venerdì 16 giugno 2023

Gent.ma Flavia

Gent.ma Flavia,
                                    quando una coppia si separa mi dispiace tantissimo, perché  l’amore dovrebbe essere eterno. Ma la separazione tra lei e Romano non è stata causata da tradimenti o dissapori, ma dalla Nera Signora verso cui siamo tutti impotenti. Posso intuire l’immenso dolore del suo amato consorte, dei suoi figli, dei nipotini… Spero di cuore che suo marito Romano e la sua bella famiglia continueranno a essere confortati dal suo amore. Il cardinale Zuppi, nell’omelia per il suo funerale, ha pronunciato parole bellissime, ricordando il legame prezioso - d’oro, lo ha definito - che l’ha legata a suo marito. Che, la notte di Capodanno del 2002, da Presidente della Commissione europea, comprò a mezzanotte a Vienna un mazzo di fiori per lei con le prime banconote dell’euro. Sono certa che il profumo di quei fiori non si spegnerà mai e che un filo misterioso continuerà ad unire le vostre anime. 
Maria D'Asaro

La bussola degli sguardi (grazie a Massimo Messina, che lo ha postato su FB)

"Conosco bene il cammino francescano che solca il confine tra l’Umbria e le Marche. È un percorso magnifico, non particolarmente impegnativo — è un cammino, appunto, non una scalata — ma attraversa boschi e zone isolate, silenziosissime e remote.
C’era un temporale, quel giorno. Posso solo immaginare che momenti debba aver vissuto chi si trovava con lei, il marito e gli amici più cari, quando si è sentita male. L’attesa dei soccorsi deve essere stata un tempo di disperazione. 
Però credo, nel dolore, è anche un piccolo ristoro il pensiero che fossero i luoghi di San Francesco quelli che si sono iscritti da ultimo nello sguardo, insieme ai volti amati.
È una storia di sguardi, quella che conosco: non c’è stata una volta, delle molte in cui li ho incontrati per lavoro o per caso, in cui lo sguardo di Romano Prodi non abbia cercato, durante la conversazione, quello di Flavia. E viceversa. Non perdevano mai il contatto visivo. 
Spesso, a Roma, nei tempi in cui lui era presidente del Consiglio, sembrava che lei non ci fosse ma c’era, invece. Compariva. Aveva su di lui un ascendente formidabile, giustificato: riportava ogni cosa al senso profondo delle cose. In politica, nelle relazioni occasionali e in quelle profonde, familiari. Era come se lei avesse la bussola, lui lo sapeva. Era una donna di eccezionale qualità intellettuale.
Ci si può smarrire, senza un orientamento così — ho pensato in queste ore. Ma anche ritrovare, certo, definitivamente."
Concita De Gregorio: la Repubblica 15.06.2023


Omelia per una donna mite

"Stando insieme tanti anni si entra in simbiosi, si assomigliano perfino le calligrafie, stare insieme è garanzia di armonia nella diversità. L'amore è concreto, prende tutto il corpo ma anche tutta l'anima. È un legame abbondantemente d'oro che ha legato Flavia a Romano, dove si confonde la metà dell'uno alla metà dell'altro. Dove lo sguardo li univa tanto da sembrare che non ci fosse, ma c'era". Lo ha detto il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, in un passaggio dell'omelia nel corso della funzione che si è svolta oggi a Bologna.
"Il loro legame richiede quel trucco, che come ha detto intelligentemente Romano, è la manutenzione. Manutenzione che c'è stata, fino alla fine ed è sempre richiesta. Il legame di tutti i legami è quello con Gesù", ha aggiunto il cardinale Zuppi. Quello di Romano Prodi e della moglie Flavia "è un legame di amore che unisce Giorgio, Antonio, con le loro famiglie, e la grande, non dico quanto le stelle del cielo ma quasi, famiglia Prodi. Legame che unisce Flavia anche alle sue e ai suoi nipoti". Flavia "li contemplava, li ascoltava, discuteva con loro ma le piacevano molto. Insomma, è stata anche una grande nonna", ha sottolineato il cardinale Zuppi. 
"Mite lo è sempre stata - ha continuato Zuppi - con quel radicalismo dolce che era la sua fermezza e che la coinvolgeva intimamente alle vicende dei suoi e del suo prossimo". "Amava i piccoli, era riservata - ha aggiunto - In un mondo spesso sguaiato, di vanagloria, che riduce l'amore ad apparenze, Flavia preferiva la solida vicinanza e la delicatezza - ha proseguito - partendo proprio dai più fragili, legandosi a loro nella sua ricerca anche accademica che non era chiusa nei corridoi, ma facendo dei luoghi dell'umanità le vere aule in cui imparare e vivere, da studiare con cuore e intelligenza, per sentire l'urgenza di cambiare e per trovare le soluzioni"
"È giusto ricordare - ha detto Zuppi - come con Achille Ardigò e tanti altri, scelse una branca della sociologia vicina alla marginalità, che per certi versi verifica e corregge le decisioni anche degli effetti degli economisti: certi tagli alla spesa ad esempio con conseguenze spesso lasciate ai più fragili o a chi viene dopo". "Lei scelse sempre di vedere il mondo a partire dai poveri e non viceversa - ha aggiunto - con tanta passione civile per i servizi sanitari e sociali, uniti alla comunità umana. L'assistenza domiciliare va dentro una comunità che rende la città 'casa'; indispensabile ai servizi sociosanitari e sociali perché sia pubblica e universalistica, con prossimità e cura, che ripeteva con la pazienza di un lavoro all'uncinetto", ha precisato l'arcivescovo di Bologna.
(grazie alla pagina FB di Luigi Pasotti, da cui ho copiato il testo) 


