domenica 24 maggio 2026

Le gravi conseguenze della 'cecità verde'

          Palermo – Cosa è la cecità vegetale? La definizione plant blindness (letteralmente cecità alle piante) è stata utilizzata per la prima volta nel 1999 dagli studiosi di botanica statunitensi Elisabeth Schussler e James Wandersee per indicare la diffusa tendenza umana a ignorare le piante dell’ambiente circostante e l’incapacità di conoscerne e apprezzarne le caratteristiche. Ma cecità verde è anche disconoscere l’importanza della vita vegetale per l’intera biosfera e per l’umanità.
Secondo i due ricercatori, il nostro sistema occhio-cervello che filtra ogni giorno circa 10 milioni di bit di dati al secondo da ciò che vediamo, tende quindi a scartare la maggior parte delle informazioni sulle piante. Perché? 
       Per ragioni sia ‘naturali’ sia apprese culturalmente. Le ragioni ‘naturali’ sono legate al fatto che, nel nostro cammino evolutivo, abbiamo imparato a concentrarci e a dare priorità al movimento, ai colori variabili e agli oggetti familiari. In particolare poi la nostra attenzione è stata indirizzata soprattutto sugli animali perché, sia come predatori sia come nostre prede, il rapporto con essi è stato sempre essenziale per la nostra sopravvivenza. Ci sono anche motivazioni bio-comportamentali, legate al nostro zoo-centrismo: come primati, tendiamo infatti a notare le creature che ci sono simili, che riconosciamo facilmente, alle quali assegniamo nomi e caratteristiche, verso cui mostriamo spesso empatia.
   Quindi è come se fossimo ‘predisposti’ a non vedere le piante, generalmente percepite come sfondo monocromatico ‘innocuo e amorfo’, addossate le une alle altre e per noi indistinguibili, a nostro avviso prive di movimento e, soprattutto, generalmente per noi del tutto innocue.
     Anche la cultura incide sul grado di ‘cecità verde’ delle nostre società, influenzate da una formazione antropocentrica: l’uomo (e gli animali) sono considerati il vertice evolutivo, mentre è misconosciuto il ruolo fondamentale che le piante hanno avuto e continuano ad avere per la vita nel nostro pianeta. Inoltre, a ignorare il verde ha contribuito anche la crescente urbanizzazione.
   I ricercatori sottolineano poi le conseguenze negative causate dalla cecità verde, la prima delle quali è l’indifferenza verso l’estinzione di tante specie vegetali. È stato calcolato che sebbene le piante costituiscano  il 57% delle specie naturali a rischio estinzione, alla loro cura e tutela viene assegnato però solo il 3,86% dei finanziamenti per le specie a rischio.  Eppure le piante costituiscono circa l’80% della biomassa del nostro pianeta, svolgono ruoli essenziali in quasi tutti gli ecosistemi e supportano gli esseri umani e gli animali fornendo riparo, ossigeno e cibo.
    Schussler e Wandersee  ritengono inoltre che, nel loro Paese, la cecità alle piante abbia portato a un deficit complessivo nella ricerca e nell'istruzione nel campo della scienza delle piante: la ricerca in scienze vegetali è stata tagliata, l’interesse per le specializzazioni in botanica è diminuito, sono stati chiusi corsi di biologia vegetale e si è verificata in generale una minore attenzione per la conservazione delle specie vegetali rispetto a quelle animali.


