venerdì 16 settembre 2022

Nulla è in regalo...

Pino Manzella: Wislawa Szymborska
Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.

È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.

È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.

Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.

L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
la chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
che manca nell’inventario.


Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere - Tutte le poesie (1945-2009),
Adelphi Edizioni, Milano 2009, pag. 551(trad. Pietro Marchesani)


mercoledì 14 settembre 2022

All'ombra dei cipressi... Ciao, Penelope


... e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro?
                           (I sepolcri, Ugo Foscolo)










       

    "Io ho sempre pensato che Penelope doveva regnare. Ma la storia delle donne è questa: una casa piena di maschi avvinazzati e violenti pieni di pretese (anche al trono), un marito così lontano da diventare una leggenda, un figlio fragile ossessionato dal padre assente. E lei, Penelope, alle prese col problema millenario delle donne: difendersi, proteggersi, sopravvivere. Nel luogo in cui è la "regina della casa" e non conta nulla, è la moglie del re e la madre del principe e non conta se non come merce aggiunta ai beni, alle terre, al trono. E lei cosa fa? S'inventa uno stratagemma, tesse e scuce, tesse e disfa, fa di giorno e distrugge di notte. Però polytropon chiamano lui, Odisseo piedelungo, girèro e femminaro. Lei la chiamano perifron. Lui è "astuto" e "dal multiforme ingegno", lei è solo "saggia". Non sia mai.
    Lei che era nata femmina, ed era stata buttata via, per ordine del padre, e salvata dalle anatre. Solo dopo i genitori l'avevano ripresa, hai visto mai che ci fosse lo zampino di qualche dio (maschio).  Quando ho visto Penelope di Irene Papas (quando ero piccola io gli sceneggiati duravano interi decenni, si mescolavano alla vita con una forza mai più sperimentata) ho capito che era lei. 
     Erano anni di bionde, di donne spumose e leggere, lei era bistrata, corvina, densa come vino nero. Con una bellezza talmente antica da uscire dal tempo, farsi perenne, ancestrale. Qualunque cosa facesse, quell'anima mediterranea, piena di demoni meridiani, di luci accecanti come buio, splendeva. 
     Oggi è morta, aveva 96 anni (come la regina Elisabetta: pensate che coppia regale e opposta, l'inglese rimpicciolita e tosta nei suoi colori pastello, la greca ieratica e severa nei suoi costumi dorici, pensate se ci fosse un aldilà che ingresso trionfale, che coincidenza di estremi). Per me è lei Odisseo, è lei la regina che doveva regnare. E' lei il mito."

                               Dalla pagina FB di Anna Mallamo, (grazie a Rosalba Mendolia che lo ha condiviso)

