venerdì 9 febbraio 2024

A/R: Andata e Racconto

     "Uno, due, tre, quattro, cinque… trentotto, trentanove, quaranta.  
     Giulia li aveva contati: nella stazione più vicina a casa sua, erano quaranta gli scalini che portavano ai binari della metro. 
   Metro non sarebbe stata però la parola appropriata. Più che di una metropolitana, si trattava infatti di un treno che, ogni trenta minuti, collegava la stazione centrale all’aeroporto: in tutto diciotto fermate, una dozzina in città e quattro o cinque fuori. 
     Ma per Giulia quella era la Metro: sto prendendo la metro… arrivo tra cinque minuti con la metro… ormai preferisco muovermi in metro…Si esprimeva così, con colleghi e amici. E mentre pronunciava la frase, per una frazione di secondo indugiava sulla parola ‘metro’ per scandirne meglio il suono e assaporare una sorta di compiacimento privato, misto a contentezza ed orgoglio.
     Perché ormai, per muoversi in città, Giulia prendeva la metro ogni giorno. La considerava quasi il suo mezzo di trasporto personale.  Da qualche tempo si era convinta che non aveva il diritto di viaggiare in auto da sola e si sentiva a posto con sé stessa se, per i suoi spostamenti, non immetteva anidride carbonica nell’aria. Non aveva ancora quarant’anni, era una buona camminatrice, con un po’ di buona volontà poteva conciliare il trenino anche con i suoi orari di lavoro. Certo, sarebbe stato davvero perfetto se le corse fossero state magari ogni venti minuti. Era comunque una gran comodità non rimanere intrappolata nel caos del traffico cittadino e non dovere cercare posteggio.
    E poi, mentre percorreva le scale in entrata o in uscita, oppure mentre sul treno ascoltava la voce registrata che informava in italiano e in inglese destinazione e fermate, volava spesso con l’immaginazione e sognava di essere in una metro vera, in viaggio verso le agognate Parigi e Lisbona, o di nuovo a Mosca, Amsterdam, Londra, Vienna, Berlino… città conosciute ed amate. 
    Restava allora, per lunghi istanti, avvolta nella meravigliosa sensazione di essere ancora in una città straniera, partecipe appassionata di un pezzo di Storia che si offriva al suo sguardo. Magari a Berlino, al Checkpoint Charlie, nei pressi del Muro, accanto ai volti di quelli che erano morti nel vano tentativo di scappare…  Ripensava, ad esempio, alla storia incredibile di Winfried Freudenberg, l’ingegnere trentaduenne che, nove mesi prima della caduta del muro, aveva tentato la fuga da Berlino est con una mongolfiera costruita con le sue mani… 
    Rivedeva la grande Russia, dove tutto era smisurato, come l’oro che ricopre le cupole delle chiese ortodosse, con il cielo pieno di bagliori dorati; smisurato come l’odio di Pietro il Grande per la sorella Sofia; infinito come il territorio interno costellato da tante betulle; immenso come il valore dei capolavori racchiusi all’interno dell’Ermitage, a san Pietroburgo… 
    Giulia amava viaggiare. Soprattutto in treno, il mezzo che le permetteva di cogliere meglio un pezzo di anima dei luoghi che visitava.
   Certo, quando pensava alle sue scelte ambientaliste, sentiva ancora un’impercettibile fitta al cuore: la fine della sua storia con Mattia, lo ricordava bene, era cominciata circa quattro anni fa, la sera di un marzo piovoso, proprio con un battibecco sulla tutela dell’ambiente.
    - Giulia, sto prenotando una crociera per le vacanze: Mediterraneo e tanto Egitto, va bene? –  esordì Mattia all’improvviso. 
Silenzio.
- Cosa è che non va? – aveva chiesto Mattia, contrariato dalla mancata immediata esultanza alla sua proposta.
- Sai bene che preferisco l’Europa del nord, le grandi città. E poi – soggiunse abbassando un poco il tono di voce - mi sono documentata sull’impatto ambientale di una crociera… preferirei soluzioni alternative.
- Non starai per caso diventando un’illusa come quelli che pensano di salvare il mondo con le proprie insignificanti scelte personali… – l’aveva canzonata Mattia, non prendendola troppo sul serio. 
    Per quella sera la discussione era finita: la vacanza andava programmata per settembre, c’era ancora tempo per parlarne.
      Mattia non l’aveva presa troppo sul serio, ma Giulia, spinta dalle argomentazioni accorate dell’ormai celebre ragazzina svedese, si era documentata per conto suo e, giorno dopo giorno, aveva preso a cuore la questione ambientale, tanto da decidere di fare la sua parte. Il suo compagno non si era fatto coinvolgere più di tanto; la invitava anzi a non complicarsi troppo la vita, quando lei gli aveva detto che adesso cercava di fare la spesa in modo diverso: preferiva prodotti di stagione e a chilometro zero, prestava attenzione alle etichette e al volume degli imballaggi; si era anche impegnata a ridurre il consumo di carne e di pesce."