   I due ricercatori sono anche autori di Prevent Plant Blindness, uno studio di prevenzione dove suggeriscono alcune strategie per superare la ‘cecità vegetale’, sottolineando che è fondamentale innanzitutto ‘far innamorare’ i bambini delle piante aumentando le loro interazioni con il mondo verde.  Hanno poi proposto a diversi insegnanti di biologia di presentare ai loro studenti un numero uguale di esempi di piante e animali per aumentare la familiarità e l’interesse dei ragazzi con il mondo vegetale, di ribadire l’importanza del mondo vegetale per la nostra sopravvivenza, sensibilizzando gli studenti sui servizi vitali forniti dalle piante, di invitare i ragazzi a coltivare una pianta dal seme e a monitorarne lo sviluppo.
    La loro ricerca ha dimostrato che attività creative che coinvolgano le piante, come la narrazione, l’arte e i giochi di ruolo possono aiutare a rafforzare il rapporto tra i bambini e le piante. È stata anche incoraggiata una maggiore rappresentazione delle piante nei libri di testo di educazione scientifica, in particolare in quelli di biologia delle scuole superiori. 
    Infine, la dottoressa Sara Antonazzo, autrice di progetti di educazione e terapia basata sulle piante, fornisce nel suo blog (https://www.vitaminaesse.com) suggerimenti utili per il superamento della cecità verde. Eccoli:
“Comincia a rallentare ed esercitati a prestare attenzione: quando cammini osserva gli alberi, impara a riconoscerli: scoprirai che esiste un’enorme varietà di forme, colori, strutture. (…)
Circondati di verde! Coltiva una pianta sul balcone o in casa e osservala mentre cresce, cambia e si sviluppa…questo esercizio ti mette in contatto con un tempo diverso, più lento e ti insegna a guardare le cose con più attenzione.
Parla di piante. Informati, leggi libri, fai domande, cerca artisti, poeti e botanici che raccontano in vari modi il mondo vegetale…scoprirai che ogni pianta ha una storia e un significato. La prossima volta che ti trovi in mezzo al verde, prova a cambiare prospettiva. Non pensare alle piante come ‘parte del paesaggio’. Guardale per quello che sono: abitanti silenziosi ma fondamentali della Terra.
Vedere davvero le piante è un atto rivoluzionario. Significa riconoscere che non siamo soli, che siamo parte di un intreccio di vita molto più vasto e complesso e che per salvarlo dobbiamo prima imparare a vederlo, conoscerlo e amarlo”.

Maria D'Asaro, 24 maggio 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 22 maggio 2026

La magia della pozzanghera

      In un anfratto della stradina che collega casa sua alla vicina stazione metropolitana, quando piove si forma una consistente pozza d’acqua.   
       Pozzanghera che permane per giorni, specie in inverno, soprattutto se alimentata da piovaschi frequenti. A nostra signora quel minuscolo tratto di acqua stagnante fa simpatia. Per una strana alchimia di pensieri, le ricorda uno specchio descritto da Natalia Ginzburg “ho visto una volta passare per strada un carretto con sopra uno specchio, un grande specchio dalla cornice dorata. Vi era riflesso il cielo verde della sera, e io mi sono fermata a guardarlo mentre passava, con una grande felicità e il senso che avveniva qualcosa di importante…”
Cosa c’entrasse poi, la pozza liquida con Natalia e il suo specchio verde e splendente… Proprio niente.         Invece sì, qualcosa c’entrava: camminando per quella strada silenziosa e solitaria, nostra signora captava pensieri scintillanti ed onirici da trasformare in ruscelli di parole. Felici.

martedì 19 maggio 2026

Trasparenze

      Da venerdì 15 maggio a venerdì 22 maggio 2026, a Palermo, alla ex Real Fonderia Oretea, mostra collettiva delle allieve e degli allievi talentuose/i  della libera scuola delle arti visive MIALO' Art.
       


















