venerdì 21 agosto 2026

La gioia di esser-ci

Joaquin Sorolla (1904)
         Da bambina a nostra signora era stato detto di recitare al mattino questa preghiera: “Ti adoro mio Dio, ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creata, fatta cristiana, conservata in questo giorno. Ti offro le azioni della giornata: fa’ che siano tutte secondo la tua santa volontà... Preservami dal peccato e da ogni male. La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. Amen”.
         Purtroppo ormai a nostra signora veniva difficile adorare un Dio, di cui non era più certa, anche se rimaneva innamorata di Gesù di Nazareth ed era poi affascinata dagli insegnamenti del Buddha… 
     Comunque al risveglio, aperti gli occhi alla luce del giorno,  magari con parole e accenti diversi, continuava a ripetere l’antica preghiera. 
     Perché nonostante i disastri del mondo, nonostante il dolore e il senso indecifrabile dell’esistenza, lei la mattina si svegliava lieta di esserci. E diceva grazie alla vita.

domenica 16 agosto 2026

Gelo di melone, contro la torrida estate

       Palermo – Il nome con cui viene di solito indicato è inesatto: in Sicilia infatti viene chiamato gelo di melone (o mellone, perché nell’isola si tende a raddoppiare molte consonanti) un delizioso dolce estivo, che si gusta per tradizione a Ferragosto, dessert che però non è un gelato e non ha a che fare con un melone.
      Il perché dell’inesattezza linguistica si spiega così: viene chiamato gelo anziché dessert perché in ogni caso va consumato freddo; viene detto di melone anziché di anguria perché nel dialetto siciliano l’anguria è impropriamente appellata ‘muluni’.
           Portato in Sicilia da popolazioni albanesi che, si stabilirono nell'entroterra palermitano, il gelo di melone è una gelatina che si ricava dalla polpa dell’anguria, con un procedimento così semplice che si può fare anche a casa: si tratta infatti di trasformare in succo l’anguria, dopo averne ovviamente tolto la buccia e i semi. La polpa va quindi frullata e, se si ambisce alla perfezione, va anche filtrata con un colino per eliminare ogni residuo di fibra. 
       Il succo così ottenuto va versato in un tegame a cui si aggiunge dell’amido e dello zucchero, avendo cura di mescolare bene i tre ingredienti per ottenere un composto omogeneo e ben amalgamato. Per ogni litro di succo, gli esperti suggeriscono di aggiungere 100 grammi di zucchero e 80 grammi di amido, che può essere di frumento o, meglio, di mais (la cosiddetta maizena) se il dolce dessert deve essere mangiato anche da persone con celiachia. Dal momento in cui si mettono gli ingredienti sul fuoco fino a quando il composto bolle e comincia ad addensare, il gelo di melone va cotto per circa dieci/venti minuti a fiamma bassa, mescolando di continuo con una frusta o un cucchiaio di legno. Appena il liquido è diventato simile a una crema, è l’ora di spegnere il fuoco e lasciare raffreddare il composto che si potrà versare in uno stampo unico o preferibilmente in apposite coppette/terrine un pochino inumidite. 
    Quando il gelo si è intiepidito, si aggiungono dei pezzettini di cioccolato fondente e anche del pistacchio a scagliette; di solito un tocco di profumo delicato viene dall’aggiunta di fiori freschi di gelsomino. 
   I buongustai sottolineano però che la speciale profumazione di gelsomino va ottenuta lasciando i fiori freschi in infusione nell'acqua o direttamente nel succo prima della cottura. Se non si hanno a disposizione fiori di gelsomino, si possono acquistare in erboristeria i fiori secchi, ma non si deve eccedere nel dosaggio, perché il loro profumo è molto più intenso rispetto al gelsomino fresco. 
Infine, c’è a chi piace arricchirlo anche con un pizzico di cannella oppure con pezzetti di canditi di zuccata. Meno frequente è l’aggiunta di mandorle tritate o vaniglia.
    Il gelo di melone deve stare in frigo per qualche ora, proprio perché va gustato freddo. A Palermo il gelo di melone è considerato tra i dolci più tradizionali della pasticceria siciliana e lo si utilizza anche per riempire delle tartellette di pasta frolla o per una apposita crostata che, con la sua base friabile, esalta la gelatina. 
    Gustare un gelo di melone o una granita è forse una delle poche consolazioni della torrida estate siciliana…
Maria D'Asaro, 16 agosto 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 13 agosto 2026

