martedì 11 luglio 2023

Il gioco della mosca

      Il gioco della mosca lo si praticava da maggio a settembre, quando il sole asciugava la spiaggia inumidita dalle piogge d’autunno. Ci si distendeva, sei o dieci ragazzi, in cerchio a pancia sotto sulla sabbia e e ognuno metteva al centro, all’altezza della propria testa, un monetina da venti centesimi. Sulla propria monetina ogni giocatore abbondantemente sputava.
      Poi si restava immobili, magari per ore, in attesa che una mosca andasse a posarsi su un ventino. Il proprietario del ventino prescelto dalla mosca vinceva i soldi puntati da tutti gli altri.
     Si dava il caso che, durante tutta una mattinata o un pomeriggio, nessuna mosca si facesse viva: in tale circostanza, il gioco veniva ripetuto paro paro il giorno seguente.
Era ammesso il condimento della saliva, prima dello sputo, con odori e sapori gradevoli alle mosche quali miele, succo d’uva, zucchero. Bertino Zappulla per qualche giorno ebbe una fortuna strepitosa, poi scoprimmo che condiva lo sputo con la sua stessa merda. Venne squalificato.
   Severamente proibita, durante il gioco, la lettura: il fruscio delle pagine voltate avrebbe potuto indurre la mosca alla fuga o a un cambiamento di rotta. Parimenti proibito parlare.
    Sono fermamente persuaso che nel corso di questo gioco, durato anni, si sono decisi i nostri destini individuali: troppo tempo impegnavamo nella pura meditazione su noi stessi e il mondo. 
     E così qualcuno divenne gangster, un altro ammiraglio, un terzo uomo politico. Per parte mia, a forza di raccontarmi storie vere o inventate in attesa della mosca, diventai regista e scrittore.