domenica 17 maggio 2026

I pizzini della NoMafia: ricordati di ricordare

          Palermo – “Ricordati di ricordare/coloro che caddero/lottando per costruire/un’altra storia/e un’altra terra/ricordali uno per uno/perché il silenzio/non chiuda per sempre/la bocca dei morti/e dove non è arrivata/la giustizia/arrivi la memoria/e sia più forte/della polvere/e della complicità”.
       Con quest’invocazione poetica, un invito pressante e accorato a ricordare chi è stato ucciso dalla mafia, si apre il primo dei due “pizzini della NoMafia” (Di Girolamo, Trapani, 2026) che s’intitola appunto Ricordati di ricordare. Ne è autore Umberto Santino, uno dei maggiori studiosi italiani della mafia, fondatore a Palermo, con la moglie Anna Puglisi, del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato e poi del No Mafia Memorial.
Perché il nome ‘pizzini’ a questi piccoli libretti, dal formato tascabile cm 10x15? 
Perché, come è scritto in terza di copertina in Ricordati di ricordare, si tratta di ‘pizzini al contrario’: “non messaggi segreti tra mafiosi, ma messaggi pubblici e trasparenti, rivolti a cittadini, scuole, associazioni… Pensati per stare in tasca e arrivare ovunque, i Pizzini della NoMafia sono libri che illuminano coscienze contro il buio dell’omertà”.
      “La lotta alla mafia comincia dalla memoria… La memoria è il primo atto di resistenza civile…Ricordare significa custodire i nomi, i volti, le storie: significa restituire dignità a chi è stato colpito dalla violenza mafiosa e responsabilità a chi oggi vive in una società civile che non può permettersi l’oblio” si legge poi in quarta di copertina. 
        La lirica di Umberto Santino, che snocciola l’infinita litania dei nomi dei morti ammazzati dalla mafia, suscita in chi legge sdegno e commozione: tante le vittime già dal 1891-94, nel corso dei primi Fasci siciliani dei lavoratori, movimento a cui parteciparono contadini e operai in lotta per migliorare le loro precarie condizioni di vita… Lotte continuate con grande tributo di sangue nel primo ventennio del ‘900 e dopo la seconda guerra mondiale. 
   Anche la scrivente, che nella doppia veste di insegnante di storia e di siciliana quei nomi in gran parte li conosce, resta ancora esterrefatta per l’altissimo numero di contadini, sindacalisti, sindaci, consiglieri comunali, magistrati, poliziotti, funzionari pubblici, carabinieri, preti, donne, cittadine e cittadini che hanno pagato con la vita l’opposizione alla violenza mafiosa.
Nella seconda parte del libretto, il professore Andrea Cozzo, già docente di Letteratura greca all’Università di Palermo, sottolinea la possibile contiguità tra mafia e sistema patriarcale e riscrive Ricordati di ricordare sostituendo i nomi e le azioni dei protagonisti maschi con quelli di donne di tutte le epoche - dalla Grecia antica ai nostri tempi - che hanno lottato sia per il superamento del patriarcato che per costruire azioni di intermediazione nonviolenta e di pacificazione. 
“E con la mafia a che punto siamo?” - con questa domanda che i ‘forestieri’ rivolgono spesso ai siciliani, inizia Liberarsi dalla mafia: il secondo pizzino (62 paginette dense di contenuti basilari) scritto da Augusto Cavadi, co-fondatore nel 1992 della ‘Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone' e autore di numerosi testi sulla mafia. 
      All’ipotetico quesito il professore Cavadi risponde che, sebbene in difficoltà sul piano militare e organizzativo, la mafia non è affatto sconfitta, in quanto può ancora contare su un tessuto economico e sociale da cui trarre sostegno.
   Cosa può fare allora ciascuno/a di noi per contrastarla? 
Innanzitutto accendere i fari dell’intelligenza: informarsi, documentarsi e comunicare in modo corretto ed efficace alle persone, ai giovani soprattutto, in cosa consiste veramente la mafia; cercare poi di spezzare le relazioni tra mafia e politica e boicottare l’economia tossica e alimentare quella pulita, ad esempio privilegiando acquisti nei negozi che rifiutano di pagare ‘il pizzo’.
   Indispensabile infine rifiutare la ‘cultura’ e i valori mafiosi, educandosi a vivere diversamente: “là dove si esalta l’esteriorità… contagiare il fascino dell’interiorità; là dove si esalta l’ascesa sociale…contagiare il fascino della solidarietà sociale;(…) là dove si esalta il linguaggio della violenza… contagiare il fascino della gestione nonviolenta dei conflitti; là dove si pratica lo sfruttamento dei minori e degli animali… contagiare il rispetto sacrale verso i più inermi tra i viventi; là dove si esalta l’obbedienza cieca agli ordini e ai divieti, contagiare il diritto al discernimento…”
Nell’approssimarsi del 34° anniversario della strage di Capaci, il tritolo sull’autostrada che nel 1992 assassinò il giudice Giovanni Falcone, la moglie, il magistrato Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, i pizzini NoMafia ci aiutano a coltivare la memoria, la conoscenza, l’impegno: stelle polari per un’antimafia concreta, efficace ed autentica.
    I pizzini della No Mafia sono stati presentati giovedì 14 maggio scorso a Torino, al Salone internazionale del libro. 