                                            (I parte. Continua qui e qui ...)

Racconto proposto dalla scrivente al concorso:  A/R Andata e …Racconto, Edizione 2023 ideata da Ferrovie dello Stato Italiane  e dal Salone Internazionale del Libro di Torino)

mercoledì 7 febbraio 2024

Alex e Petra, il peso di 'portare' la speranza...

       Giovedì 8 febbraio 2024, dalle ore 18.30 alle 20, alla Casa dell’Equità e della Bellezza, a Palermo in via Garzilli 43/a, la scrivente proporrà un momento di meditazione condivisa a partire dalla sua lettera ad Alex Langer pubblicata nel testo “Una sedia nell’aldilà” (Diogene Multimedia, Bologna, 2023) 
     Si rifletterà insieme, in particolare, su "Il peso (e la necessità) di essere, ieri come oggi, Hoffnungsträger, portatori di speranze".

E' possibile essere oggi portatori di speranza senza una ontologia certa, in mezzo a guerre, violenze inaudite, baratro ecologico, evanescenza dell’etica e dei legami umani?

Si propone intanto lo stralcio di un articolo di Alex Langer, dedicato a Petra Kelly: 

Petra Kelly
      “A Petra Kelly più che a chiunque altro spettava anche individualmente l’appellativo col quale i «Grünen» nel loro insieme spesso erano stati caratterizzati: «Hoffnungsträger», portatori di speranze collettive. La giovane e minuta ex funzionaria socialdemocratica della Comunità europea (…) con foga quasi religiosa e con enfasi profetica aveva proclamato alcune verità semplici, ma difficili da tradursi in politica: che la pace si fa togliendo di mezzo le armi e gli apparati militari, che i diritti umani e di tutti gli esseri viventi non possono sottostare ad alcuna ragione di stato ed hanno carattere assoluto, che l’umanità deve optare se accelerare la corsa al suicidio (ed eco-cidio) o se preferisce un profondo cambiamento di rotta, magari doloroso per qualche rinuncia nel breve periodo, ma anticipatore di una nuova e più ricca qualità della vita. (…)
    Forse è troppo arduo essere individualmente degli «Hoffnungsträger», dei portatori di speranze: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere. (…)
                                                                              
   Alex Langer (da “Il Manifesto”, 21/10/1992)


domenica 4 febbraio 2024

Perfect days: il film perfetto di Wenders?