Andrea Camilleri, Il gioco della mosca, Sellerio, Palermo, 1999, pagg 84,85

domenica 9 luglio 2023

Tutela della Natura e rispristino degli habitat: l'UE ci prova

      Palermo – I media ne parlano poco: pochi sanno infatti che il 12 luglio prossimo il Parlamento europeo sarà chiamato ad esprimersi sulla Nature Restoration Law, l’iniziativa legislativa su un parziale ripristino degli habitat naturali nei paesi dell’Unione.
Approvata sul filo di lana lo scorso 22 giugno in Commissione, la proposta legislativa ha lo scopo ambizioso di ripristinare entro il 2030 almeno il 20% delle superfici terrestri e acquatiche degli Stati dell’Unione, con estensione della tutela, entro il 2050, a tutti gli ecosistemi bisognosi di recupero, con obiettivi giuridicamente vincolanti. La tutela ambientale riguarderà non solo le aree protette, ma tutti gli  ecosistemi, compresi i terreni agricoli e le aree urbane.
       Trentuno anni dopo la direttiva Habitat del 1992, la proposta di legge fa parte della Strategia per la Biodiversità che l’Europa intende portare avanti da qui al 2030.  Se sarà approvata, si tratterà di 'una pietra miliare' nella storia della legislazione europea su ecosistemi e biodiversità e porrà le basi affinché l’Unione Europea svolga un ruolo significativo ai negoziati sul “Global Biodiversity Framework post-2020” che si terrà alla COP 15 (Convenzione sulla biodiversità), in programma a Montréal il prossimo dicembre. 
        La proposta contiene obiettivi a medio e a lungo termine per diversi habitat (foreste, ecosistemi agricoli, aree urbane, fiumi, mari), che danno priorità agli ecosistemi con il maggior potenziale di rimozione e stoccaggio del carbonio e permettono la prevenzione e/o la riduzione dell'impatto di eventi estremi.
    Si segnalano, in particolare, quattro obiettivi specifici: garantire entro il 2030, da parte di tutti gli Stati, che non vi sia alcuna perdita netta di spazio verde urbano e incrementarne successivamente la superficie totale nazionale (del 3% entro il 2040 e del 5% entro il 2050) perché ogni città o paese possa godere di almeno il 10% di copertura arborea; entro il 2030 raggiungere l'obiettivo di 25mila chilometri di fiumi a libero scorrimento, rimuovendo ostacoli come dighe e barriere di vario tipo; progettare un aumento complessivo della biodiversità in foreste ed ecosistemi agricoli con particolare riferimento a farfalle e volatili selvatici; invertire entro il 2030 il calo delle popolazioni di insetti impollinatori (api, bombi), per tornare a farle crescere negli anni successivi.
    “Per la gente, il clima e il pianeta”, questo lo slogan della presentazione della proposta di legge. La Commissione ritiene infatti che la legge favorirà il conseguimento degli obiettivi climatici europei.
Ripristinare gli ecosistemi naturali è una misura necessaria anche per il raggiungimento dei target climatici mondiali, europei e nazionali: gli ultimi report del’IPCC, principale organismo scientifico internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, (Intergovernmental Panel on Climate Change, Gruppo intergovernativo sul Cambiamento climatico) mostrano infatti che, senza provvedimenti e azioni di ripristino naturale su larga scala, l’Europa sarà sempre più spesso soggetta ad eventi catastrofici, come quelli accaduti recentemente in Italia, in Emilia-Romagna e nelle Marche. 
   Inoltre, recuperare l’ecosistema migliorerebbe anche la sicurezza alimentare, con un incremento della produttività agricola e conseguente maggiore indipendenza strategica. Si avranno infine impatti positivi sulla salute e sul benessere dei cittadini. 