Maria D'Asaro, 17 maggio 2026, il Punto Quotidiano


giovedì 14 maggio 2026

Mammina...


Forse

sorridi guardando

il mio giardinetto

fragile, minuscolo, provvisorio, colorato?

Mammina…    










(oggi il tuo compleanno...)

martedì 12 maggio 2026

Comunità energetiche per bollette più leggere

       Palermo – CER, CER… ma di cosa si tratta? Pare che solo un italiano su due abbia sentito nominare quest’acronimo, e che soltanto circa il 15% della popolazione sa di cosa si tratti veramente. Una CER è una Comunità Energetica Rinnovabile: cioè un’associazione giuridica autonoma in cui, su base volontaria, si associano privati cittadini, condomini, piccole e medie imprese, cooperative, enti del terzo settore, enti locali per dotarsi di uno o più impianti comuni per produrre, condividere e gestire energia da fonti rinnovabili. La base giuridica delle Comunità Energetiche Rinnovabili si deve alla direttiva dell’Unione Europea 2001/2018 (RED II), recepita nel nostro paese attraverso l’art.42 bis del D.L. 162/2019 e poi con il D. L. 199/2021.
          Lo scopo di una CER, dal punto di vista energetico, è quello di favorire l’auto-bilanciamento locale tra produzione e consumo di energia elettrica, incentivando i consumatori a usufruire dell’energia elettrica nelle ore di produzione da fonti energetiche rinnovabili. Tutto ciò consente di pagare meno in bolletta e ridurre le emissioni di gas climalteranti. Chi aderisce a una CER, infatti, investe nella realizzazione di impianti energetici rinnovabili come il solare e, quando possibile, in una certa misura anche l'eolico (mini-eolico).  Così i membri di una CER riducono i costi energetici e possono accedere a opportunità di finanziamento per ridurre il costo iniziale di costruzione dell’impianto; inoltre l’energia rinnovabile prodotta delle CER riduce la dipendenza dai fornitori esterni di energia. Questa indipendenza migliora la sicurezza energetica, stabilizza l'approvvigionamento e favorisce uno ‘scudo di protezione’ rispetto alle fluttuazioni dei prezzi dell'energia. 

    Per ottenere gli incentivi, produttori e consumatori devono trovarsi all'interno della stessa area servita da una singola cabina primaria, punto di snodo della rete nazionale, che trasforma l'alta tensione in media per la distribuzione locale. 
      In Italia, al 30 settembre scorso, sono state censite circa 600 tra CER e altre iniziative di autoconsumo collettivo. Però, in termini energetici, la capacità installata dei nuovi impianti a fonti rinnovabili associati alle CER è ancora modesta.
In Sicilia le CER sono circa 70. La CER Etna è una delle più attive nella Sicilia orientale, nella valle del fiume Simeto. La cabina energetica primaria della CER Etna copre i comuni di Ragalna, Santa Maria di Licodia, Paternò, Belpasso, Biancavilla. I soci della CER Etna sono centosessanta e comprendono singoli cittadini, associazioni, piccole aziende e anche un santuario. Ecco cosa ha detto il 29 aprile scorso don Achille Morabito, dell’Opera don Orione di Paternò, al giornalista Maurizio Di Lucchio, del TG3 della regione siciliana: “La nostra congregazione ha preso a cuore quanto papa Francesco ha scritto nell’enciclica Laudato sii: ne abbiamo colto il messaggio centrale che è quello di riscoprire un’ecologia integrale, che è profondamente legata anche alla giustizia sociale”.
     Ha aderito alla Comunità energetica anche un Istituto di formazione professionale: la direttrice didattica, professoressa Maria Gabriella Cirino, ha sottolineato che si programmeranno percorsi disciplinari di sensibilizzazione alla transizione ecologica e alla sostenibilità energetica.
Carmelo Caruso, che fa parte del Presidio partecipativo Simeto, ha sottolineato che le CER solidali (laddove il contributo iniziale per la realizzazione dell’impianto fotovoltaico è finanziato da fornitori terzi ‘pro bono’) possono essere di aiuto alle famiglie più povere che hanno difficoltà a pagare le bollette. 
     La CER Etna ha in programma la realizzazione di un impianto fotovoltaico collettivo. Il suo presidente, l’ingegnere Francesco Muzzicato, ha già ripartito ai soci i primi introiti riconosciuti dal GSE (Gestore dei Servizi Energetici, Spa controllata dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, che promuove lo sviluppo sostenibile, l'efficienza energetica e le fonti rinnovabili in Italia): “La particolarità della CER Etna è quella di avere un modello di ripartizione che privilegia le persone fragili” – ha dichiarato al TG3 siciliano.
    Prendersi cura dell’ambiente, favorire partecipazione sociale e sostenere i più deboli: serve altro per convincere cittadini ed enti locali a implementare tale modello energetico?