"In 54 anni di matrimonio, Romano Prodi e la moglie Flavia hanno «sempre parlato di tutto e sempre condiviso tutto». Lo ha detto il professore in un passaggio del messaggio al termine del funerale della moglie, nella chiesa di San Giovanni in Monte a Bologna. «Abbiamo sempre condiviso tutto - ha sottolineato Prodi - dalla nostra presenza in questa città tanto amata, alla mia presidenza dell'Iri, e poi alla vita politica a Roma e a Bruxelles. Abbiamo proprio sempre parlato di tutto, e ho chiesto a lei infiniti consigli e anche ieri pomeriggio, parlando con Giorgio e Antonio, mi è venuto spontaneo dire questo lo chiedo a Flavia». La sua era «una presenza intellettuale discreta e raffinata, una intelligenza all'avanguardia con generoso disinteresse», ha aggiunto il professore. La moglie era «affezionata alla città e allo Stato. Aveva come obiettivo costruire un'Italia molto seria». «Questi sono i pochi pensieri che voglio condividere con voi nel momento in cui salutiamo Flavia per l'ultima volta - ha concluso Prodi - Non pensate che la nostra vita insieme sia stata solo fatta solo di scambi intellettuali: abbiamo vissuto insieme cielo e terra, anche terra. Con felicità tra di noi, con gli amici e nelle vacanze con tutta la tribù. Proprio alla vigilia della partenza per Assisi, mentre camminavamo come sempre, per le vie di Bologna, ci siamo chiesti se dal Paradiso si vede possa eventualmente vedere piazza Santo Stefano. Io credo proprio di sì», ha concluso.


mercoledì 14 giugno 2023

Chi nicchi e nacche

      Chi nicchi e nacche: intraducibile. Si dice per un discorso o una situazione che non sta né in cielo né in terra. Usata in tutta la provincia di Agrigento, l’espressione trovò forse applicazione perfetta un sabato sera del 1936. 
     Il federale De Magistris, del resto obbedendo a ordini dall’alto, per concretamente dimostrare come il fascismo fosse interclassista, fece la bella pensata di organizzare un serata danzante al mio paese, nella palestra di una scuola, e invitò ricchi e poveri, avvocati e scaricatori di porto, commercianti e spazzini, medici e pescatori. Con rispettive signore, s’intende. Nessuno osò declinare l’invito che aveva il tono di un ordine. Nella palestra, addobbata con festoni e bandiere, si operò subito una sorta di selezione naturale: i borghesi si aggrupparono da un lato e i proletari in quello opposto e tutti coi musi lunghi, a nessuno andava di mescolarsi in un ballo interclassista (e meno  di tutti, a onor del vero, ai proletari).
    Accolto dalle note di “Giovinezza” suonate da una volenterosa orchestrina, arrivò il federale e subito, sbrigativamente com’era nello stile dei gerarchi dell’epoca, diede inizio alle danze, andando a invitare una donna del popolo. Si trattava, per sua disgrazia, della gna’ Rosina Trupìa, donna di servizio a ore, nota in tutto il paese perché amava parlare latino, non quello di Cicerone. Da noi parlare latino significa non avere peli sulla lingua. Gna’ Rosina guardò freddamente il federale in uniforme che davanti a lei stava a metà piegato nell’inchino e proruppe a voce altissima: “In prìmisi in prìmisi ‘un sacciu abballari, e po’ chi nicchi e nacche abballare cu vui?”
    Il federale capì senza bisogno di traduzione (e non credo occorra nemmeno ai miei lettori). Poco dopo, con molti “alalà”, la festa si sciolse.