E il rapporto costi/benefici sarà a medio termine assai favorevole: si stima che ogni euro speso in ripristino del territorio porterà un ritorno economico da 8 a 38 euro. 
“I cittadini europei sono stati chiari: vogliono che l’Unione Europea si impegni concretamente in favore della natura e la riporti nelle loro vite. Gli scienziati sono stati altrettanto chiari: non c'è tempo da perdere, la finestra d'azione si sta chiudendo. Ed è chiaro anche il risvolto economico: per ogni euro speso per il ripristino, ne guadagneremo almeno otto” – ha dichiarato Virginijus Sinkevicius, Commissario europeo per l’ambiente, gli oceani e la pesca. Per sostenere il pacchetto, saranno stanziati ingenti finanziamenti, circa 100 miliardi di euro.  
     Inoltre, il provvedimento proposto è un regolamento e quindi, a differenza di una direttiva, se adottato dagli Organi comunitari, entrerà subito in vigore negli Stati membri. In secondo luogo, il raggiungimento degli obiettivi fissati in questa normativa, sarà giuridicamente vincolante per gli Stati membri. Entro due anni dal completamento dell’iter legislativo, gli Stati avranno l’obbligo di adottare dei Piani nazionali di Ripristino, da sottoporre al controllo della Commissione, inviando rapporti annuali sui progressi e l’attuazione delle misure previste. In caso di mancato rispetto degli obiettivi prefissati, gli Stati potrebbero essere esposti ad azione legale.
   Comunque, agli Stati membri viene lasciato un ampio margine di manovra per decidere le migliori misure interne per il raggiungimento dei target, da esplicitare nei Piani Nazionali. Ogni area geografica presenta infatti caratteristiche diverse e sarebbe impossibile, da parte di Bruxelles, fornire indicazioni valide per tutte le nazioni.
   Con tali premesse, l’approvazione della legge dovrebbe essere immediata e largamente condivisa. Purtroppo, non è così. Nonostante più di 3300 scienziati europei e persino alcune grandi imprese la sostengano con convinzione, gli europarlamentari sono divisi. 
    Ci sono infatti pareri non favorevoli e musi lunghi da parte di alcuni governi nazionali e da organizzazioni ambientaliste: “Riteniamo che bisogna essere più ambiziosi - ha spiegato Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente - Consideriamo il testo approvato dal Consiglio insufficiente perché, nella ricerca di stabilire un equilibrio politico e contrastare la disinformazione diffusa dei partiti di destra e dalla lobby dell’agricoltura e della pesca, garantisce troppa flessibilità per gli Stati membri nell’attuazione del regolamento”. Al contrario, il  Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha giustificato così la contrarietà del Governo italiano: “La proposta di regolamento per il ripristino della natura non assicura un adeguato bilanciamento tra obiettivi, fattibilità e rischi: non possiamo permetterci che non sia applicabile, efficace e sostenibile da tutte le categorie interessate, tra cui agricoltura e pesca”.
    Tali opposti dinieghi dimostrano forse che si è sulla strada giusta: alle associazioni si può obiettare che l’ottimo è nemico del bene; ai governi si rammenta che la politica non deve barattare il piatto di lenticchie del consenso immediato con l’obiettivo irrinunciabile di un futuro vivibile per figli, nipoti e pronipoti…

Maria D'Asaro, 9.7.23, il Punto Quotidiano

giovedì 6 luglio 2023

Invecchiare: una forma d'arte?