Maria D'Asaro, 10 maggio 2026, il Punto Quotidiano

domenica 10 maggio 2026

Lettere a un bambino poi nato...

(...)  – Signora, bisogna fare subito il cesareo: stiamo preparando la sala operatoria – mi comunicava intanto una dottoressa. 
Quanto tempo perso con la ginnastica preparto, con la concentrazione e gli esercizi di respirazione… E la curandera di san Pedro de Atacama che diceva che partorire è l’evento più naturale del mondo… Al diavolo il parto naturale e gli esercizi di respirazione. L’importante era che tu stessi bene. 
– Dov’è la borsa con i vestiti del bambino? Si sbrighi, vada a prenderla, la dia alla collega e poi entrerà in sala operatoria… – 
– Dov’è mio marito? – 
– Ora arriverà non si preoccupi, tranquilla… I battiti scendono, rapidi, tiriamolo fuori… 
– Dov’è mio marito? – 
    Mi sentivo in una terra di nessuno, senza un volto familiare che mi rassicurasse… Perché non ho chiesto a mamma di venire?... Perché non ho chiamato Zahira? Il bruciore di un ago nel braccio sinistro, dove mi hanno inserito anche una cannula. Poi ho immaginato la risacca del mare… ecco la spiaggetta vicina alla mia casa di bambina… che voglia di immergermi… entravo nell’acqua salata… Intanto un camice bianco mi stringeva la mano – Tranquilla, signora, tranquilla…  – Poi il buio. 
Quando ho riaperto gli occhi, ho sentito la voce di una dottoressa: – Eccolo! È un maschietto. –
   Finalmente eri su di me, sul mio braccio sinistro, sopra il cuore. Un cucciolo d’uomo con una testolina piena di capelli scuri e sottili e gli occhietti socchiusi. C’eri!  Mi pare che per un istante tu abbia aperto gli occhi e mi abbia regalato il primo dei tuoi meravigliosi sorrisi. Poi li hai richiusi e qualcuno ti ha portato via per i controlli di routine. 
   Dopo un certo tempo, mi hanno portata in reparto. Ti hanno riportato sul mio cuore. Qualche istante dopo è entrato papà, si è chinato su di te e su di me... L’ho sentito confuso e commosso: ti ha accarezzato la testolina, mentre in una mano stringeva ancora la borsa con il tuo corredino…
   Non so che cosa si prova quando si fa un’importante scoperta scientifica. Quando si scopre magari che una nuova molecola può guarire chi soffre per una grave malattia. Chissà come ci si sente quando ti danno il Nobel o vinci un torneo sportivo internazionale…Quando ti hanno poggiato sul mio cuore, mi sono sentita così e ancora meglio: sazia di vita. (...)

Maria D'Asaro Lettere a un bambino poi nato Diogene Multimedia, Bologna, 2025, pp.21,22




venerdì 8 maggio 2026

Ciao, Rita...


Chi

Come te

Con intelligenza pensosa

Manifesterà contro ogni guerra?