Andrea Camilleri, Il gioco della mosca, Sellerio, Palermo 1999


domenica 11 giugno 2023

A Gibilrossa Filosofia rima con Filìa

    Ai diari di bordo, appassionati e competenti, di Federica Mantero (qui) e di Augusto Cavadi (qui) sul festival della filosofia organizzato a Gibilrossa dall’1 al 4 giugno scorso, c’è davvero poco da aggiungere…
     Anche perché a chi non c’era è difficile comunicare non tanto temi e contenuti, quanto il particolare stato di grazia che ha accompagnato le/i partecipanti durante lo svolgimento delle varie attività.
    Forse uno dei segreti della condizione di Ben-essere sperimentata da tutte/i le/i partecipanti è stata la Musica, intesa nelle sue molteplici accezioni di ritmo, ascolto di sonorità esterne, percezione di  risonanze interiori, canto: dalle campane tibetane fatte vibrare con sapienza da Stefano Maltese, alle riflessioni e alle danze guidate da Barbara Crescimanno, al violino suonato con eccellente virtù da Giorgio Gagliano, al suono allegro della chitarra di Luigi (e di Roberto!), alla voce calda e avvolgente di Federica, alla quale si sono unite quelle di Caterina, di Camillo e via via tutte le voci liete dell’allegra brigata. 
     E sicuramente è stato motivo di armonia prendere i pasti in comune, preparati da Federica e Paola con assoluto rispetto dei fratellini animali; nonché, grazie al gruppo dell’ORSA (Organizzazione Ricerche e Studi di Astronomia), immergersi nella vastità del cielo e contemplare le stelle, della cui materia siamo fatti anche noi.
      La filosofia, la riflessione comunitaria sui pensieri fondativi dell’esistenza umana, c’è stata eccome. Non si sottolineerà mai abbastanza lo spessore speculativo e la chiarezza espressiva con cui Giorgio Gagliano ci ha fatto riflettere sulla “contraddizione come condizione dell’esistenza” (nonostante una certa logica dica che non sia possibile) e ci abbia permesso di scoprire invece come non sia fondato  l’apparente contrasto tra approccio occidentale, che esclude la contraddizione come ‘falla’ logica, e approccio orientale, più complesso ed esistenziale…
Abbiamo così rivisitato il terzo principio aristotelico di non contraddizione (ma Aristotele non lo aveva chiamato così!), riscoprendone un’accezione più profonda e convincente: È impossibile che una cosa sia e non sia, nello stesso momento e dallo stesso punto di vista (È impossibile che Giorgio stia parlando e non stia parlando, ma attenzione: nello stesso momento e dallo stesso punto di vista). 
Grazie a Giorgio abbiamo scoperto (o riscoperto) un Aristotele che ci dà una regola aurea per analizzare rapporti e movimenti tra gli opposti.
   Piano piano, condotti dalla sua conversazione argomentata e appassionata, abbiamo intuito che le affermazioni del Taoismo (o Daoismo) -  «Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra...» 
    “Agisci senza agire… sai senza sapere” -  hanno un fondamento: la realtà funziona per et… et e non per out-out.
   E, allora, se riuscissimo a guardare agli accadimenti e alle cose come a una danza, intuiremmo la possibilità di armonizzare i momenti e i colori diversi che la vita presenta. 
    Perché, ricorda Giorgio: “Né la caduta è una caduta, né l’errore sbaglia”. E quindi,: “più abbiamo orecchio per le contraddizioni, più il sistema-vita trova un suo misterioso equilibrio… se diamo spazio agli ‘ospiti inquietanti’ forse riusciremo ad accoglierli e magari a smorzarli…
     Impossibile poi riportare l’invito all’interiorità e le suggestioni ‘di cura’ donate da Pippo La Face, psicologo e psicoterapeuta, e la grazia sapiente con cui ha condotto le meditazioni e le riflessioni nutrienti sul vissuto: “Meditare è far emergere quello che c’è qui e adesso dentro di me… è l’onesta di stare con quello che accade in quel momento… è la capacità di ‘stare’ con quello che ci tocca senza farcene assoggettare”, perché come dice il poeta Neruda “la parola è un’ala del silenzio, il fuoco ha una metà di freddo”…
   E, infine, Augusto Cavadi ha volato alto avviando una sessione di ‘filosofia in pratica’ sul tema controverso della felicità (riporto anche qui il link della sua introduzione). Riflessione alla quale hanno donato il proprio contributo tutti i presenti:
     Caterina ha sottolineato di essere d’accordo con la Costituzione Usa che sancisce il diritto dei singoli alla felicità, in quanto lo Stato ha il dovere di creare le condizioni per una felicità possibile; mentre Pietro è infastidito da questa sorta di diktat giuridico e ritiene che, comunque, il coinvolgimento verso il dolore altrui ci renda più ricettivi ed empatici; anche Anna pensa che il diritto sancito nella Costituzione statunitense sia una sorta di ‘obbligo’ e ritiene che la Felicità è essere in una certa condizione, magari  diversa per ognuno.
       Gabriella ha condiviso una sua esperienza durante un viaggio nel Mar Rosso, sottolineando che il rapporto pieno con la Natura può renderci felici e che chi ha figli ha il dovere di creare le condizioni per la loro felicità; per Giulia la felicità è accontentarsi delle piccole cose, affrontare – quasi stando a galla – la vita con saggezza e leggerezza; Paola ha detto che è importante sentire armonicamente i confini propri e degli altri e ha legato la percezione della Felicità alla capacità di provare emozioni, anche dolorose, sentirsi comunque ‘vivi’…
      Samuela ha poi sottolineato quanto il proprio carattere possa essere condizionante: ci sono persone ‘naturalmente’ felici in condizioni difficili e altre ‘naturalmente’ infelici in situazioni ottimali; ha poi affermato quanto trovare il proprio ‘daimon’, la propria ispirazione, la propria vocazione e passione di vita possa influire nell’abitare la Felicità.
     Per Maurilio spesso confondiamo la Felicità con gli eventi, con il ruolo dell’Eroe e del Vincente a tutti i costi, mentre, a suo parere, la Felicità è diluita nel percorso della vita, quasi a prescindere dai risultati: raggiungere un traguardo ci rende contenti, non felici.
    Valentina riflette sul fatto che forse solo la perdita di un figlio è l’unica esperienza umana incompatibile con la Felicità… per il resto la Felicità è compatibile con qualsiasi altra esperienza, anche dura, anche difficile, se attingiamo alla resilienza, al nocciolo duro che c’è in ognuno di noi. Lo Stato sociale è poi indispensabile ma non deve assolutamente legare Felicità e merito.
    Anche per M. lo Stato dovrebbe garantire condizioni di vita equa per tutti. La Felicità per lei è sentirsi presenti, vivi, qui e ora con tutto quello che c’è e inglobarlo dentro di sé. Felicità: sprazzi che arrivano se siamo in condizione di percepirli, specie se ci si sente “in connessione e al sicuro”.
   D’accordo con lei Giovanna, che sottolinea come Madre Teresa o i Medici senza Frontiere siano sereni pur operando in mezzo a tragedie.
     Federica ricorda l’etimologia del termine Felicità, che deriva da fertile: come un terreno è fertile se accoglie ciò che vi viene seminato, permettendo anche la crescita di erbacce magari necessarie all’ecosistema, così ciascuno dovrebbe fare spazio a tutto ciò che la natura semina in lui/lei: idee, persone, gesti… senza l’ansia di creare il giardino più bello, non escludendo a priori il dolore.
     Luisa ci ha donato una bella affermazione di Giaime Pintor: “Felicità è aiutare qualcuno a sollevarsi…”
     Per Giorgio la questione della Felicità somiglia ai dibattiti sulla Grazia divina: il volere di Dio serve, ma se non c’è disponibilità personale ad accoglierla il dono è sterile… La Felicità è dunque un movimento duplice, qualcosa che accade, ma che ci dobbiamo anche conquistare… Allora, citando anche Scoto Eriugena “un bravo pittore fa gioco di chiaroscuro” – la Felicità è dialettica di luce e ombra e si costruisce insieme…
    E poi sono intervenuti: Roberto, che richiama l’attenzione alla distorta definizione di Felicità data da Google, e manifesta gratitudine verso le riflessioni del buddismo che mettono in guardia da attaccamento, avversione e ignoranza; Camillo, che sottolinea quanto sia difficile parlare di qualcosa così difficile da definire… e azzarda comunque un’idea di Felicità legata al soddisfacimento di bisogni anche complessi; Gigi, secondo cui comunque lo Stato deve garantire le condizioni di base della Felicità; Maria, che afferma come la cosa peggiore sia chiudersi alla Vita e ricorda il nostro detto siculo “Buon tempo e malu tempo non dura tutto il tempo”, Claudia, che sottolinea come la Felicità sia legata ai desideri…
(Mi scuso se non ho riportato in modo esauriente e corretto il pensiero di ciascuno/a)