Cappella dell'Incoronata - Palermo
      Invecchiare non è un accidente. É una necessità della condizione umana; ed è l’anima a volerlo. L’invecchiamento è inscritto nella nostra fisiologia; eppure, il fatto che la vita umana duri a lungo dopo l’età feconda (…) ci rende perplessi. 
     Per questo motivo si sente il bisogno di idee immaginative capaci di aggraziare il diventare vecchi e di parlare alla vecchiaia con l’intelligenza che essa si merita. Nel presente libro troverete appunto questo tipo di visione. Esso offre la promessa di dare refrigerio alla mente del lettore con una pioggia di intuizioni che mirano a influire profondamente sulla transizione degli anni più tardi della vita.
    Insomma, perché viviamo tanto a lungo? Gli altri mammiferi si danno per vinti, mentre noi andiamo avanti per 40, 50, talvolta addirittura 60 anni dopo la menopausa. (…)
Io non mi sento di aderire alla teoria secondo la quale la longevità umana è il risultato artificiale della civiltà, della sua scienza e dei suoi servizi sociali, che sfornerebbero questa schiera di mummie viventi, paradossi sospesi in una zona crepuscolare. (…)
    Proviamo invece a carezzare l’idea che il carattere ha bisogno di quegli anni in più e che la lunga durata della vita non ci è imposta né dai geni né dalla medicina conservazionistica né da un accordo collusivo con la società. Gli ultimi anni della vita confermano e portano a compimento il carattere. (…)  
     Per spiegare la vecchiaia ci rivolgiamo di solito alla biologia, alla genetica e alla fisiologia geriatrica, ma per comprendere la vecchiaia abbiamo bisogno di qualcosa di più: dell’idea di carattere.
La nostra realtà di esseri viventi e pensanti precede le nostre spiegazioni su come viviamo e pensiamo. Un approccio psicologico alla vecchiaia deve attenersi a questa priorità. (…) Ciò significa che dobbiamo psicologizzare la vecchiaia, scoprire l’anima che ha dentro.
     Nel normale corso della vita, la vecchiaia termina nella morte, e il normale modo di pensare la vecchiaia salta alla medesima conclusione. Se l’invecchiare finisce sempre nel morire, questo significa forse che il fine dell’invecchiare è quello del morire? La biologia considera l’invecchiamento un processo che porta all’inutilità. Ma proviamo a considerare la vecchiaia una struttura, invece che un processo, una struttura che possiede una sua natura essenziale.
     Proviamo a domandarci perché gli anni della vecchiaia assumono una certa forma e mostrano certe caratteristiche. Forse la ‘inutilità’ va considerata esteticamente. Che l’anima, prima di andarsene, debba essere invecchiata al punto giusto?
       In tal caso, possiamo immaginarci l’invecchiamento come una trasformazione nella bellezza non meno che nella biologia. I vecchi sono come immagini in bella mostra che traspongono la vita biologica nell’immaginazione, nell’arte. I vecchi diventano qualcosa che colpisce la memoria, rappresentazioni ancestrali, personaggi della commedia della civiltà, ciascuno una figura unica, insostituibile, preziosa.
Invecchiare: una forma d’arte?

James Hillman, La forza del carattere (traduz. di Adriana Bottini), Adelphi, MI, 2018