     Palermo – Perfect days, l’ultima pellicola di Wim Wenders nelle sale italiane dal 4 gennaio scorso, è entrata nella prestigiosa cinquina dei film stranieri candidati all’Oscar, insieme a Io Capitano di Matteo Garrone, al britannico Zone of Interest, allo spagnolo La società della neve e al tedesco The Teachers' Lounge
      Perfect days sta riscuotendo un grande successo di pubblico, incantato dalla vita semplice del protagonista Hirayama, che compie piccoli gesti quotidiani: alzarsi presto, guardare il cielo, vestirsi, annaffiare alcune piantine, bere un caffè… prima di andare a pulire i bagni pubblici di Tokyo. 
     Hirayama appare sereno, persino lieto nello svolgere con cura il suo lavoro, durante il quale presta comunque attenzione alle persone che gli passano accanto: riconsegna alla madre un bambino che si era smarrito in un bagno, saluta una ragazza triste che fa lo spuntino di mezzogiorno accanto a lui, è generoso verso il collega che gli rivela i suoi sentimenti e desideri, accoglie per qualche giorno nel suo minuscolo appartamento la nipote in fuga dal mondo.
         A cosa deve Hirayama la sua condizione di serenità? 
     Il protagonista non è uno dei tanti poveri senza nome del pianeta, non è un perdente: la sua vita umile ed essenziale è frutto di una scelta personale, non uno scherzo del destino. Da alcune scene del film, si capisce infatti che ha deciso di lasciarsi alle spalle una famiglia ricca, come un novello san Francesco d’oriente…
    Inoltre, nello scorrere uguale dei gesti e delle giornate, Hirayama ha una sua centratura e un ricco mondo interiore: ama la musica delle vecchie musicassette, colonna sonora degli spostamenti quotidiani col furgoncino dalla casa in periferia al centro della capitale giapponese; con una vecchia macchina fotografica, ama fotografare gli alberi e la luce cangiante che filtra dai rami; ama leggere buoni libri la sera, prima di dormire.
Se infine si sottolinea la sceneggiatura assai suggestiva e che Koji Yakusho, l’attore che interpreta il protagonista, ha una recitazione inappuntabile - non a caso è stato premiato a Cannes - si potrebbe concludere che si tratta quindi di un film ‘perfetto’… 
     Un’informazione, appresa da Wikipedia, ha indotto però chi scrive a considerare Perfect days in modo un po’ diverso: commissionato al regista nel 2018 dal quartiere di Shibuya, uno dei 23 di Tokyo, il film doveva essere in origine solo un documentario sui bagni pubblici della capitale giapponese. L’amministrazione di Shibuya aveva infatti l’obiettivo sia di screditare l'immaginario collettivo secondo cui i bagni pubblici sono luoghi brutti e sporchi sia quello di pubblicizzare l’iniziativa della Fondazione Nippon (organizzazione benefica che in Giappone si occupa anche di welfare) per la Tokyo Toilet Project: il progetto di creare una serie di spazi per tutti in una delle aree più frequentate della capitale.
A partire dal documentario, Wenders ha poi invece realizzato una bella pellicola cinematografica, operando una sorta di ‘spostamento gestaltico’ del punto di vista: i bagni pubblici, da ‘figura’ sono diventati ‘sfondo’, sfondo comunque ben visibile della narrazione, con il protagonista Hirayama che diviene invece ‘figura’ in primo piano.
   La trasformazione da documentario a film spiegherebbe però l’eccessiva ripetizione delle inquadrature, un certo ‘formalismo’ estetizzante, una trama quasi inesistente. 
Wenders realizza comunque un film ‘poetico’, che vuole comunicare agli spettatori un messaggio preciso: una filosofia esistenziale minimalista, alternativa allo sconquasso consumista e alla ricerca a ogni costo di ricchezza e potere. Se ci si pensa, niente di nuovo: Wenders, partendo dal design dei cessi di Tokyo, con il suo film di successo, ci ricorda una verità che Gesù Cristo, san Francesco e ancora prima i buddisti, ci raccomandano da tempo: beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i misericordiosi… 
    Senza illuderci troppo però: come scrive nel suo blog Franco Battaglia, da competente cinefilo, la gentilezza tanto osannata da Wenders ci può mettere su una buona strada, “ma non si sa quanto riesca a contagiarci davvero, se essa non siede già accanto a noi, ospite fissa”.