Adriana Saieva recensisce 'Lettere a un bambino poi nato'

         In Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro prende vita una narrazione che può risuonare a vario titolo nel vissuto di una lettrice: da figlia in bilico sul baratro della paura di perdere la propria madre, con il carico di domande che una perdita così immensa comporta; da moglie (o compagna) che si interroga sulla perdita di connessione emotiva col marito e avverte la solitudine in un momento in cui ha più bisogno di un abbraccio; da amica che sente il dolore e l’angoscia di una persona cara che vive le atrocità di una guerra; da madre che rischia di perdere il figlio e che si mette nei panni di un’altra madre meno fortunata di lei…
     Ognuna di queste situazioni è vissuta attraverso domande di grande intensità che non hanno una risposta definitiva e spalancano lo sguardo sul senso della vita o sulla sua totale mancanza. 
Domande che riecheggiano anche il libro di Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, edito proprio mezzo secolo fa, nel 1975, e di cui questo della D’Asaro è - in qualche modo, sin dal titolo - un contraltare.
    Che domande suscita questo racconto – in una sorta di rispecchiamento al contrario – in una donna che non ha vissuto l’esperienza della maternità? 
Direi che ha il dono di aiutare a fare chiarezza nella complessità di emozioni che una situazione esistenziale del genere comporta. Il mondo di una donna che, per una qualsiasi ragione, non ha sperimentato la maternità è come diviso tra due poli: da una parte chi, alla notizia che l’interlocutrice non ha avuto figli, dimostra imbarazzo o sincero dispiacere (nel migliore dei casi), malcelata commiserazione (in altri);  sull’altro versante donne, spesso amiche, che si precipitano ad  assicurare che -  in un modo “alternativo” o “speciale” o “straordinario” o “normale”… - madre comunque lo è: dei suoi alunni, delle persone di cui si prende cura per volontariato, in certi casi per di minori in affidamento o in adozione.
      Secondo la mia esperienza personale, questi due poli, in realtà, non sciolgono i nodi delle emozioni e in alcuni casi peggiorano la situazione. Viene difficile digerire l’aria di commiserazione di chi vedrebbe la donna realizzata solo attraverso la maternità e non si riescono ad accettare parole di consolazione che comunque profumano di rimedio e conforto da nessuno richiesti. Entrambi gli atteggiamenti  sono apparentati dal minimo comun denominatore del presupposto che il tema della maternità  costituisca un campo minato.  
    Perché Lettere a un bambino poi nato non replica la sgradevolezza di questo presupposto? Perché l’autrice non rivendica esclusività: racconta  racconta il vissuto biologico della gravidanza, le emozioni che da questa prendono vita, e rende partecipe di una fisicità che una donna come me non conosce, non ha vissuto e di cui prende atto con affettuosa distanza… É vero: è un mondo che non appartiene a chi non è stata madre così come non le appartengono molti altri mondi.
        Ma, dopo la nascita, arrivano altre domande, altre esperienze; nel momento in cui si palesa al mondo la relazione a due, accade la magia di un essere altro da te che si affida in completa fiducia, stabilisce un legame che ti eleva allo stato di colei che – bene o male/ più o meno/ abilmente o goffamente- si prenderà cura, si sintonizzerà con ciascuna espressione del viso, acuirà l’udito fino a sentire i non-detti e lo sguardo fino a vedere le ombre del cuore.  E’ questa la magia della maternità universale: se questi  “poteri” dipendessero dall’esperienza del parto materiale a molte donne e a tutti gli uomini sarebbe negata ogni forma di empatia.
     Maria D’Asaro, evitando ogni assolutizzazione paradigmatica della maternità biologica e tratteggiando ciò che caratterizza la relazione materna dalla nascita in poi, mi ha evocato la concezione africana della maternità. In molte culture di quel continente  è madre chiunque si prenda cura di un bimbo:  il villaggio intero è madre. Da alcuni anni con mio marito abbiamo accolto in casa una ragazza del Mali arrivata in Italia senza parenti ed è ogni volta con commozione che, al telefono, sua madre si dichiara felice che la figlia abbia anche una “mamma italiana”.
     L’autrice pone al suo figlioletto domande – “Starai bene? Chi si prenderà cura di te quando non ci sarò? Quale futuro ti aspetta? Sarai risparmiato dal male di questo mondo?” – che anch’io ho imparato a formulare. Sono domande che costituiscono un ponte fra il suo vissuto e il mio. E di questo le sono  grata.