lunedì 3 luglio 2023

Biorestauro: batteri al servizio dell'Arte

      Palermo - Forse non tutti sanno che il nostro Paese detiene il primato assoluto di numero di siti iscritti nella Lista del patrimonio mondiale UNESCO: ben 58, infatti, i siti italiani riconosciuti “patrimonio dell'umanità”. Seconda nazione è la Cina con 56, terza la Germania con 51.
   Monumenti, palazzi storici, siti archeologici, come e più degli esseri umani, subiscono però le ingiurie del tempo e dell’inquinamento ambientale.
    I ricercatori dell’ENEA – Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile – alla ricerca di solventi meno tossici per restituire alle opere d’arte la loro originaria bellezza, hanno pensato di chiedere aiuto ai batteri. È nato così il biorestauro: gli studiosi sono riusciti infatti a selezionare un gran numero di microorganismi non patogeni e li hanno allenati ad ‘ingoiare’ la patina di smog, idrocarburi e di altre sostanze che sporcano e invecchiano i beni artistici.
Il Centro Ricerche ENEA di Casaccia, 25 km a nord-ovest di Roma, inserito nel Microbial Resource Research Infrastructure - rete di centri europei per la salvaguardia della biodiversità microbica a fini di sostenibilità ambientale, sviluppo biotecnologico e crescita della bioeconomia – possiede oggi un considerevole archivio di microrganismi, con circa 1.500 tra batteri, funghi, alghe e virus. 
La raccolta si distingue per lo spettro di biodiversità dei contenuti e per le loro molteplici potenzialità applicative: dalla degradazione di contaminanti ambientali ai nuovi prodotti per il restauro sostenibile del patrimonio artistico, dalla salute delle piante all’agricoltura sostenibile in suoli aridi, dalla produzione di biomolecole per usi industriali, energetici e alimentari.
      Ecco le notizie fornite dalla giornalista Alessia Mari, in un servizio del Tg scientifico Leonardo: “I batteri vengono selezionati in natura, proprio negli ambienti ricchi degli inquinanti che si vogliono eliminare. Ad esempio, contro le patine di idrocarburi, i ricercatori hanno estratto dai terreni dell’ex polo siderurgico di Bagnoli batteri già abituati a nutrirsi di idrocarburi. Trasferiti in colture di laboratorio e inseriti in un gel che spinge il loro metabolismo a produrre più enzimi, i batteri vengono ‘affamati’ per almeno 24 ore, tenuti cioè a digiuno, e infine spalmati sull’opera da ripulire.
“Abbiamo in collezione almeno 900 ceppi diversi - ha affermato la dottoressa Chiara Alisi, microbiologa, ricercatrice del Laboratorio di Osservazioni e Misure per l’ambiente e il clima dell’ENEA, intervistata ai microfoni di Leonardo – Abbiamo lavorato, tra l’altro, per la rimozione di ossidi di ferro e di rame e per la rimozione di grassi di varia natura e idrocarburi.”
    Grazie ai preziosi batteri pulitori, tra le varie opere d’arte ripulite, hanno recuperato l’antico splendore le statue delle Cappelle medicee e gli affreschi delle logge della Casina Farnese a Roma.
“I dipinti murali delle logge della Casina Farnese erano coperte da uno strato molto spesso di caseina e gesso – ha aggiunto la dottoressa Alisi – Abbiamo quindi selezionato in laboratorio dei batteri per degradare la caseina. Ed è sempre un’emozione vedere questi batteri lavorare così bene: levi il gel che hai applicato e, dopo aver passato solo una spugna, trovi la superficie perfettamente pulita. Sembra davvero un miracolo…”
   Sì, quando la scienza è al servizio del bene e del bello, fa davvero miracoli…
Maria D'Asaro, 2 luglio 2023, il Punto Quotidiano

sabato 1 luglio 2023

Parlare ai morti perchè ascoltino i vivi...

Giuliana Saladino
        "Il combinato disposto – diciamo, più semplicemente, la somma – d’ignoranza linguistica e  d’ignoranza storica (delle quali gli italiani soffriamo meno di altre popolazioni industrializzate, comunque in misura spaventosa) sta producendo effetti che sono sotto gli occhi di chiunque: viviamo tragedie eclatanti (dalle stragi dei migranti alla guerra fra Russia e Ucraina) e crisi striscianti (lo smantellamento, mattoncino per mattoncino, di quel tanto di Repubblica democratica e di “stato sociale” che – non senza lacune e inadempienze – eravamo riusciti faticosamente a costruire dal Secondo dopoguerra agli inizi degli anni Ottanta del XX secolo) come zombi oscillanti fra la veglia della vita e il sonno della morte.

Se questo quadro è sostanzialmente realistico, vedrei due scenari principali per il futuro: o ci si chiederà come l’umanità del terzo millennio abbia potuto attraversare questa fase di cecità autolesionistica oppure il degrado intellettuale e morale avrà raggiunto il livello zero (ammesso che esisterà, nonostante il suicidio ecologico e bellico, ancora una specie sapiens sapiens).

Per scongiurare tali possibili scenari, è evidente che si debbano moltiplicare – qui e adesso – gli sforzi per alfabetizzare le maggioranze dopate e per evocare squarci significativi del nostro passato. 