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 4.2.24

venerdì 2 febbraio 2024

Ora


Si muore

Senza amore

Senza sguardi

Di compassione, di cura

Ora                                                     

martedì 30 gennaio 2024

Stupore

Perché mai a tal punto singolare?
Questa e non quella? E qui che ci sto a fare?
Di martedì? In una casa e non nel nido?
Pelle e non squame? Non foglia, ma viso?
Perché di persona una volta soltanto?
E sulla terra? Con una stella accanto?
Dopo tante ere di non presenza?
Per tutti i tempi e tutti gli ioni?
Per i vibrioni e le costellazioni?
E proprio adesso? Fino all’essenza?
Sola da me e con me? Perché mi chiedo,
non a lato, né a miglia di distanza,
non ieri, né cent’anni addietro, siedo
e guardo un angolo buio della stanza
- come, rizzato il capo, sta a guardare
la cosa ringhiante che chiamano cane?

Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere, tutte le poesie (1945-2009), 
a cura di Pietro Marchesani, pag. 307, Adelphi, Milano

domenica 28 gennaio 2024

Roberto Alajmo, laurea honoris causa per la sicilitudine

       Palermo – Autore di una quarantina di libri tra romanzi, saggistica e opere teatrali, apprezzato sia in Italia che all’estero, lo scrittore e giornalista Roberto Alajmo, nato a Palermo nel 1959, iscrittosi dopo la maturità alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, non si era poi laureato. 
     Come ha confessato egli stesso, aveva infatti abbandonato l’Università dopo la bocciatura in una prova scritta, un tema su Pirandello. Bocciatura peraltro meritata perché: “Sicuro di sapere scrivere, affrontai il tema con una tracotanza, una strafottenza tale che di Pirandello non parlai quasi per niente…”.      
    Quarant’anni dopo, il cerchio si è chiuso: il 15 gennaio scorso, il professore Massimo Midiri, Rettore dell’Università degli Studi di Palermo, ha conferito allo scrittore la laurea magistrale honoris causa in Italianistica. 
     In sintesi, questa la motivazione, espressa dalla professoressa Luisa Amenta, prorettrice e coordinatrice del Corso di Studi in Italianistica: “Roberto Alajmo ha saputo rappresentare la vitalità e la contraddittorietà di Palermo e della Sicilia tra luce e ombra, arricchendo con voci nuove e originali una narrazione polifonica dei luoghi e dell’esperienza del vivere. 
La sua scrittura dal ritmo veloce, su cui si innesta il gusto del paradosso e del grottesco, prende le mosse dalla sua pratica giornalistica, dando vita sin dal suo esordio, alla fine degli anni ’80, a narrazioni analitiche e taglienti che procedono in un crescendo di tensione, intrecciando l’ironia a uno spasimo dolente.
La scrittura inventiva di Alajmo si alimenta della cronaca privata e pubblica, predilige le microstorie della nostra contemporaneità e le disarticola da angolazioni minime, rivelando risvolti tragicamente surreali, provocatoriamente estranianti. 
Roberto Alajmo infatti, nei suoi libri si è sempre dimostrato esegeta ironico e attento di una realtà al limite della follia e del paradosso. Nelle sue pagine si manifesta come una specie di Pirandello metropolitano, in grado di isolare il bagliore di un evento, lo scintillio momentaneo di un dettaglio per poi immergerlo o nell’umorismo più amaro e nero o in una abbacinante comicità. Uno sguardo in forza del quale anche le stramberie più peregrine e bizzarre diventano le assurde tessere di un mosaico che solo lo scrittore può ricomporre: un mosaico che, sulla Sicilia e soprattutto sulla città di Palermo, ci dice di più di tante inchieste e delle analisi di giornalisti e antropologi, tese ad afferrare una realtà sfuggente da tutti i lati.