Felicità:
Connessione feconda
Grembo di Cura
Sprazzi di Luce nel buio…
Grazie

mercoledì 7 giugno 2023

Prima o poi...

P.Picasso: Donna che piange, 1937 (Tate Gallery - London)
       Prima o poi, dopo mesi o interminabili anni, ogni guerra deve pure finire – pensava nostra signora mentre stendeva magliette o, presa da primaverile sacro furore, puliva anfratti nascosti dove nugoli di polvere giacevano indisturbati.
     E allora perché non farla finire prima? Sovente nostra signora pensava con angoscia alle migliaia di madri, spose, sorelle alle quali le guerre avevano ucciso figli, sposi, fratelli… questi lutti, perché?   
        Nell’attuale guerra in Ucraina, dove sì c’è stato un aggredito e un aggressore, non c’era o non c’è un modo diverso di risolvere il conflitto? Perché continuare a utilizzare armi letali come ‘parola’ dei conflitti? Vincerà il migliore, il più buono, quello che incarna il bene? Ammesso che sì, a che prezzo?  
      O vincerà chi ha la migliore strategia militare e più strumenti di morte? E se si ricorrerà ad armi ancora più terribili, che succederà per la salute del pianeta e degli esseri umani? 

Maria D'Asaro
Qui le parole poetiche dell’immensa Wislawa

domenica 4 giugno 2023

Il bacio, da millenni incontrastato segno d'amore

      Palermo – Immortalato da quadri celebri come quelli di Francesco Hayez e di Gustave Klimt, il bacio è il più diffuso e significativo gesto di amore dell’umanità, sia come segno di attrazione nell’ambito erotico/sessuale sia come momento di effusione amorevole tra genitori e figli o in altre relazioni affettuose.
     Che fosse praticato anche nell’antichità lo si sapeva da tempo. Aveva già fornito prova storica della pratica del bacio a sfondo erotico un manoscritto dell’Età del bronzo, risalente a circa 3.500 anni fa, proveniente da territori poi diventati l’odierna India. Lo studio pubblicato qualche settimana fa sulla rivista Science dagli studiosi Sophie Lund Rasmussen e Troels Pank Arbøll, delle Università di Oxford e di Copenaghen, dimostra ora che i baci ‘romantici’ erano già praticati circa 4.500 anni fa nell’antica Mesopotamia.
“Nell'antica Mesopotamia, che corrisponde all'attuale Iraq e Siria, si usava scrivere in caratteri cuneiformi su tavolette di argilla” - racconta Troels Pank Arbøll - “Molte migliaia di queste tavolette di argilla sono sopravvissute fino ad oggi e contengono chiari esempi del fatto che il bacio era considerato parte dell'intimità romantica già nei tempi antichi, oltre che dei rapporti di amicizia e delle relazioni familiari”.
Il bacio, di F.Hayez
    “I primi riferimenti al bacio si trovano nelle narrazioni mitologiche sul comportamento degli dei. Poco dopo (soprattutto all’inizio del secondo millennio a.C.) troviamo chiari riferimenti al bacio in documenti privati” - continua Troels Pank Arbøll.
   I ricercatori affermano poi che non bisogna pensare che il bacio sia stata una modalità di contatto affettivo sviluppata in una singola regione, dalla quale si sarebbe poi diffusa, ma è probabile che, per millenni, invece sia stata praticata in più culture antiche. Come afferma la coautrice dell’articolo Sophie Lund Rasmussen, ciò suggerisce che questa pratica “è un comportamento fondamentale negli esseri umani, il che spiega perché si può trovare (in alcune delle sue sfaccettature) in tutte le culture”.
    Precedenti studi avevano poi ipotizzato che il bacio, come segno di un’intesa sessuale, si sia diffuso ed evoluto anche allo scopo di valutare gli aspetti dell’idoneità di un potenziale compagno, attraverso segnali chimici comunicati nella saliva o nel respiro. Ovviamente, oltre alla recezione chimica di una buona intesa, baciarsi sviluppava al contempo i sentimenti di attaccamento.