Due terapie sinergiche 

            Per quanto riguarda il primo obiettivo (l’alfabetizzazione linguistica) non si tratta di moltiplicare la quantità dei testi da leggere – infatti non è vero, come si sente ripetere, che la gente non legge più – bensì la qualità. La gente legge oggi come mai nella storia dell’umanità: ma legge manifesti pubblicitari, post su facebook, giornali e riviste on line, e-mail e whatsapp; dunque legge di tutto senza possedere criteri di giudizio su ciò che legge. Gli studenti preparano una “tesina” con pezzi trovati in rete, ma senza preoccuparsi di specificarne la fonte: così la citazione dalla conferenza di un premio Nobel per la medicina finisce, intrecciata con l’opinione sul cancro del bottegaio all’angolo, in «una notte grigia in cui tutte le vacche sono grigie» (per parafrasare Hegel in polemica con Schelling).   
       Dunque, dovremmo invitare (un po’ controcorrente) i giovani a leggere di meno: a una sorta di digiuno, o almeno di dieta, letteraria. Ma di concentrarsi su testi significativi, possibilmente belli, suggeriti da qualche persona adulta di loro fiducia. Poi, quando si saranno disintossicati dalla spazzatura – o anche da ciò che, pur non essendo dannoso, è superfluo – potranno navigare da soli nell’oceano dei testi scritti. E diventare, a loro volta, garanti (provvisori) delle generazioni successive.
Non minore attenzione esige il perseguimento del secondo obiettivo (la memoria di ciò che del passato merita di essere ricordato o perché terribile o perché esemplare). Ci sono, pur tra prodotti poco interessanti, film e documentari che riescono efficacemente a ricostruire epoche storiche, vicende, personaggi. Ma è importante – a mio sommesso avviso – che il recupero della memoria storica avvenga anche attraverso pagine scritte, più adatte del linguaggio visivo a cogliere dettagli analitici e a suscitare pause di riflessione e valutazioni critiche.
      Pagine di questo genere dovrebbero, comunque, possedere una certa attrattiva estetica, in difetto della quale producono la noia e la disaffezione che ben conosciamo noi fruitori di manuali scolastici e di monografie accademiche. Per fortuna il Novecento (come il secolo in cui ci troviamo) ci ha regalato volumi seri e gradevoli al tempo stesso, come – per non aprire un elenco lunghissimo – Il secolo breve di Erich Hobsbawm: volumi che non ci raccontano tutti gli avvenimenti degni di memoria, ma ci accendono il desiderio di conoscerli. 

Lettere dall’aldiquà 

Di sintesi potenti e attraenti come i volumi di un Hobsbawm non tutti siamo capaci. Ma possiamo dare una mano all’intento, inscindibilmente didattico e politico, di colmare – almeno in parte – le amnesie collettive sperimentando altri generi letterari. È il caso di Maria D’Asaro che, da molti anni, ha avvertito l’esigenza interiore di scrivere “lettere” a protagonisti della vita civile nazionale (e non solo) che, in questi giorni, ha deciso di raccogliere in un unico volume: Una sedia nell’aldilà (Diogene Multimedia, Bologna 2023).

 A siciliani (più o meno… illustri) 

Lascio alla curiosità del lettore le ragioni dell’insolito titolo e passo direttamente a qualche assaggio delle dodici “lettere” (alcune delle quali già edite in riviste o in volumi curati da altri). Nel ripercorrerle, seguo l’andamento centrifugo: parto dalla provincia di Palermo – la città dell’autrice – per allargare lo sguardo sulla Sicilia, poi sull’Italia e infine, anche oltre. La missiva che apre il volume è indirizzata a un giovane adulto che è vissuto, ed è morto assassinato, a poche decine di chilometri dal capoluogo regionale: (continua su Dialoghi mediterranei



Augusto Cavadi (Dialoghi mediterranei)

mercoledì 28 giugno 2023

È nato…

     Infine era nato. 
Con una gestazione assai lunga e un parto voluto da tempo. Da anni, infatti, nostra signora faceva l’amore con un po’ di persone. Amplessi strani, perché i partners erano uomini molto diversi per età, provenienza, orientamento politico, professione. E c’erano anche tre donne… 
   Uomini e donne avevano però una cosa in comune: erano morti. Chi da poco, chi da decenni, chi suicida, chi ammazzato, chi per morte naturale.     Nostra signora li aveva amati di un amore intenso e costante. Tanto da generare, dalla loro assidua frequentazione, un figlio di carta, partorito grazie a due ‘levatrici’ di sesso maschile: un amico e un editore bolognese. 
“Una sedia nell’aldilà” – dodici lettere a tre donne, otto uomini e a un cane – è il frutto di queste relazioni d’amore, al di là dello spazio e del tempo. 
E del desiderio che queste donne e questi uomini non muoiano nella nostra memoria.