Rita…






(E' morta all'improvviso la professoressa Rita Calabrese. La Società delle Letterate la ricorda così:

"Con immenso dolore, apprendiamo la triste notizia dell’improvvisa perdita di Rita Calabrese, storica socia della Società Italiana delle Letterate. Germanista, docente di Letteratura Tedesca all’Università di Palermo e presidente della Società Italiana delle Letterate dal 2005 al 2007.
È stata autrice di numerosi saggi sulla letteratura delle donne e sulla cultura ebraico-tedesca. Tra le sue pubblicazioni: Dissonanze. Aspetti di cultura delle donne (1990); Felicità del dialogo. Relazioni tra donne (1991); (con E. Chiavetta) Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di genii (1996); Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (2003); Acher. L’Altro. Figure ebraiche nella letteratura tedesca (1996); Dopo la Shoah. Nuove identità ebraiche (2005). Ha curato, inoltre, importanti traduzioni, tra le quali ricordiamo A. Seghers, La gita delle ragazze morte (2010); F. zu Reventlow, Piccoli amori, Da Paul a Pedro (2014); F. Lewald, Album italiano (2015). 
Un suo saggio è apparso nel volume collettaneo Il tessuto della scrittura (2022), dedicato alla germanista Rita Svandrlik, della quale Rita Calabrese è stata a lungo amica e con cui ha intrattenuto un fruttuoso rapporto professionale.
Ha collaborato con le riviste “Mezzocielo”, “Leggendaria”, “Leggere Donna” e ha scritto per “Letterate Magazine”.
Donna di grande intelligenza e fine umorismo, Rita ha partecipato con impegno e interesse alle attività della Società Italiana delle Letterate fino a pochissimi giorni prima di lasciarci, portando la sua gioia e il suo implacabile ottimismo all’interno del piccolo gruppo siciliano della SIL.
La sua morte lascia un vuoto incolmabile e una grande tristezza nei cuori di tutte noi che abbiamo avuto il privilegio e la gioia di conoscerla e poterla chiamare amica.
L’ultimo saluto alla cara Rita avrà luogo lunedì 11 maggio alle ore 10:00, presso la Chiesa di Sant’Ernesto in via Campolo a Palermo.
Con grande rispetto e profondo affetto, ci uniamo al dolore dei familiari e delle amiche nel ricordo di Rita, dei suoi successi e della sua straordinaria generosità".)

Da Pressenza un ricordo da UDIPalermo:

(Riprendiamo dalla pagina fb della Biblioteca delle Donne UDIPalermo questo toccante ricordo dell’amica e sorella Rita, germanista e pregevole studiosa della letteratura yiddish femminile di Otto e Novecento, femminista impegnata nel presidio di donne per la pace, attivista antimafia, scrittrice vivace per vocazione pedagogica, affascinante narratrice, ma soprattutto presenza quotidiana affettuosa e discreta. Forse il suo insegnamento più prezioso è l’esortazione ad assumere disposizione all’ascolto e apertura ermeneutica anche verso tesi teorie persone diverse da noi, sull’esempio della migliore tradizione ebraica da lei tanto amata ed oggi da troppi rinnegata (d.m.))



La notizia della scomparsa di Rita Calabrese ci ha colte impreparate, lasciando un dolore profondo e una tristezza che condividiamo con le molte che l’hanno conosciuta e le hanno voluto bene.
Per noi della Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO, Rita è stata una presenza feconda. In momenti importanti del nostro percorso ha contribuito a dare parola e forma a un pensiero vivo, e soprattutto ha saputo incarnarlo: nella cura delle relazioni, nella fiducia nel dialogo, nella capacità di tenere insieme differenze senza ridurle.
Aveva uno sguardo ampio e attento, nutrito da una ricerca rigorosa e mai separata dalla vita. Attraversava testi, storie e memorie con sensibilità e profondità, restituendoli sempre a una dimensione condivisa, aperta. E insieme a questo, portava una qualità rara: un’ironia sottile, una leggerezza che non sottraeva nulla alla complessità, ma la rendeva abitabile.
Ma ciò che più resta, per noi, è il suo modo di stare nelle relazioni: attento, libero, mai scontato.
La sua scomparsa ci lascia spiazzate. Ma non ci lascia vuote.
Rita resta nei legami che ha reso possibili. E nel modo esigente e libero con cui li ha coltivati.

