mercoledì 18 marzo 2009

Agli alunni della scuola serale


Cari Cosimo e Roberto,
il corso per lavoratori dell’88/89, alla “Ciro Scianna” di Bagheria, non fu sicuramente felice. E non solo perché a giugno la scure della bocciatura privò dell’agognato diploma di licenza media voi due più una dozzina di altri corsisti. Erano tante le cose che non andavano bene quell’anno: tra i corsisti c’erano troppi disoccupati senza speranza, con figli da sfamare e affitto da pagare; in III C alcuni ragazzi si assentavano, per motivi non chiari; il sig. Cosimo era triste perché sua moglie, per la terza volta, aveva perso il bambino al quarto mese di gravidanza … la signora M. era angosciata dal fondato sospetto che suo figlio si drogasse; il sig. S. era scoraggiato perché aveva saputo di non potere essere ammesso al corso per aspiranti vigili del fuoco.
Nonostante la sentita partecipazione al dibattito sul sindacato, malgrado l’incontro con padre Lo Bue e la sua comunità di recupero per i tossicodipendenti, sebbene avessimo avuto tra noi un esponente del gruppo “Amici dei Lebbrosi”, che ci aveva donato un infervorato intervento sul perché della lebbra e della povertà nel terzo mondo…...nonostante tutto questo e altre iniziative e incontri, sentivo che quell’anno qualcosa non andava per il giusto verso. Forse mi mancava Mari, collega impareggiabile per capacità didattiche e umanità, già trasferita a Palermo; forse non c’era un’intesa profonda tra noi docenti, forse presentivo l’epilogo che avrebbe dolorosamente segnato la fine dell’anno scolastico……
Eppure devo dirvi che, nonostante l’amarezza di quell’anno, i dieci anni passati ai corsi serali tra Bagheria e Palermo, sono stati i migliori della mia vita di insegnante.
Purtroppo, i miei alunni erano soprattutto disoccupati come voi, o tutt’al più lavoratori in nero, la cui preoccupazione più grande era far bastare i pochi soldi faticosamente guadagnati sino alla fine del mese.
C’erano il panettiere e il fruttivendolo che prendeva la frutta allo “scaro”, che cominciavano la giornata alle tre del mattino. E questo tutti i giorni, senza ferie o congedi per malattia. Alle sei di sera, a scuola, spesso non riuscivano a tenere la mente sveglia e gli occhi aperti.
C’era il pescivendolo ambulante, che portava i segni del mestiere nell’odore delle mani e dei vestiti e, talvolta, nella tristezza degli occhi, quando aveva fatto “’na mala iurnata”, non era riuscito a vendere neppure un chilo di sarde.
E poi i muratori e gli imbianchini, che arrivavano a scuola in ritardo, con i capelli arruffati, gli occhi arrossati dalla polvere e i vestiti sporchi di “cuacina”. Se ne scusavano, avvicinandosi alla cattedra e sussurrandomi: “Professore’, p’un perdiri ‘a scola, nun ci arrivavu ‘a casa a canciarimi…”
Di alcuni non si sapeva bene che facessero: silenziosi e diffidenti, di sé ci offrivano solo il petto in parte scoperto sul quale facevano bella mostra pesanti collane d’oro, osservate da alcuni con sospetto, da altri con invidia.
C’era anche chi faceva la riffa, c’erano gli ambulanti che, per una sorta di deformazione professionale, in classe continuavano ad “abbanniari”, benevolmente presi in giro dai compagni.
C’era anche qualche commesso o impiegato “regolare” che veniva a scuola per migliorare la sua posizione lavorativa e che all’inizio teneva a sottolineare la sua superiorità sociale. Ma che, dopo qualche settimana, rivedeva il suo atteggiamento e metteva i suoi talenti a disposizione degli altri.
Ogni anno c’era poi almeno un fervente testimone di Geova che voleva convertirci tutti alla sua fede e teorizzava una presunta imminente fine del mondo. Ma che finiva per mettere da parte il suo bonario radicalismo religioso per concentrarsi nello studio della storia perché, intanto che il mondo non finiva, le vicende terrene incuriosivano pure lui. E poi voleva guadagnare quel benedetto diploma di terza media.