Maria D'Asaro
Dal 30 giugno in libreria: 

domenica 25 giugno 2023

Toledo, il battito antico del cuore di Spagna

     Palermo – Al turista frettoloso che, in visita a Madrid, non prevede una giornata o due per visitare Toledo, l’antica capitale spagnola distante solo 75 Km, non si possono concedere attenuanti.
   Infatti, dichiarata dall’Unesco Patrimonio artistico dell’Umanità, oggi capitale della regione Castiglia-La Mancia, Toledo conserva imperdibili vestigia di due millenni di storia. 
    Di origine greca o fenicia, nel 193 a.C. divenne un’importante città romana: fu ribattezzata Toletum e vi furono costruiti un imponente acquedotto, un anfiteatro e un vasto sistema di strade. Conquistata dai Visigoti nel V secolo d.C., la città raggiunse una grande importanza civile e religiosa, ma nel 711 venne conquistata da Tariq ibn Ziyad e divenne dominio musulmano. Riconquistata alla cristianità nel 1085 dal re di Castiglia Alfonso VI, che la rese capitale del nascente stato castigliano, Toledo divenne poi il centro della vita politica e religiosa della Spagna, sino a quando, nel 1561, Filippo II decise di trasferire la corte e quindi la capitale a Madrid: da allora per la città iniziò l’inevitabile decadenza politica ed economica.
   Degli antichi fasti, Toledo conserva il primato religioso: infatti l’arcidiocesi di Toledo, la più importante del Paese, è sede primaziale, e all’arcivescovo spetta il titolo di Primate di Spagna. 
Specie se si ha poco tempo, è opportuno iniziare il tour proprio dalla Cattedrale di Toledo (Catedral Primada de Santa María), la cui costruzione ebbe inizio nel 1226 ma fu ultimata solo nel 1493: edificata su una moschea, di grandezza imponente con le sue cinque navate e il doppio deambulatorio (corridoio posto intorno al coro e all’abside) e le suggestive 75 finestre che catturano la luce, è oggi considerata il miglior esempio di stile gotico-iberico in Spagna.
Nella facciata esterna della Cattedrale, si aprono tre porte a rilievi: al centro la Puerta del Perdón, a destra la Puerta del Juicio Final,  a sinistra la Puerta del Infierno, vicino alla quale svetta la possente torre campanaria a cinque piani, con colonnine nella parte superiore e  una cupola a spicchi su pianta ottagonale a pinnacoli; nel lato meridionale della chiesa si aprono poi la Puerta Llana, dalla quale è consentito l’ingresso, e la Puerta de los Leones, mentre sul lato nord si trova la Puerta del Reloj (dell’orologio).
All’interno, il turista si trova quasi soverchiato da una composita ed eclettica esplosione di opere d’arte: la Cappella mozarabica, lungo la navata destra; la ricchissima Capilla Mayor, con la splendida cancellata e il colossale retablo (pala d’altare) in legno dorato e policromo; il coro gotico della navata centrale; nel doppio ambulatorio, il cosiddetto Transparente, una delle opere più appariscenti del barocco spagnolo. Dal transetto sinistro si entra poi nel Museo Catedralicio, che presenta opere di assoluto valore di van Dyck, Diego Velasquez, Tiziano, Rubens, Guido Reni, Caravaggio e quindici dipinti di El Greco, pseudonimo del pittore di origine greca Domínikos Theotokópoulos.
    Il grande pittore, considerato uno dei maestri del tardo Rinascimento spagnolo, visse infatti gli ultimi decenni della sua vita proprio a Toledo, dove morì il 7 aprile del 1614. Nella città è possibile visitare la sua casa natale, e molte chiese cittadine ospitano suoi dipinti: nella chiesa di Santo Tomè, ad esempio, si può ammirare il celebre Entierro del Conte de Orgaz.
   Se il tempo lo consente, in particolare merita una visita la chiesa di San Juan de los Reyes, magnifico esempio di sintesi tra lo stile tardo gotico castigliano e lo stile mudèjar, diffusosi in Spagna alla fine del dominio musulmano. E, se non si va di lunedì, giorno di chiusura, andrebbe vista la Sinagoga del Transito, il più grande luogo di culto ebraico in Spagna.
   Ogni angolo, ogni pietra a Toledo hanno un fascino speciale e ne raccontano la Storia: le sue imponenti mura medioevali, la Puerta del Sol, che segnava l’ingresso principale della città e oggi è considerata uno dei suoi simboli, l’Alcazar, il castello voluto da Alfonso VI nel XIII secolo durante la riconquista, edificio più volte devastato, ma sempre restaurato, la cui imponente mole quadrata domina tutta la città vecchia.  Dove, ovviamente, non mancano i posti di ristoro e i negozietti per l’acquisto dell’immancabile souvenir: una spada toledana o l’effigie di don Chisciotte e Sancho Panza…
Infine, se si ha la fortuna di avere un buon passo, prima di lasciare l’antica capitale ci si può incamminare a piedi costeggiando il Tago, il maggiore fiume spagnolo, lungo la Carretera de circunvalacion continuando sino alla terrazza dell’Ermita de la Virgen del Valle, dove si può ammirare un magnifico panorama della città.
    E, se ci si fermerà un istante a contemplare l'intreccio magico tra paesaggio naturale e umano, si proverà l'impalpabile sensazione di riuscire a percepire il battito antico del cuore di Spagna.
Maria D'Asaro, 25.6.23, il Punto Quotidiano