L’Università degli Studi di Palermo, riconoscendo l’apporto dato dallo scrittore alla cultura letteraria, ha proposto la laurea honoris causa in Italianistica per aver saputo raccontare nei suoi romanzi e nei suoi racconti la città di Palermo, con una narrazione che illumina zone inesplorate del nostro presente, interpretando al meglio la missione formativa del corso di studio magistrale in Italianistica”.
     La scrivente, appassionata lettrice dei testi di Alajmo, non può che sottoscrivere queste parole. 
E proporre ai potenziali lettori, che non lo conoscono ancora, almeno un’imperdibile cinquina di suoi libri: Repertorio dei pazzi della città di Palermo (meglio se nell’edizione del 1993); Notizia del disastro (2001), dove si narra l’incidente aereo a Punta Raisi, aeroporto di Palermo, nel dicembre 1978: tragedia che, come scrive l’autore nel risvolto di copertina “non ha come scenario un attentato o un complotto. Semplicemente il destino. Collettivo e grandioso. Crudelissimo e ingiusto: ma solo destino”; il romanzo noir Cuore di madre, finalista al Premio Strega nel 2003. 
E ancora i saggi: Arriva la fine del mondo (e ancora non sai cosa mettere), del 2012: testo che è anche un buon saggio di sociologia, di psicologia sociale divulgativa, in cui lo scrittore squaderna un’ampia carrellata delle possibili geo-catastrofi in arrivo, senza rinunciare alla sua vena surreale e grottesca, che rende meno indigesto il lugubre repertorio. Alla domanda di fondo: Come reagirebbe il cittadino medio all’eventualità di una imminente apocalissi? Alajmo snocciola una serie di considerazioni imperdibili e intriganti. 
E poi L’arte di annacarsi (2010), il libro che la sottoscritta avrebbe voluto scrivere lei… Non certo, per carità, perché lo avrebbe scritto meglio di Alajmo, che armonizza con talento la prima mano di colore del giornalista e la seconda di precisione dello scrittore. La sottoscritta avrebbe voluto scriverlo lei, questo libro, perché le radici e il viaggio - reale e metaforico – nei luoghi della sicilitudine visitati da Alajmo, lo ha fatto e lo condivide appieno.
   Infine, oltre la citata cinquina, la scrivente consiglia anche L’estate del ’78, dove l’autore introduce i lettori nel cerchio degli smottamenti che fanno franare per sempre il mondo magico e dorato dell’infanzia. E, soprattutto, racconta il commiato più difficile da raccontare: quello dalla madre, morta suicida a 42 anni il 31 ottobre 1978, dopo la mitica estate della maturità.
      La full-immersion nella dolorosa storia personale  - narrata da Alajmo senza fronzoli, con perfetta misura espressiva – consente ai lettori di trovare la chiave per comprendere l’ispirazione di fondo della sua scrittura: anche se gli esiti narrativi di uno scrittore non sono mai sovrapponibili alle sue vicende biografiche, si capisce di più la sapienza dolente, ironica, piena di compassione che permea tanti suoi testi, la straordinaria ‘confidenza’ con la morte, che si respira nelle sue pagine, la vena grottesca e noir di tanti suoi romanzi, che inevitabilmente si fermano al venerdì santo, senza nessuna resurrezione all’orizzonte. 
     Nonostante tutto, Alajmo rimane comunque scrittore poliedrico e leggero, di quella leggerezza che Calvino ci ha insegnato a gustare…Uno di quei siciliani “capaci di tirare la corda pazza senza strapparla mai, e anzi intrecciandola con quella civile fino a farne una gomena a cui ancorare le proprie utopie”.