E c’erano le donne: le trentenni e quarantenni tornate a scuola perché, da ragazze, glielo aveva vietato un autoritario padre-padrone o un giovane fidanzato geloso. Donne che continuavano ad avere la testa ai bambini lasciati a casa o alla cena preparata a metà, ma che scoprivano ben presto il piacere di uscire dalla solita routine. Sera dopo sera, le signore si svestivano del pigro sguardo di spettatrici passive di telenovele e cominciavano a guardare al mondo con occhi nuovi e diversi, più attenti, critici e curiosi.
E infine c’erano i ragazzini, i sedicenni difficili che la cosiddetta scuola normale non aveva saputo o potuto “tenere” al suo interno. “Ho lasciato la scuola perché non sapevo fare niente e nessuno mi aiutava” – era l’esclamazione di molti. Alcuni riconoscevano che “alla scuola di mattina” ne avevano combinato di grosse: chi aveva uscito il coltello e minacciato compagni e professori, chi se n’ era scappato, chi aveva visto circolare la “polverina”, chi aveva mollato perché servivano i soldi per aiutare la famiglia o per uscire la sera,“picchì i ‘me cumpagni eranu troppu picciriddi pi mia”…Vi ricordate? C’era anche Giuseppe che, a 17 anni, aveva già una ragazza incinta da mantenere.
Quasi tutti, col passare delle settimane, cominciavano ad abbandonare la diffidenza verso i professori e la paura di non farcela. E accadevano cose strane e bellissime:
Si leggeva e commentava la Costituzione italiana con chi, come voi, era avvezzo a leggere la “Gazzetta dello Sport” o tutt’al più, sfogliava distrattamente il quotidiano locale insieme alla più allettante “Cronaca vera”… Dopo la lettura dei primi articoli, eliminato l’ostacolo delle parole difficili che erano tutte spiegate e tradotte, ci appassionavamo insieme a quella strana e inusuale lettura.
Si sentivano commenti del tipo: “Non sapevo di avere questi diritti….allora perché non ci danno il lavoro? Professore’, ma ci sta facendo leggere una bella favola?…… “Ma allora il lavoro mi spetta di diritto e non perché ci dò il voto o ci faccio il favore a qualcuno”…“Ma perché, se abbiamo tutti la stessa dignità, a mio nipote di 18 anni, i poliziotti l’hanno fracchiato a legnate solo perché l’hanno scambiato per un sospettato? “ “Se questa è la legge più importante dello stato italiano, perché in Sicilia noi lavoratori non abbiamo diritti e siamo sfruttati?….”
Dalla lettura della Costituzione a parlare di sfruttamento o intimidazioni, di elementari diritti violati, di raccomandazioni, di voti comprati per fame, di chi, al di là della legge, comandava veramente, in Comune e nel proprio cantiere, il passo era breve…I più onesti e coraggiosi elencavano ingiustizie e vessazioni subite e conosciute, altri si limitavano ad annuire in silenzio, stringendosi alle spalle. Ma alla fine qualcuno affermava con tristezza: “Lei dice cose belle, professoressa, ma tanto in Sicilia non cambierà mai niente…”
E invece, pur ascoltando con umiltà e rispetto i vostri interventi, sera dopo sera, i miei colleghi e io cercavamo di scalfire almeno un po’ il muro possente della sfiducia in se stessi, del fatalismo, della rassegnazione a un sistema di illegalità diffusa. La pesante convinzione di essere destinati a rimanere perdenti, senza alcuna speranza di cambiamento e di riscatto, in una città dove trovare un lavoro e una casa decente erano un miraggio.
Qualche volta, in questo muro, siamo riusciti ad aprire una breccia: come quando abbiamo ammesso agli esami C., sedicenne balbuziente, convinto di non essere assolutamente capace di conquistare l’ambito diploma: “Perché non so scrivere – mi sussurrava all’orecchio – e mi vergogno a parlare.” E che invece, ogni sera, ascoltava le lezioni di storia e geografia con occhi e orecchi attentissimi, tanto da essere ammesso agli esami senza particolari problemi. E che, alla fine di giugno, con gli occhi brillanti per la commozione, lui, penultimo di otto figli, mi confidò che il suo sogno era di arruolarsi tra i carabinieri: “Così mi pa…mi pa.. mi pagano giu…giusto e aiu…aiuto la fa.. fa… famiglia”.