domenica 9 agosto 2026

“Gibellina Photoroad”, primo festival open air

         Palermo – A Gibellina, capitale italiana dell’arte contemporanea per il 2026, è iniziato il 4 luglio e si concluderà il 6 settembre prossimo il festival Gibellina Photoroad, il primo e sinora unico festival italiano ‘open air’, interamente dedicato alla fotografia contemporanea e alle arti visive, e uno dei pochi esistenti al mondo. 
    La manifestazione, organizzata dall’associazione On Image, realizzata per la prima volta dieci anni fa e dal 2016 sempre curata da Arianna Catania, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, con mostre, interventi e installazioni che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano. Gibellina Photoroad, in questo decennio, ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine: le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca e partecipazione. 
      L’edizione 2026 del Gibellina Photoroad riunisce progetti legati alla memoria, all’identità, al paesaggio e alle trasformazioni sociali e ambientali contemporanee. 
    Tra le varie installazioni, il festival ospita l’inedita ‘Ruins of Renewal’ dell’artista olandese Erik Kessels, uno degli esponenti più influenti della fotografia contemporanea internazionale: realizzata con il sostegno dell’Ambasciata e del Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi e Mondriaan Fonds, l’installazione ha raccolto le fotografie degli album di famiglie degli abitanti di Gibellina, tirandole fuori da cassetti, memorie private e archivi civici e trasformandole in una costellazione visiva. 
Le foto raccontano la ricostruzione della cittadina dopo il terremoto del 1968 e la sua rinascita attraverso l’arte con il lavoro e le speranze di abitanti e lavoratori artigiani, a fianco di artisti e architetti impegnati a dare nuova linfa vitale al tessuto urbano. Concepita come una ‘nuova piazza’, l’installazione di Kessels si trasforma in uno spazio di incontro, in mezzo alle immagini della ricostruzione della città tra gli anni Settanta e Novanta. Kessels trasforma la memoria privata in esperienza collettiva, restituendo alla fotografia una funzione sociale e civile.
    Suggestive anche le altre installazioni: 
‘Alphabet’ di Teresa Giannico, basata su collage fotografici e ricostruzioni di ritratti e ambienti, attraverso cui chi guarda può stabilire autonomamente significati e connessioni, trasformando il percorso espositivo in un’esperienza aperta e personale; ‘Between’ di Jacopo Di Cera, videoinstallazione realizzata al grande Cretto di Alberto Burri con il coinvolgimento di quattordici abitanti della città: attraverso una serie di video-loop ripresi dall’alto, il progetto mette in dialogo la dimensione monumentale dell’opera di Burri con i gesti minimi di vita quotidiana; ‘Between’, in collaborazione con HF4, International Art Hub (agenzia impegnata nella creazione e comunicazione di progetti culturali e nella costruzione di relazioni tra artisti, istituzioni e territorio) sarà presentata alla Fondazione Orestiadi.
 C’è poi l’installazione - realizzata in collaborazione con il MudaC (Museo delle Arti Carrara) - ‘Redemption of Nature’ di Stefano Cerio che, attraverso fotografie e video realizzati in Sicilia e Sardegna, esplora i processi di rigenerazione della natura dopo i grandi incendi che hanno colpito il Mediterraneo negli ultimi anni. Le immagini, installate all’aperto nel paesaggio di Gibellina, costruiscono una riflessione sul rapporto tra emergenza climatica, trasformazione ambientale e capacità di rinascita dei territori.
    Infine, c’è anche il progetto itinerante sulle finestre delle case ‘Roundtrip’ di Alice Grassi, uno dei progetti simbolo della storia del festival. ‘Roundtrip’ parla di migrazioni dal Sud, del tema specifico dell’emigrazione giovanile siciliana. Protagonisti sono giovani gibellinesi che hanno lasciato la città per studiare o lavorare altrove che vengono ritratti nei luoghi che “sentono casa”.
 Le fotografie, installate nelle finestre delle abitazioni della città, restituiscono simbolicamente una presenza a chi è partito, trasformando l’intero centro urbano in una mappa affettiva costruita da ricordi, emozioni e appartenenze: “Un grande ritorno solo immaginato: una città che non è solo reticolo urbano, ma anche mosaico di emozioni… Ogni anno migliaia di giovani lasciano la loro terra per studio e per lavoro. L’installazione di Alice Grassi li riporta metaforicamente a casa, affacciati a una finestra o sulla soglia di una porta che hanno varcato quando sono partiti” – ha presentato così il progetto la giornalista Lucilla Alcamisi al Tg regionale siciliano dell’otto luglio scorso, dove Alice Grassi, l’autrice di Roudtrip ha sottolineato: “Sono in dimensione reale. Quindi sembrano veramente delle presenze, ma percepiamo la loro assenza… la loro vita e i loro sogni sono altrove. Ho cercato però di mantenere questo sguardo verso l’alto ed era uno sguardo che loro avevano nei loro occhi”.
 Il festival celebra il decennale con la pubblicazione di un catalogo dedicato ai dieci anni di attività, un volume che raccoglie materiali d’archivio, immagini e contributi di artisti e studiosi che hanno accompagnato la storia di Gibellina Photoroad, restituendo il percorso di un progetto che, in Italia, ha contribuito a ridefinire il rapporto tra fotografia contemporanea e spazio pubblico.