martedì 13 settembre 2022

domenica 11 settembre 2022

A Milo scultura in onore di Franco Battiato e Lucio Dalla

     Palermo – Franco Battiato era nato il 23 marzo 1945, a Ionia, in provincia di Catania, Lucio Dalla era emiliano, nato a Bologna il 4 marzo 1943 (come il titolo di una sua celeberrima canzone): entrambi si erano innamorati di Milo, paesino alle pendici dell’Etna, a 700 metri, circondato da boschi e da tante profumatissime piante mediterranee. Tanto che sia Battiato che Dalla a Milo avevano preso casa: Franco per abitarci stabilmente, Lucio vi trascorreva il tempo libero.
       A dieci anni dalla scomparsa di Dalla e a uno da quella di Battiato, il comune di Milo ha voluto onorare la memoria di due concittadini così speciali commissionando la realizzazione di una scultura bronzea che li raffigura.  
    Esaminate le proposte di diversi artisti, è stata scelta la proposta scultorea dello scultore di Acireale Placido Calì che, in un anno circa, ha realizzato l’opera presso la Fonderia Nolana, officina artistica di Nola (in provincia di Caserta), sulla base di un bozzetto predisposto dal medico e artista Gianfranco La Pira, anche lui siciliano.
     La scultura, collocata nella centrale piazza Belvedere “Giovanni D’Aragona”, è stata inaugurata la sera del 12 agosto scorso, alla presenza, tra gli altri, del sindaco di Milo Alfio Cosentino, di Andrea Faccani, presidente della Fondazione Lucio Dalla di Bologna, di Alfredo Cavallaro, presidente della Pro Loco di Milo, ideatrice e promotrice dell’opera, realizzata grazie al contributo finanziario di sponsor pubblici e privati e di libere donazioni.
    La scultura raffigura i due grandi cantautori italiani a grandezza naturale, con posture ed espressioni che li ricordano bene: Lucio Dalla, col suo sorriso caldo e ironico, è seduto davanti a un pianoforte con le mani poggiate sui tasti come se stesse per iniziare a suonare (il piano è stato il suo strumento preferito, anche se Lucio sapeva suonare anche sassofono e clarinetto), Franco Battiato è in piedi, di fronte a lui, con la sua espressione pensosa e assorta: pare seguire il filo dei suoi pensieri, come se meditasse su misteriose meccaniche celesti, su ‘orizzonti perduti che non ritornano mai’, su ‘codici di geometrie esistenziali che nascondono i segreti di questo sistema solare’…
    Numeroso il pubblico intervenuto all’inaugurazione; tante le foto scattate davanti alle statue dei cantautori così amati. Infatti, anche se Battiato e Dalla non avevano bisogno della scultura per essere ricordati, la realizzazione dell’opera ha permesso di esternare concretamente l’ammirazione, l’affetto, il rimpianto, la profonda gratitudine per i due cantautori che, con le loro canzoni, hanno commosso e toccato il cuore di tutti, regalando tante emozioni, gioia pura e un assaggio d’infinito.

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 11.9.22


sabato 10 settembre 2022

Che qualità deve avere una persona che si occupa di politica?

     Passione, senso di responsabilità, lungimiranza; competenza; rifiuto della via qualunquistica del dilettantismo; capacità di capire la differenza tra etica delle intenzioni ed etica della responsabilità: ecco alcune delle qualità necessarie a chi si vuole occupare di politica, in vista del bene comune. Grazie a Rossana Rolando che ha proposto nel suo blog alcune preziose riflessioni tratte dal testo di Max Weber, La politica come professione, in La scienza come professione. La politica come professione, Einaudi, Torino 2004

      “Pensare la politica come professione può, di primo acchito, suscitare un sentimento di insofferenza, riconducibile allo squallore di una politica spesso ridotta alla poltrona, in cui quel che conta è mantenere una qualche carica e rimanere a galla.
       E tuttavia, da questo spettacolo indecoroso, può nascere una tentazione altrettanto dannosa, eppure sempre ricorrente, fin dalla nascita della democrazia: pensare che chiunque, in qualsiasi momento, con o senza formazione specifica, possa fare politica, al fine di favorire il periodico ricambio e di evitare il carrierismo immorale. Lo slogan “uno vale uno”, senza riferimento a competenze e conoscenze, è sorto all’interno di questo sentire e ha trovato, nella precedente tornata elettorale, ampio consenso.
      All’avvicinarsi della nuova scadenza del voto, leggere e rileggere la conferenza-saggio di Max Weber, La politica come professione, può essere d’aiuto, indipendentemente dalla posizione partitica di ciascuno.
    Elaborata nel 1919, subito dopo la grande guerra, in un momento drammatico per la Germania, la conferenza è rivolta ai giovani studenti rivoluzionari e mette in guardia - profeticamente - dagli esiti di una cattiva politica, esposta al rischio di rigurgiti reazionari (come tragicamente avverrà nel 1933, con la Germania nazista, più di un decennio dopo la morte di Weber, nel 1920).
     Ben consapevole del possibile deterioramento della democrazia, spesso divenuta macchina elettorale – in cui la gestione del voto è finalizzata alla distribuzione e al mantenimento delle cariche - la riflessione di Weber rifiuta però la via qualunquistica del dilettantismo, per chiarire bene il significato del termine professione, applicato all’ambito politico ...(continua qui)"