                                                        




venerdì 23 giugno 2023

Discorso all'ufficio oggetti smarriti

G.Klimt: Fregio di Beethoven (particolare), 1902 - Vienna
Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord,
e anche molti dèi per via dall’Est all’Ovest.
Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita.
Mi è sprofondata nel mare un’isola, e un’altra.
Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli,
chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.
Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva
e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza.
Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe,
me ne uscivo di senno più e più volte.
Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio,
ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.
 
Perduto, smarrito, ai quattro venti se n’è volato.
Mi stupisco io stessa del poco di me che è restato:
una persona singola per ora di genere umano,
che ha perso solo ieri l’ombrello sul treno.

 Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere, tutte le poesie (1945-2009), 
a cura di Pietro Marchesani, pag. 305, Adelphi, Milano

giovedì 22 giugno 2023

Benvenuto a Palermo, caro Vasco...

 


Allo stadio "Renzino Barbera", stasera 22 giugno e domani sera 23 giugno.

Qui, la lettera del vescovo di Rimini a Vasco (grazie, Rossana!)


lunedì 19 giugno 2023

Attenti, stiamo avvelenando gli oceani

      Palermo – Delle preziose profondità oceaniche, che occupano circa il 71% della superficie terrestre, conosciamo un misero 5%: rimane sconosciuto il restante 95%, stessa percentuale della materia ignota che forma l’universo… Paradossalmente abbiamo informazioni più sulla consistenza dei suoli della Luna e di Marte che non dei fondali marini.
    Per richiamare l’attenzione sul Pianeta blu, dal 1992 l’otto giugno si celebra in molti Paesi la giornata mondiale degli oceani, che le Nazioni Unite quest’anno hanno voluto celebrare con lo slogan “Pianeta Oceano: le maree stanno cambiando”. 
    Ecco cosa scrive la pagina web dell'Onu dedicata a tale ricorrenza: "Le maree stanno cambiando: per celebrare questa Giornata e il tema del 2023, Pianeta oceano, le Nazioni Unite stanno mettendo insieme le forze con decisori politici, scienziati, dirigenti del settore privato, rappresentanti della società civile, comunità indigene, celebrità e giovani attivisti per mettere l'oceano al primo posto". “L'oceano copre la maggior parte della terra, ma solo una piccola parte delle sue acque è stata esplorata. Nonostante la totale dipendenza dell'umanità da esso e rispetto all'ampiezza e alla profondità di ciò che ci offre, l'oceano riceve in cambio solo un frammento della nostra attenzione e delle nostre risorse". 
   Immensi benefattori dell’umanità – potrebbero essere considerati alla stregua di una superpotenza mondiale, poiché creano beni equivalenti a circa 2.500 miliardi di dollari l’anno – oceani e mari sono sempre più minacciati dalla pesca eccessiva, dal traffico marittimo, dall’inquinamento e dal cambiamento climatico. Un segno di speranza c’è stato il 5 marzo scorso, quando è stato firmato il trattato internazionale dell’Alto Mare, che prevede la tutela, entro il 2030, del 30% degli Oceani, con restrizioni che riguarderanno quote pesca, rotte marittime ed estrazioni minerarie. 
   Ma non si può attendere il 2030 per intervenire, e soprattutto per contrastare il grave pericolo dell’acidificazione degli oceani. In un’intervista al TG scientifico ‘Leonardo’  lo ha ribadito la dottoressa Cinzia De Vittor, ricercatrice all’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale: “Legato al cambiamento climatico, c’è il problema dell’acidificazione degli oceani, che assorbono oltre 24 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2) ogni giorno, circa il 25% di quella che produciamo per l’uso dei combustibili fossili (soprattutto petrolio e carbone). Quando la CO2 viene a contatto con l’acqua si trasforma in acido carbonico e quindi determina un abbassamento del Ph oceanico. È così che, a partire dalla Rivoluzione Industriale, il pH delle acque marine è passato da 8,2 ad 8,1 unità… Un dato che erroneamente sembra piccolo, ma che è invece immenso e rappresenta un incremento di acidità oceanica del 30%, con proiezioni davvero preoccupanti per il 2.100, con un aumento atteso sino allo 0,3% ...” 
    Ma in cosa consiste esattamente il processo di acidificazione? Quali ripercussioni può avere sull’ambiente marino e quindi sulla nostra vita? 
Il pH è la misura dell’acidità di un gas o di un liquido, espressa come concentrazione di ioni idrogeno (H+). All’aumentare della concentrazione di H+, dunque, aumenta l’acidità del fluido e diminuisce il valore del pH. 
    Alterare l’equilibrio chimico delle nostre acque implica dunque, in questo caso, un aumento della concentrazione di CO2 in soluzione e la diminuzione del ph nella risorsa idrica. Questo significa mettere in pericolo tutte le forme viventi che vi abitano e che si sono sviluppate in un ecosistema con caratteristiche chimiche più o meno omogenee da migliaia di anni. 
Si tratta di un dato assai preoccupante per l’ambiente marino. Infatti,  molti organismi acquatici (fitoplancton, zooplancton, alghe coralline, coralli, echinodermi e molluschi) si servono proprio degli ioni carbonato per costruire il proprio guscio, o altri elementi rigidi, tramite il processo biologico di calcificazione: se l’acqua risulta troppo acida, gusci e strutture similari si dissolvono o non si formano affatto. Quindi, moltissime forme di vita possono avere ridotti tassi di crescita, di sviluppo e di calcificazione, e minori possibilità di sopravvivere. Si sta già assistendo al deterioramento delle barriere coralline, che comporta la perdita di habitat e di risorse molti pesci e microorganismi. 
   Tutto questo avrà notevoli ricadute sulla nostra vita: il settore ittico sarà gravemente danneggiato dalla scomparsa di organismi che costituiscono, soprattutto in certe aree del pianeta, una risorsa primaria sia per i pesci che per le persone.
   Oggi, l’unica soluzione praticabile per fermare l’acidificazione degli oceani è quella di diminuire significativamente le emissioni di CO2: l’Accordo di Parigi del 2015 si propone proprio di attuare questo obiettivo, cercando di limitare il riscaldamento globale entro 1,5° di aumento di temperatura. 
Per diminuire le emissioni di gas serra nei 190 Paesi aderenti sono stati investiti 100 miliardi di dollari l’anno, dal 2020 al 2025. E si prevedono ulteriori investimenti dal 2025 in poi. 
   Ma tutto questo non basta se non si cambierà radicalmente il nostro stile di vita e di produttività: ci vogliono quindi cambiamenti di rotta coraggiosi, soprattutto a livello collettivo. Solo se tali cambiamenti ci saranno, si potrà sperare che tra qualche centinaia di anni le acque del pianeta tornino allo stato preindustriale. E i nostri pro-pro-pronipoti potranno ancora trovare poetica e sensata, senza maledirci per la nostra condotta pregressa, la lirica di Francesco Petrarca Chiare, fresche e dolci acque…

Maria D'Asaro, 18.6.23, il Punto Quotidiano