lunedì 4 maggio 2026

La fotografia etica, tra bellezza e impegno

       Palermo – “La fotografia etica è una fotografia dove i fotografi arrivano nei luoghi, mettono i loro piedi negli spazi… Non è fotografia generata attraverso l’Intelligenza artificiale, ma è una fotografia di pazienza, molto lenta, che racconta quello che avviene in diversi angoli del nostro pianeta…È una fotografia meravigliosa che noi ci sentiamo di sostenere proprio per il modo in cui viene fatta, anche per il rispetto che viene portato dai fotografi verso le specie, verso gli animali e verso i luoghi in cui loro si muovono”. Così il 24 aprile scorso la curatrice Laura Covelli ha presentato al Telegiornale scientifico Leonardo la mostra “The Nature of Hope – Un tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato”, inaugurata a Cremona già il 7 marzo scorso e visitabile fino al 17 maggio all’interno del Palazzo vescovile.  
    Molte foto in esposizione sono opera di Michael “Nick” Nichols, fiore all’occhiello del National Geographic e tra i più celebri fotografi naturalisti al mondo. Nichols ha accompagnato Jane Goodall per decenni, documentando non solo le sue scoperte nel Gombe Stream National Park, ma anche i suoi momenti di vicinanza e quasi di connessione spirituale con gli scimpanzé: tra essi c’è lo scatto in cui Nichols ritrasse l’attimo in cui uno scimpanzè, in uno zoo del Congo, sfiora i capelli di Jane.
Jane Goodall, con le sue decennali osservazioni degli scimpanzè (che chiamava con nome e non attribuendo loro un numero) ha rivoluzionato il nostro modo di intendere il rapporto tra uomo e animali e ha dimostrato che il confine tra noi e gli scimpanzé è molto meno marcato di quanto pensiamo. 
In una precedente intervista, pubblicata nel sito della diocesi di Cremona, Laura Covelli ha evidenziato l’importanza della mostra, incentrata sul mondo naturale, attraverso la figura straordinaria di Jane Goodall. “Jane non è stata solo un’etologa, ma una donna che ha lavorato mossa dalla speranza anche dove non sembrava essercene. Moltissime delle fotografe in mostra si sono ispirate a lei e hanno donato le loro opere per sostenere la conservazione della biodiversità. I fotografi ci permettono di vedere luoghi e storie che spesso non arrivano ai media tradizionali”.
Laura Covelli, curatrice della mostra
The Nature of Hope – ha sottolineato ancora Laura Covelli a Leonardo – non è solo un percorso espositivo, ma è anche un’iniziativa che propone la vendita di alcune delle fotografie che sono state scattate per cercare di sensibilizzare sul tema dell’ambiente e soprattutto per raccogliere fondi per continuare a sostenere coloro che nel mondo si occupano di conservazione dell’ambiente”.
La mostra ospita infatti molti scatti di Ami Vitale, fotografa americana del National Geographic, vincitrice di riconoscimenti prestigiosi e fondatrice di Vital Impacts, un’organizzazione no-profit a guida tutta femminile che sostiene nel mondo circa un migliaio di fotografi ambientali a difesa della biodiversità.
Tra le foto di Ami c’è quella scattata in Kenya nel 2018 a Sudan, ultimo esemplare maschio di rinoceronte bianco settentrionale, morto nell’abbraccio di un ranger che gli fu accanto durante la sua agonia.
Ami Vitale
Ami Vitale ha inviato dall’Africa un video-messaggio alla mostra: “Negli ultimi 50 anni, abbiamo già perso circa il 73% della fauna selvatica… Queste foto ci ricordano tutta la bellezza che esiste attorno a noi, ma anche l’urgenza di prendersene cura. Spero che ognuno di voi trovi nella mostra un frammento che gli sia d’ispirazione”.
La mostra è l’esito del percorso iniziato nel 2010 a Lodi, dove si è tenuto il primo Festival della Fotografia Etica. 
Il Festival è oggi diretto da Alberto Prina, che ha invitato i visitatori di ‘The Nature of Hope” a una responsabilità attiva: “Rispetto, dialogo e responsabilità sono i tre elementi che questa mostra ci lascia. Alcune immagini diventano simboliche e continuano a parlarci anche dopo la visita. Il nostro compito è quello della staffetta: ricevere questa fiaccola di consapevolezza e passarla agli altri”.
La fotografia, infatti, divulga bellezza, ma può essere anche un mezzo potente di denunzia e di impegno. 
Come ha testimoniato Jane Goodall, tutti possiamo essere capaci di un Harvest for Hope: un raccolto di speranza per rendere questo nostro fragile pianetino un mondo migliore per tutte le creature – umane, animali e vegetali – che lo abitano.