    Inoltre, il bacio è diffuso anche tra alcuni animali, come bonobo e scimpanzé, i ‘parenti’ viventi più stretti dell’uomo. 
Il bacio, di G.Klimt (particolare)
    Pare comunque che il bacio erotico e non puramente affettuoso già 4.500 anni fa fosse malvisto fuori dal matrimonio. I ricercatori hanno individuato un racconto, sempre nelle tavolette della Mesopotamia, che riferisce di una donna «quasi traviata dal bacio di un altro uomo» che non era il marito. Simili divieti, presumibilmente introdotti per motivi morali, probabilmente servivano, inconsapevolmente, anche a scopi igienici, offrendo a chi non dava né riceveva baci un grado di protezione della salute. I due ricercatori ricordano infatti che patogeni comuni “possono infettare gli umani attraverso la saliva rendendo il bacio una potenziale via d'infezione”.
    Secondo gli autori della ricerca, non è però da sopravvalutare negativamente l’effetto collaterale del bacio nella diffusione di virus tra gli esseri umani: infatti, visto che la pratica si è presto diffusa e radicata in molte società del passato, i suoi effetti nella trasmissione di patogeni sono stati più o meno costanti ed è perciò improbabile che possa essere stato un innesco decisivo della diffusione di particolari malattie, anche se pare ormai dimostrato il ruolo decisivo della pratica del bacio nella diffusione del virus HSV-1, responsabile dell’herpes labiale come lo conosciamo oggi.
    Una ricerca curata l’anno scorso dall’Università di Cambridge ha suggerito infatti che il ceppo del virus HSV-1 sia sorto circa 5.000 anni fa in seguito alle grandi migrazioni verso l’Europa dalle steppe eurasiatiche. La diffusione dell’herpes simplex nel Neolitico, rilevata nel DNA di quel tempo, potrebbe aver coinciso con l’avvento dei baci erotici. In ogni caso né l’herpes né nessun’altra malattia contagiosa sono riusciti a fermare una delle pratiche che meglio esprime l’afflato erotico/affettivo della società umana.
E allora, adesso che finalmente la minaccia del contagio da Covid 19 sembra più mitigata e lontana, come canta Lorenzo Cherubini alias Jovanotti, baciam(oc)i ancora, perché E l'amore che detta ogni legge…Tutto il resto è un rumore lontano/Una stella che esplode ai confini del cielo.

Maria D'Asaro, 4.6.23, il Punto Quotidiano


venerdì 2 giugno 2023

La Repubblica italiana ripudia la guerra...


 dal sito del Movimento nonviolento

Nella Pacem in Terris, papa Giovanni XXIII definì la guerra, in latino bellum “alienum a ratione”. Si riporta qui un passo dell’enciclica:

9. Ci è pure doloroso costatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche; gli stessi cittadini di quelle comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi; mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza, private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico e al loro progresso sociale.

Gli armamenti, come è noto, si sogliono giustificare adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile, non può essere che la pace fondata sull’equilibrio delle forze. Quindi se una comunità politica si arma, le altre comunità politiche devono tenere il passo ed armarsi esse pure. E se una comunità politica produce armi atomiche, le altre devono pure produrre armi atomiche di potenza distruttiva pari.

60. In conseguenza gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico. Inoltre va pure tenuto presente che se anche una guerra a fondo, grazie all’efficacia deterrente delle stesse armi, non avrà luogo, è giustificato il timore che il fatto della sola continuazione degli esperimenti nucleari a scopi bellici possa avere conseguenze fatali per la vita sulla terra.