O come quando il sig. L., che di mestiere faceva il vetraio, comparando i titoli e i sottotitoli di sei quotidiani, riuscì a comprendere quali giornali erano a favore e quali contrari alla guerra nel Golfo. Ed esclamò trionfante che, se fosse stato attento, nessun politicante o telegiornale avrebbe potuto ingannarlo.

Nel vostro corso, il sig. B, che faceva l’edicolante, si commosse tanto ascoltando il rappresentante dell’associazione “Amici dei Lebbrosi” che aveva parlato dell’importanza della scuola per andare avanti nella vita, da avere l’ardire di dire in pubblico, davanti a tutti: “Prima di venire a scuola, io che ho solo la seconda elementare, mi sentivo oppresso dalla mia ignoranza, incapace di parlare…. è come se la scuola avesse aperto una finestra nella mia mente e mi avesse liberato….”
Cercavamo di essere ponte tra voi e quella fetta di società civile che a, Palermo e a Bagheria, negli anni ’80 e ‘90 lottava per costruire rapporti umani, sociali, economici, politici più trasparenti e più giusti… Invitavamo missionari, sindacalisti, assistenti sociali, medici, commercianti, persone di buona volontà impegnate nel volontariato, affinché, attraverso la reciproca conoscenza e il confronto, intravedessimo insieme la possibilità di un’altra vita, per ciascuno e per tutti, più degna e più umana…
Alcuni di voi hanno cominciato a pensare di non essere buoni solo per fare da manovalanza alla mafia, e che essere onesti, trovare o inventarsi un lavoro senza baciare le mani a nessuno, forse era possibile. Ne abbiamo avuto la prova quando siamo andati a intervistare quei ragazzi che avevano aperto una trattoria nel centro storico, aiutati solo dalle persone di buona volontà di un centro sociale del quartiere…
O, quando, abbiamo realizzato un video intitolato: “Sognando Palermo, a occhi bene aperti…” nel quale molti di voi hanno cominciato a parlare della Palermo che avevano nel cuore.
Un vostro compagno, che faceva il pasticciere, ebbe il coraggio di dire delle cose molte belle a commento di un articolo di cronaca che avevamo letto insieme. Quello che raccontava di un giudice invitato dalla direttrice dell’asilo del figlio a non prendere il bambino da scuola perché la sua venuta con la scorta disturbava i genitori degli altri bambini. Il sig. S. rifletté insieme a noi sul fatto che la maggior parte dei palermitani sarebbe stata d’accordo con i genitori dei compagni del figlio del magistrato, “perché a Palermo si dice che è colpa di tutte queste scorte se ci dobbiamo scantare… Ma io dico che quello è un padre e ha diritto di prendere suo figlio dalla scuola, la colpa dello scanto delle sparatorie e degli attentati è della mafia….”
E così, a poco a poco il muro del silenzio e della rassegnazione cominciava a incrinarsi.
Nel novembre del 1989, un muro lo abbiamo visto cadere veramente: il muro di Berlino.
Quell’anno, abbiamo provato l’emozione di vivere la storia in diretta: era come se anche noi - carpentieri, disoccupati, professori, muratori, casalinghe, panettieri, fruttivendoli, noi palermitani riuniti assieme dalle sei alle nove di sera per imparare qualcosa insieme - fossimo lì, a Berlino, a demolire gioiosamente quel muro, a gioire per la fine della guerra fredda, delle divisioni tra est e ovest, a sperare in una nuova era di pace e collaborazione tra i popoli. Seduti in classe accanto alla Storia, abbiamo provato a camminarle accanto, affascinati e partecipi del suo nuovo passo.
Si sentivano commenti del tipo: “Bravo Gorbaciov, quello non era comunismo giusto…..I comunisti hanno capito che non si poteva difendere il socialismo con la dittatura….”
Abbiamo festeggiato la riunificazione della Germania e il ritorno della democrazia in Polonia, in Cecoslovacchia, in Ungheria e nei vari stati dell’est.

Poi, nel ’92, la storia ci ha ancora sorpreso. Questa volta una storia vicinissima al nostro orizzonte, a noi già tristemente nota, la storia della brutale violenza della mafia, che ha ammazzato i giudici Falcone e Borsellino e le loro scorte.