giovedì 8 settembre 2022

Parole ultime, parole penultime

Pino Manzella: Picasso visita "Il trionfo della Morte" a Palermo
      Nei momenti e nei luoghi più impensati – mentre accompagnava il nipotino a scuola, quando affettava le zucchine, mentre leggeva un bel testo di Giovanni o di Andrea o di Augusto – a nostra signora balenavano strani pensieri: che senso aveva educare i bambini alla pace, al rispetto degli altri, che senso aveva esercitare professioni di cura, che senso aveva scrivere splendidi libri di psicologia sociale, di spiritualità, di filosofia, che senso avevano cultura e formidabili scoperte scientifiche… se poi l’ultima parola spettava a una ventina di pinco pallini che decidevano se digitare o no un codice scaglia missili, nucleari e non, per uccidere tante persone e forse la terra intera?
     Nostra signora, davvero, non lo capiva: che non contasse niente lei, povera donna le cui viscere si contorcevano all’idea della guerra e della violenza, ci stava: quando mai le donnette hanno contato nei libroni polverosi della Storia… Ma che non si smuovessero i Magnifici Rettori, i Primari dei reparti ospedalieri – quanto ci manchi, caro Gino … - tutti gli esperti di Sociologia, Antropologia, Psicologia, Filosofia, Scienze Umane, i Capi Gabinetto dei Ministeri che hanno dei nipotini … che lor Signori non si unissero per cambiare l’assetto idiota della politica e delle scelte militari belliciste, questo, proprio non lo capiva.
     Era come se da sempre nella società si giocasse a briscola e ci si ostinasse a far valere solo quelle a spade o bastoni, in mano a politici e militari, mentre il resto del mondo si trastullava con coppe e denari… E’ chiaro che la partita è persa da chi non potrà mai giocare asso e tre di briscola… Ci sarebbe mai stato uno scatto di reni, un soprassalto di orgoglio, una ventata di buon senso da parte del resto del mondo?
    Altrimenti quasi quasi a nostra signora passava la voglia di occuparsi di cultura, psicologia sociale e compagnia bella…  le loro erano solo parole inutili, perché parole penultime, sottomesse, in ultima analisi, alla violenza e ai tristi Signori della guerra.

      E nostra signora non sapeva più che storie raccontare, al suo nipotino…

martedì 6 settembre 2022

Francesco: uomo semplice, sapiente e amante

    Dal tesoro di libro di Giovanni Salonia: Il Signore mi condusse,Cinisello Balsamo (Milano), Ed. San Paolo, 2022) pp.43-47   (a breve, la recensione)