Maria D'Asaro, 9 agosto 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 6 agosto 2026

Francesco Guccini: musica, parole, racconti e utopia

                                                                                                       


 Qui un articolo per i suoi 80 anni.



martedì 4 agosto 2026

Spes contra spem

J.Sorolla: La hora del baño
         In certi giorni nostra signora era più stanca e sfiduciata del solito. Magari era il caldo, ma a volte le mancava il respiro. Le pareva che tutto andasse irrimediabilmente a ramengo: vicende personali, la sua città, il suo paese, il mondo intero. Tutto inghiottito in un vortice di cieco egoismo, di scelte insensate e sciagurate… tutto proteso verso un finale di morte fisica, spirituale, planetaria. 
     Eppure sapeva che, finché avesse avuto un grammo di salute e di energia, non si sarebbe arresa. Glielo impediva il suo essere madre, il sentimento di compassione verso chiunque. E  s’illuminava leggendo una recensione nel suo giornale: “Perché ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte e di tutti. Perché l’incontro fra esseri umani (seppur così diversi e lontani) ha la capacità di scardinare la solitudine e di far rinascere la speranza: «Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore».

domenica 2 agosto 2026

Paleo-plastica: ecco i fossili del futuro

        Palermo – Quando scaveranno nei sedimenti della nostra epoca, i paleontologi del futuro non troveranno solo resti di animali e di conchiglie, ma soprattutto plastica di ogni tipo e dimensione. 
       Ha preso spunto da questo dato di fatto ‘Paleo-Plastica – I Fossili del Futuro’, la mostra inaugurata il 21 marzo scorso e aperta sino a dicembre prossimo, realizzata a Scandicci, comune confinante con Firenze, dove, tra i cinque e i due milioni e mezzo di anni fa, c’era ancora il mare. 
La mostra, che utilizza il linguaggio della paleontologia per raccontare la crisi ambientale dell'Antropocene, è visitabile gratuitamente e ha avuto il supporto fondamentale di istituzioni internazionali e di tante associazioni ambientaliste che hanno riconosciuto al progetto grande rilevanza etica e ambientale, un significativo valore scientifico e culturale e una forte valenza innovativa nell’ambito della ricerca e della sensibilizzazione.
      L’esposizione è stata organizzata in sinergia tra il GAMPS (Gruppo AVIS Mineralogia e Paleontologia Scandicci, associazione costituita nel 1984 per la ricerca, il recupero, il restauro e la musealizzazione dei reperti fossili toscani), il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, l’Istituto di Fisica Applicata ‘Nello Carrara’ del CNR (CNR-IFAC) di Firenze e l’Istituto di Istruzione Superiore Tecnica e Liceale ‘Russell-Newton’ di Scandicci. 
     Il percorso museale, che si estende su una superficie di circa 300 metri quadri, integra i ‘reperti/rifiuti’ plastici di oggi con i fossili originali di milioni di anni fa e si rivolge a tutti, scolaresche e cittadini. La mostra nasce infatti con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sul problema dell’inquinamento da plastica e sul suo errato smaltimento e si propone come momento di riflessione critica sull’odierno nefasto impatto antropico-consumista del suolo: mentre i sedimenti incontaminati del Pliocene toscano ci hanno restituito reperti di straordinaria bellezza, i sedimenti del futuro, invece, restituiranno i rifiuti della nostra era. 