Bisognava essere palermitani per capire la rabbia, lo sdegno, il dolore, lo strazio di quelle stragi. Quell’orrore ci ha svegliato da un lungo torpore e pareva ci avesse definitivamente liberati dalla tentazione di convivere con la mafia.
Siamo andati insieme alle manifestazioni, abbiamo gridato “Palermo è nostra e non di Cosa nostra”, mentre, magari, alcuni di voi Cosa nostra ce l’avevano veramente in casa o nel cortile.
Il sogno di cambiare Palermo è poi sembrato divenire realtà con Orlando, eletto sindaco anche con i vostri voti e con l’aiuto e l’appoggio dei cittadini di buona volontà di ogni classe sociale. Orlando è divenuto il vostro paladino, e ci ha promesso che la nostra città da capitale del crimine mafioso si sarebbe prodigiosamente trasformata in “una città normale”.
E noi tutti gli abbiamo creduto.
Ci è parso che il sindaco avesse fatto il miracolo: far sentire uniti i palermitani nell’unico sogno di riscatto. Si, perché Palermo è una città strana, abitata da anime diverse, estranee, spesso persino nemiche. A scuola a volte, dicevate: “Quelli di viale Strasburgo….Che ti senti un signorino di via Libertà?…” Più che nelle altre città, nella nostra i poveri guardavano male i ricchi, quelli delle borgate si sentivano diversi da quelli del centro, gli impiegati non capivano i disoccupati, i commercianti irridevano gli intellettuali…C’era una Palermo lacerata e smembrata, c’erano pezzi di città che s’ignoravano, non si parlavano, non si capivano. Orlando è riuscito a interpretare gli umori, i desideri, le attese, le speranze dell’anima migliore dei palermitani. E a convogliare in una proposta politica nuova la voglia sincera di pulizia, di legalità, di giustizia di noi tutti, venditori ambulanti e insegnanti, disoccupati e commercianti, impiegati e casalinghe.

C’è voluto del tempo per capire che per creare in città un cambiamento significativo e duraturo non potevano bastare gli slogan, non era sufficiente un buon sindaco-paladino, ma solitario e talvolta un po’ troppo accentratore e ingombrante.
Siamo stati capaci di sognare, ma non abbiamo saputo tradurre il sogno in realtà. Abbiamo fatto sbocciare i fiori di una primavera, ma non abbiamo saputo coltivarne con pazienza i frutti. Ci siamo resi conto troppo tardi che per cambiare veramente Palermo avremmo dovuto portare il cambiamento dentro noi stessi e non solo nelle facce di chi ci amministrava: avremmo dovuto osare di più, diventare tutti più onesti, più trasparenti, se necessario più coraggiosi …
Non ci siamo riusciti. E così, dopo gli anni della primavera, la nostra voglia di riscatto è stata in parte dispersa e annientata e molti purtroppo si sono consegnati agli antichi poteri.
Ancora una volta molti di voi si sono sentiti i soliti siciliani perduti.
Ma voi, cari Roberto e Cosimo, vi eravate perduti già prima.
A scuola non andavate affatto bene: lei, Roberto, si assentava spesso e, quando c’era, si limitava a fare, ogni tanto, un indecifrabile mezzo sorriso. Lei, caro Cosimo, era un ventenne sfuggente e un po’ triste. In una esercitazione di italiano mi ha scritto due righe: “So che non merito la terza media, ma mi piacerebbe tanto averla…”
Voi non avete visto cadere nessun muro né fiorire alcuna primavera: la barriera impenetrabile della morte vi ha sottratto a noi troppo presto e troppo crudelmente.
Lei, Roberto, è scomparso già nel giugno dell’89, per un terribile incidente automobilistico che ha divorato la sua vita insieme a quella di sua moglie e dei suoi due bambini.
Lei, Cosimo, se n’è andato poco tempo dopo, ucciso mentre tentava una rapina maldestra e disperata.
Noi siamo rimasti qui.
Pieni di tristezza e di rimorso.
Dalla vita, dalla società, dalla scuola avete ricevuto davvero poco.
Neppure la terza media.
(Pubblicata nella rivista "Segno" n.252/Febbr. 2004)

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