     «Ci sono due tratti della personalità di Francesco, del suo modo di essere, che sorprendono e affascinano chiunque volga lo sguardo alla sua figura. Se nel cuore del suo pensiero c’è la fraternità, al centro della sua vita appaiono, in forme inedite, la sapienza e l’amore. Come se in Francesco si coniugassero, in una maniera sconosciuta, i due orizzonti dell’esistenza autentica e matura: l’essere sapienti e l’essere amanti. (…)
     Francesco opera una grande distinzione tra sapere multum e sapere multa. Non è sapendo ‘molte cose’ che si vive meglio, bensì sapendo ‘molto’. I  nuovi paradigmi del sapere ci ricordano che la cultura non è data dalla molteplicità di dati che una persona possiede (…), ma dalla capacità di saper entrare in relazione con gli altri. Goleman ha sostenuto che la vera intelligenza è la capacità di comprendere e usare le proprie e le altrui emozioni per migliorare la qualità della vita (‘intelligenza emotiva’). A me è sempre piaciuto parlare di ‘intelligenza relazionale’, della capacità, cioè, di vivere in modo significativo e nutriente le relazioni interpersonali. Ѐ questo il multum da apprendere al di là dei multa. (…)
     Con grande intuito, Francesco chiede alla semplicità di ‘proteggere’ (di ‘autenticare’) la sapienza. Sapienza e semplicità sono per lui così intimamente connesse che la definizione dell’una deve includere l’altra: occorre parlare di una sapienza semplice e di una semplicità sapiente.
    La sapienza semplice è leggera, di quella leggerezza che – come dice Calvino – rende vitale ogni sapere. La semplicità sapiente acquista il peso della concretezza che la riscatta da ogni fuga nel vago. In definitiva, è  un ossimoro a svelarci il senso profondo di una sapienza non astratta e di una semplicità non banale: l’ossimoro come coesistenza dinamica degli opposti e come icona di una personalità capace di coniugare dentro di sé la dignità della cultura e il rispetto della vita come essa è, nella sua immediatezza, nella sua realtà di relazioni e di incontri. 
Ragusa, 22.8.22: presentazione del testo
(dal periodico ibleo: L Opinione)
   La sua chiave è l’esperienza, ovvero l’apertura a far nascere ogni parola, ogni conoscenza, ogni atto vitale dal confronto vivo con il mondo e con l’altro. D’altronde, per esperienza parlano i bambini e i folli, i “custodi dell’essere”, che avvertono immediatamente, in maniera per noi spietata e imbarazzante, tutta l’inadeguatezza delle parole svuotate dalle mode e dalle abitudini. (…)
    Maestro di sapienza ‘illetterata’, Francesco ci ricorda in definitiva che non è ‘ingoiando’ libri e nozioni che si diventa sapienti, ma per la via della ricerca dell’interiorità, dell’essenzialità, della creatività, della relazione, dell’umile mettersi in discussione. Francesco, maestro di una sapienza "folle", ci ricorda l’inutilità di una saggezza impaurita e la necessità dell’audacia, frutto dell’essere in contatto con la propria ispirazione e con l’Altro, unica protezione dalle seduzioni dell’applauso e del consenso degli opinion-leaders.
   La semplicità francescana non è semplicioneria o ignoranza della complessità dell’esistenza, bensì capacità ascetica di purificarsi del superfluo, faticosa ricerca dell’essenziale, ascolto attento del proprio cuore e di quello del fratello.»

Tra gli altri, ho recensito questi testi del prof. Salonia:




domenica 4 settembre 2022

Con Dalla Chiesa uccisa anche la speranza?