Maria D'Asaro, 3 maggio 2026, il Punto Quotidiano

sabato 2 maggio 2026

Amare: esperienza di luce che salva se stessi e il mondo

Marc Chagall: Il gallo rosso
         “Solitamente si dice che l’amore rende ciechi: l’innamorato vede qualcosa che non c’è… Ci si innamora di una persona per quello che non è e la si lascia per quello che è davvero.
      Io vi propongo una lettura alternativa: l’innamoramento non è una forma di accecamento, ma un’esperienza di luce, di illuminazione.      Ubi amor, ibi oculus: dove c’è l’amore, c’è l’apertura degli occhi e quindi la visione di ciò che realmente abbiamo di fronte.   L’innamorato/a è concentrato/a sull’amato, sull’amata, ma al tempo stesso si apre al mondo: vede un mondo che diversamente gli sarebbe rimasto nascosto.
Lo dicono Goethe e Dante in queste due citazioni, secondo me bellissime. Goethe dice: «Un cuore che ama qualcuno non può odiare nessuno. Non può odiare nessuno perché ha sperimentato la gentilezza dell’amore e della passione». Ha sperimentato che cosa significa guardare qualcuno con compassione, con devozione. 
    E allora si accorge che è possibile farlo, in linea di principio, anche con tutti gli altri… benché  di fatto non avvenga perché l’attenzione è riservata esclusivamente all’amato/a. Però chi ama capisce qualcosa che chi non ama non può capire: cioè che, a modo suo, ogni essere umano è amabile.
   Lo stesso dice Dante quando riferendosi a Beatrice, nella Vita nova, scrive: «Quando ella apparia, nullo nemico mi rimanea…».
Perché quando io sono innamorato, sono troppo felice per odiare qualcuno. Chi odia, alla fine odia perché è infelice, perché gli manca qualcosa… Ma se c’è lui, lei con me, che mi importa se magari mio fratello invade gli spazi della mia stanza… Persino le persone più antipatiche risultano leggere…
Il mondo diventa più luminoso, si alleggerisce, le pressioni si allentano perché io sono innamorato… tutto scivola via con leggerezza…
      Sentite cosa dice Flaubert ne L’educazione sentimentale riferendosi all’amata: «Era il punto luminoso verso cui tutte le cose convergevano. Parigi era ai suoi piedi e la grande città con tutte le sue voci risuonava intorno a lei come una grande orchestra».
Guarda come l’amato, mentre quasi ti costringe a concentrare il suo sguardo tutto su di lui, ti apre anche al mondo e te lo restituisce trasfigurato.  L’innamorato non è un egoista chiuso autisticamente nel proprio sentimento, ma è quasi un veggente… È uno a cui il mondo circostante viene restituito nella sua luce e nella sua veste. 
     Solo chi è innamorato vede davvero come stanno le cose, perché se l’innamorato, essendo innamorato, non se la prende più quando subisce un torto, è perché ha capito tutto…”

(Trascrizione di  un video postato su FB il 30 aprile 2026 dal professore Luciano Sesta,
professore associato di Filosofia morale all'Università di Palermo. 
La scrivente si assume la responsabilità di eventuali errori o trascrizioni non corrette)