     L’esposizione museale trasforma infatti i residui plastici raccolti sulle coste toscane in inquietanti ‘reperti storici’, simboli di pratiche di consumo che stanno diventando parte integrante della storia geologica della Terra e si configurano come una minaccia ambientale globale.
Simone Casati, presidente GAMPS
    “Abbiamo trovato il contenitore di una bibita del 1994, con ancora una cannuccia dentro. Ma la cosa che mi sconforta più di tutte non è trovare reperti che hanno anche 60 anni, ma trovare anche la confezione di plastica del 2026…” – ha dichiarato al TG scientifico Leonardo il paleontologo Simone Casati, presidente del GAMPS e principale ideatore della mostra.
“Questa è una scarpa che è rimasta seppellita all’interno di uno strato sabbioso in una spiaggia della Toscana. Sopra di essa misuriamo circa 30, 40 cm di sabbia. La plastica va ad interagire con tutti i processi in profondità: la falda acquifera, le trasformazioni proprie della roccia…” ha sottolineato poi il geologo Andrea Di Cencio, responsabile scientifico GAMPS, ad Alessia Mari, giornalista di Leonardo.  
     "Paleo-Plastica non è solo una mostra, ma un grido d'allarme scientifico" – ha affermato il professor Andrea Barucci, coordinatore del progetto e ricercatore del CNR-IFAC.  Infatti, anche se non è direttamente visibile come rifiuto: “La plastica si frantuma in microplastiche ed entra nella catena alimentare… Sono state trovate in tutti gli animali marini e in quasi tutti i terrestri, e nell'uomo”.  
     E il professor Barucci ha infine affermato: "Vogliamo dimostrare che la scienza, quando unisce ricerca accademica e partecipazione dei cittadini, può offrire soluzioni concrete e una nuova consapevolezza etica… Secondo noi, luoghi come questo aiutano perché, mettendo assieme i fossili del passato e i fossili del futuro, forniscono forse una visione, uno sguardo che può aiutare a capire… uno sguardo che forse accende la scintilla per provare a preservare questo pianeta”.

Maria D'Asaro, 2 agosto 2026, il Punto Quotidiano

mercoledì 29 luglio 2026

Elisir di giovinezza

J.Sorolla: Buscando mariscos, playa de Valencia
       Capitava a nostra signora, nel suo girovagare nel quartiere, di incontrare dopo molto tempo un conoscente: il padre di un compagno di un suo figlio, il genero della signora del I piano, il tizio un po’ matto che stazionava vicino ai negozi. 
      Succedeva allora che lo sguardo implacabile di nostra signora decretasse che il conoscente in questione, qualunque fosse l’età, avesse iniziato a percorrere la china irreversibile della vecchiaia. Cosa facesse scattare in lei quell’inappellabile giudizio di ‘vecchiaia incipiente’ non era definibile. Non si trattava dell’ingrigirsi del crine, o di qualche ruga di troppo. Era qualcosa di impalpabile: uno sguardo ormai spento, un atteggiamento incurvato, una rassegnazione senza nome.
             Di contro, c’era qualche eccezione: M., che lei aveva conosciuto ventenne e ora, dopo tre decenni, ne mostrava sì e no quasi trenta. Quale il suo segreto? Forse la vecchiaia ha bisogno di un consenso interiore, che M. rifiuta di tributarle.