     Palermo - «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti»: queste parole, scritte su un cartello il 4 settembre 1982 in via Isidoro Carini a Palermo, danno il senso dello sgomento e del dolore dei ‘palermitani onesti’ il giorno dopo l’assassinio per mano mafiosa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo, morto qualche giorno dopo per le gravissime ferite riportate.
      Quarant’anni dopo l’agguato mortale a un così importante rappresentante dello Stato, bisogna confessare che, nella capitale siciliana, la sera del 3 settembre 1982 la speranza di combattere la mafia, infiltrata nell’economia, nelle Istituzioni, nella politica, era stata, se non annientata, davvero duramente colpita.
 Il generale Dalla Chiesa, nominato nel 1982 Prefetto di Palermo con l’incarico di combattere Cosa Nostra, nei suoi circa cento giorni di permanenza nel capoluogo – da cui il titolo ‘Cento giorni a Palermo’ del film di Giuseppe Ferrara - lamentò più volte il mancato sostegno da parte dello Stato e del governo in carica. 
    Espresse la sua disapprovazione per il fatto che i promessi "poteri speciali" tardavano ad arrivare (non gli furono mai concessi: sarebbero arrivati solo al suo successore), denunciando amaramente: «Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì; se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi, non possiamo delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti».
    Nell'agosto del 1982, il generale rilasciò un'intervista a Giorgio Bocca, in cui dichiarò ancora una volta la carenza di sostegno e di mezzi necessari per la lotta alla mafia, che nei suoi piani doveva essere combattuta strada per strada, rendendo palese alla criminalità la massiccia presenza di forze di Polizia.
Ma allora la mafia a Palermo era così forte che a fine agosto, con una telefonata anonima fatta ai Carabinieri del capoluogo probabilmente dal boss Filippo Marchese, venne in qualche modo preannunciato l'attentato mortale al Prefetto. Al telefono l’anonimo dichiarava che «l'operazione Carlo Alberto è quasi conclusa, dico quasi conclusa».
    Eppure le Istituzioni dello Stato e le Forze dell’Ordine si sarebbero dovute mobilitare con una reazione forte ed efficace, essendo state già duramente colpite con decine di omicidi eccellenti: si ricordano qui solo Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, ucciso la mattina del 21 luglio 1979; Cesare Terranova, giudice istruttore del Tribunale di Palermo, ucciso il 25 settembre 1979, sotto casa, insieme al Maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso; Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Siciliana, ucciso il 6 gennaio 1980, anche lui sotto casa, mentre era in auto con la moglie e i due figli; Gaetano Costa, giudice presso il Tribunale di Palermo, assassinato il 6 agosto 1980; Pio La Torre, segretario regionale del PCI, e il collaboratore Rosario Di Salvo, assassinati il 30 aprile 1982. 
     Proprio dopo quest’ultimo omicidio, venne chiamato d’urgenza a Palermo il generale Dalla Chiesa, che vantava un curriculum di tutto rispetto nella lotta alla criminalità: negli anni ’50, aveva combattuto banditismo e mafia in Campania e in Sicilia, dove poi, tra  il 1966 e il 1973, con il grado di colonnello, era divenuto comandante della Legione Carabinieri di Palermo, compiendo importanti indagini su Cosa nostra. 
    Divenuto generale di brigata a Torino dal 1973 al 1977, fu protagonista della lotta contro le Brigate Rosse: su sua proposta venne creato il "Nucleo Speciale Antiterrorismo" attivo tra il 1974 e il 1976. Promosso generale di divisione, fu nominato nel 1978 coordinatore delle Forze di Polizia e degli agenti informativi per la lotta contro il terrorismo, con poteri speciali. Dal 1979 al 1981 comandò la Divisione Pastrengo a Milano e, tra il 1981 e il 1982, fu vicecomandante generale dell'Arma.
La reazione dell’opinione pubblica alla strage di via Isidoro Carini fu di rabbia e indignazione. Il giorno dei funerali, celebrati nella chiesa palermitana di san Domenico, la folla protestò contro tutti i politici, accusati di non aver sostenuto l’operato di Dalla Chiesa. Venne risparmiato dalla contestazione solo il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. 
    L’indignato dolore dei ‘palermitani onesti’ fu espresso nella sua vibrante omelia dal cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo, che, citando un passo di Tito Livio, paragonò Palermo all’antica Sagunto e disse: «Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici. Ma questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo…».
     Povera davvero la martoriata Palermo che avrebbe pagato la sua battaglia contro la mafia ancora con tanto sangue, anche quello di coraggiosi commercianti come Libero Grassi, ucciso il 29 agosto 1991 perché aveva dichiarato di non voler pagare ‘il pizzo’. 
    Gli omicidi eccellenti sarebbero culminati dieci anni dopo con le stragi di Capaci e di via D’Amelio, dove il 23 maggio e il 19 luglio 1992 sarebbero stati uccisi con autobombe i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la moglie di Falcone Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro,  Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
     Forse è stato proprio il sangue coraggioso e innocente di tanti integerrimi cittadini e servitori dello Stato ad onorare Palermo anche come capitale dell’antimafia e ad annaffiare l’assai fragile piantina della speranza. Che vivrà solo se ogni cittadino onesto farà la sua parte. 

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 4.9.22





Vedi anche il post del 3.9.2017: Un amore spezzato, tre vite recise