volo
per cui non occorrono le ali.

Ti ringrazio, cuore mio:
mi sono svegliata di nuovo
e benché sia domenica,
giorno di riposo,
sotto le costole
continua il solito viavai prefestivo

Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere - Tutte le poesie (1945-2009),
Adelphi Edizioni, Milano 2009, pag. 249 (trad. Pietro Marchesani


giovedì 13 maggio 2021

La grammatica del desiderio

V. van Gogh: Terrazza del caffe, la sera (1988)
     Desiderare è inevitabile: ‘sono, quindi desidero’. Anche chi deluso smette di desiderare, continua a desiderare di non soffrire, paradossalmente desidera di non desiderare invano. Fin quando c’è un attimo di vita si desidera, al limite, che esso sia ‘buono’ per noi.
       Desiderare è inevitabile, sta a noi decidere il cosa e il come desiderare. Ecco perché è necessario imparare a desiderare (…).
    Tenuta presente la decisiva distinzione tra bisogno e desiderio, esploriamo le fonti del desiderare da cui scaturiscono i tanti desideri. Dentro tutti i desideri si desidera, in ultima istanza, di essere se stessi (integrità) e, dopo, di realizzarsi in tutte le possibilità (pienezza).(…). 
        Ma cosa accade se l’altro non accoglie e non ricambia il desiderio? Certamente si vive una grande sofferenza, ma, a differenza del bisogno, il desiderio anche quando non è soddisfatto non intacca la crescita della persona, anzi può favorire un più forte contatto con se stessi e una più matura presa di consapevolezza della diversità e dell’imprendibilità dell’altro. Il desiderio, come è stato detto, è tale se emerge dal grembo della reciprocità, ossia del riconoscimento dell’alterità.(…). 
     Saper desiderare è garanzia di felicità? La domanda non è provocatoria: in realtà, sembra che il desiderio di integrità e di pienezza siano nomi diversi del desiderio ineliminabile di ogni cuore: la felicità o i suoi dintorni. Ma la felicità umana, scrisse Betti, è come un quadrato a cui manca e mancherà sempre un lato. Desiderio e felicità sono inconciliabili? (…) Senza una stazione di arrivo, che senso ha il desiderare? Non potrebbe, forse, il desiderare essere un trucco e un’illusione per dimenticare o negare l’inquietudine infinita, inappagabile che brucia nel cuore degli umani? Torniamo alla domanda iniziale: i desideri sono, forse, irraggiungibili come stelle?
     E’ vero: niente può saziare il cuore umano. (…) Sempre infelici? O sempre nei dintorni della felicità, che sono estesi e profondi e che piace al nostro cuore circumnavigare, sperimentando una pienezza sempre più piena e a volte l’attimo della felicità che illumina e rischiara il cammino che rimane.
      Le stelle forse ci aiutano a comprendere come i desideri si coniughino con la felicità (…). I desideri, come stelle, brillano nel cielo del nostro corpo: possono per un attimo essere oscurati, ma poi tornano a brillare. E’ vero: le stelle palpitano, attraggono, ma sono irraggiungibili. 
    Anche i desideri sono irraggiungibili? Adesso sappiamo che i desideri sono raggiungibili, ma è la pienezza totale – quella che chiude ogni ricerca – ad essere irraggiungibile. Le stelle sono lì nel cielo per ricordarci di riprendere sempre a desiderare: ogni desiderio allarga, non chiude la pienezza. Anzi, dopo essersi compiuto, il desiderio si rigenera e riprende il cammino verso nuove stelle, nuove pienezze. Le stelle del nostro desiderio ci portano fuori dall’inferno (“E quindi uscimmo a riveder le stelle”) verso “L’amor che move il sole e l’altre stelle”.
      E se, in fin dei conti, ogni stella fosse un nostro desiderio? E se il cuore, come un cielo di stelle, illumina e brilla perché palpitante di tanti desideri?

Giovanni Salonia: Desiderio e bisogno, in Parola spirito e vita – Il desiderio, 2013, n.67, 243-255

martedì 11 maggio 2021

Allegro ma non troppo

Matisse: Finestra aperta a Collioure (1905)
Sei bella — dico alla vita —
è impensabile più rigoglio,
più rane e più usignoli,
più formiche e più germogli.

Cerco di accattivarmela,
di blandirla, vezzeggiarla.
La saluto sempre per prima
con umile espressione.

Le taglio la strada da sinistra,
le taglio la strada da destra,
e mi innalzo nell’incanto,
e cado per lo stupore.

Quanto è di campo questo grillo,
e di bosco questo frutto —
mai l’avrei creduto
se non avessi vissuto!

Non trovo nulla — le dico —
a cui paragonarti.
Nessuno ha fatto un’altra pigna
né migliore, né peggiore.

Lodo la tua larghezza,
inventiva ed esattezza,
e cos’altro — e cosa più —
magia, stregoneria.

Mai vorrei recarti offesa,
né adirarti per dileggio.
Da centomila anni almeno
sorridendo ti corteggio.

Tiro la vita per una foglia:
si è fermata? Se n’è accorta?
Si è scordata dove corre,
almeno per una volta?

Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere - Tutte le poesie (1945-2009),
Adelphi Edizioni, Milano 2009, pag. 315 (trad. Pietro Marchesani

Qui il bel post di Rossana Rolando sulla poetica di Wislawa Szymborska