Per cui giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci. "Non si deve permettere — proclama Pio XII — che la sciagura di una guerra mondiale con le sue rovine economiche e sociali e le sue aberrazioni e perturbamenti morali si rovesci per la terza volta sull’umanità" [48].

61. Occorre però riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità.

62. È un obiettivo reclamato dalla ragione. È evidente, o almeno dovrebbe esserlo per tutti, che i rapporti fra le comunità politiche, come quelli fra i singoli esseri umani, vanno regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma nella luce della ragione; e cioè nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante.

È un obiettivo desideratissimo. Ed invero chi è che non desidera ardentissimamente che il pericolo della guerra sia eliminato e la pace sia salvaguardata e consolidata?

(Pacem in Terris, Enciclica di Giovanni XXIII, 11 aprile 1963)


domenica 28 maggio 2023

Caro don Milani... lettera da una prof

                                 
Palermo - Caro don Milani, 
                                                                        se sono diventata un’insegnante è stato un po’ anche merito suo: leggere Lettera a una professoressa mi ha così intrigata e commossa da indurmi, appena laureata, a lasciare un redditizio lavoro in un’azienda di credito per fare la docente nella scuola media, convinta che insegnare in un certo modo potesse contribuire, se non a cambiare il destino del mondo, almeno a migliorarlo un pochino.
      “La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde.” “Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali tra disuguali.” “Voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri”: queste affermazioni provano la sua fede adamantina nell’assoluta eguaglianza di base dei ragazzi, sul fatto che le loro differenze nell’apprendere derivino essenzialmente dalla diversità dei loro contesti economico-culturali di provenienza. Di conseguenza, si è sempre battuto per dare ai ragazzi pari opportunità di accesso all’istruzione, perché tutti potessero avere diritto alla parola e alla cultura e diventare così uomini migliori e cittadini consapevoli.
    Le sue prospettive educative e didattiche hanno segnato il mio percorso. E mi hanno spinta a cercare con ostinazione e speranza una chiave di accesso al cuore e alla mente degli alunni, specie se ‘difficili’... Purtroppo, non sono riuscita a tenere tutti i ragazzi a scuola: mi rimprovero ancora perché, da psicopedagogista, non sono stata capace di impedire la fuga di A., che poi, da adulto, è finito dentro mura dalle quali sarà difficile uscire... Per fortuna, grazie anche a colleghe competenti e illuminate, altri alunni, nonostante difficoltà di ogni genere, sono riusciti ad andare avanti nello studio.
    Ma a Barbiana, grazie alla scuola a tempo pieno e alla sua encomiabile opera di promozione umana e sociale, i ragazzi non si perdevano. Ecco il ‘manifesto’ che lei e i suoi alunni avete proposto nel celebre testo scritto insieme: “Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme: Primo: Non bocciare. Secondo: A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo. Terzo: Agli svogliati basta dargli uno scopo”.
     E non mancavate di sottolineare: “La Costituzione, nell’articolo 34, promette a tutti otto anni di scuola. Otto anni vuol dire otto classi diverse. Non quattro classi ripetute due volte ognuna (…) Dunque oggi arrivare a terza media non è un lusso. É un minimo di cultura comune cui ha diritto ognuno.” 
Purtroppo, denunciavate ancora nel vostro libro collettivo: “Ai poveri fate ripetere l’anno. Alla piccola borghesia fate ripetizione. Per la classe più alta non importa, tutto è ripetizione”. E affermavate con forza: “É solo la lingua che fa uguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli”
    Voi sì che volavate alto: “Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo. Cioè che vada bene per credenti e atei. (…) Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola?” E ancora: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.”
    Caro don Lorenzo, in questi giorni ricordiamo i cent’anni dalla sua nascita e i cinquantasei anni dall’uscita della Lettera a una professoressa, nel maggio 1967, un mese prima della sua morte prematura, avvenuta il successivo 26 giugno.
    Ma ricordiamo anche i cinquantasette anni del testo a favore dell’obiezione di coscienza al servizio militare: L’obbedienza non è più una virtù, scritto nel 1965, quando chi si rifiutava di fare il servizio militare era punito col carcere. 
   Anche per questa sua presa di posizione, lei non ha avuto una vita facile: è stato osteggiato, calunniato e isolato anche nella Chiesa cattolica, che lei amava e di cui si sentiva servitore. Ha affrontato dure critiche e anche un processo giudiziario, continuando a fare scuola sino ai suoi ultimi giorni di vita. Riferendosi a suoi alunni, ha confessato, nel suo testamento spirituale: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto.”
    Papa Francesco ha scritto parole bellissime su di lei, parole che le rendono un meritato tributo: “La sua inquietudine non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che talvolta veniva negata. La sua era un'inquietudine spirituale alimentata dall'amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società e per la scuola che sognava sempre più come un "ospedale da campo" per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati e gli scartati”.
    Caro don Milani, nella scuola di oggi, così confusa e convulsa, forse vittima di mode e riforme poco formative, l’auspicio è che si realizzi il motto affisso all’ingresso della scuola di Barbiana: I care, mi importa, mi interessa, mi sta a cuore… Se oggi educatori e politici, donne e uomini di buona volontà mettessero in pratica il suo I care, sicuramente il mondo sarebbe più vivibile, più giusto e umano.

Maria D'Asaro, 28.5.23, il Punto Quotidiano

giovedì 25 maggio 2023

Ministero della Pace: un'utopia concreta...

      Pasquale Pugliese, già segretario nazionale del Movimento Nonviolento, è intervenuto il 6 maggio a Bologna all'evento "Ministero della Pace, una Politica per il Futuro". 

Quale ruolo e funzioni rispetto al disarmo dovrebbe avere questo nuovo Ministero?

«In questa fase, nella quale lo stesso ministero della "difesa" si caratterizza sempre di più come ministero della "guerra" – più che sulle funzioni del Ministero della Pace, sarebbe necessario ragionare sui mezzi per realizzarlo, e autenticamente, come fine».

«Credo sia necessario lavorare contemporaneamente, sui mezzi e sul fine, per costruire una cultura politica di pace, fondata sulla nonviolenza e il disarmo, che abbia come esito, anche il riconoscimento istituzione di un ministero ad essa dedicato; politiche portate avanti oggi dal basso, attraverso forme di lotta e di impegno nonviolento delle relative campagne, affinché diventino domani autentiche politiche di pace dei governi del nostro paese. Ossia coniugare “pacifismo giuridico” e “pacifismo strumentale”, secondo la distinzione proposta da Norberto Bobbio».

«In questo senso il fine del ministero della pace – e quindi di istituzioni autenticamente pacifiste, secondo lo spirito e la lettera della Costituzione – dovrebbe essere conseguente (e coerente) all’impostazione di politiche attive di pace, cioè di disarmo e riconversione sociale delle spese militari, di riconversione civile dell’industria bellica e adesione al Trattato per la messa al bando delle ami nucleari, di costrizione della difesa civile non armata e nonviolenta e dei corpi civili di pace. Sul tema delle risorse sulle quali dovrà e potrà contare il futuro ministero, a mio avviso, sono da spostare dalle risorse risparmiate attraverso i processi di disarmo e di drastico taglio alle spese militari».
(...)
continua nel blog del Movimento nonviolento di Palermo

martedì 23 maggio 2023

Egregio dottor Falcone

Egregio dottor Falcone,
                                          oggi non c’ero al corteo che ogni 23 maggio commemora la strage che a Capaci ha ucciso lei, sua moglie Francesca Morvillo, i poliziotti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. 
     Non c’ero perché l’età avanza, perché ero perplessa sull’organizzazione… ma non c’ero soprattutto perché nel pomeriggio ero in un carcere della città a parlare di lei, di Peppino Impastato, di impegno civile, ma anche di poesia e letteratura…È stata letta insieme la poesia di Peppino Lunga è la notte e poi la splendida poesia/invocazione di Umberto Santino Ricordati di ricordare: Ricordati di ricordare coloro che caddero lottando per costruire un’altra storia e un’altra terra ricordali uno per uno perché il silenzio non chiuda per sempre la bocca ai morti e dove non è arrivata la giustizia arrivi la memoria e sia più forte della polvere e della complicità. 
     C’ero diversamente, caro dottor Falcone…
Maria D'Asaro

                                                                 Antonio Montinaro


                                                               Vito Schifani
                                                         
              
                                                                   Rocco Dicillo