Maria D'Asaro, 28.1.24, il Punto Quotidiano

sabato 27 gennaio 2024

Egregio dottor Levi...

(Lettera postuma a Primo Levi, che inizia così:)


     Egregio dottor Levi,
                                         solo di fronte al mare, nella luce dorata dell’agosto siciliano, sono riuscita a ripercorrere la sua via crucis e a leggere molti suoi scritti. Tra una pagina e l’altra, mi sono spesso fermata, perché mi mancava il respiro… L’azzurro del mare mi aiutava a continuare il viaggio doloroso, come se l’acqua lenisse un pochino l’angoscia di condividere quello che le era accaduto ad Auschwitz, nella baracca n.45.

       Lei, appena fuori da Auschwitz, ci ha presentato Hurbinek: “un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, non sapeva parlare (…) Era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava (…) premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano a un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena”. 
      Hurbinek, “non aveva mai visto un albero; (…) aveva combattuto come un uomo (…) per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; morì ai primi giorni del marzo 1945, libero, ma non redento”.
    Poco prima, avevamo incontrato Sòmogyi, il chimico ungherese moribondo compagno nell’infermeria del campo nel gennaio del ‘45, nei giorni senza fondo sospesi tra la fuga dei tedeschi e l’arrivo dei russi.
     Sòmogyi che “seguendo un ultimo interminabile sogno di remissione e di schiavitù, prese a mormorare ‘Jawohl’ ad ogni emissione di respiro; regolare e costante come una macchina, ‘Jawohl’ ad ogni abbassarsi della povera rastrelliera delle costole, migliaia di volte, tanto da far venire voglia di scuoterlo, di soffocarlo, o che almeno cambiasse parola”.
Abbiamo saputo di cosa fossero impastati i suoi sogni, negli interminabili incubi del sonno nel Lager. (…)
(La lettera si conclude così:)

    Come salutarla, dottor Levi? Con un immenso grazie. 
Leggere i suoi scritti dilata i nostri orizzonti e ci rende migliori, capaci di gioire delle piccole cose che la vita ci offre: le nostre tiepide case, un piatto di lasagne, i maglioni di lana, la doccia calda, le posate, lo spazzolino da denti… l’acqua fresca d’estate con uno spicchio di limone, il cappuccino al mattino. 

    E poi, caro dottor Levi, raccogliamo il testimone.
Lasciato ai piedi delle scale del suo palazzo, quell’undici aprile del 1987. Manterremo vivo il ricordo, per abitare la casa della vigilanza e vestire l’abito dell’impegno etico e civile. 
Perché “chiunque, qualunque essere umano, può fare un’opera fondamentale. Non necessariamente un libro…  anzi, sono un’esigua minoranza coloro che possono scrivere un libro, ma qualcosa pure sì, per esempio educare un figlio, risanare un malato, consolare un afflitto”.

    Condividiamo le parole di Edgar Morin, che lei avrebbe apprezzato: “Siamo perduti, ma abbiamo un tetto, una casa, una patria; il piccolo pianeta in cui la vita si è creata il proprio giardino, in cui gli esseri umani hanno formato il loro focolare, in cui ormai l’umanità deve riconoscere la propria casa comune (…). Dobbiamo essere fratelli, non perché saremo salvati, ma perché siamo perduti. Dobbiamo essere fratelli per vivere autenticamente la nostra comunità di destino di vita e di morte terreni. Dobbiamo essere fratelli perché siamo solidali gli uni con gli altri nell’avventura ignota”.


Maria D’Asaro, Una sedia nell’aldilà
Diogene Multimedia, Bologna, 2023 pagg.101,102,124

venerdì 26 gennaio 2024

Il re è nudo

M. Duchamp: Nudo che scende le scale, 1912  (quadro capovolto per scelta)

La guerra

Fa orrore

È stupida 

Il re è nudo…

Diciamolo.     

giovedì 25 gennaio 2024

Gravidanza per altri: se ne parla oggi...

     La scuola di Formazione etico-politica ‘Giovanni Falcone’, dalle 18 alle 20, presso la Casa dell’Equità e della bellezza in via Garzilli 43/a, Palermo, organizza oggi un incontro su ‘Femminismo e GpA (gravidanza per altri).
     La Scuola ritiene infatti che questo tema, con tutte le sue implicazioni, sia di grande pregnanza etica, con ricadute sociali fondamentali nella comunità umana: per questo ce ne vogliamo occupare.
     Abbiamo invitato Daniela Dioguardi perché esponga il punto di vista suo e di buona parte del femminismo siciliano e italiano, punto di vista portato avanti nonostante le accuse pesanti di ‘collusione’ con forze retrive e reazionarie.
    Qualcuno potrebbe chiedersi perché non ci sia un contraddittorio. Si è pensato intanto - visti i tempi ristretti dell’incontro - di ascoltare un punto di vista, a cui i presenti possono riferirsi per richiesta di chiarimenti e porre obiezioni.
     Sullo stesso tema, la Scuola si propone di organizzare a breve ulteriori occasioni di approfondimento, finalizzate a comprendere le ragioni profonde di questioni così delicate che riguardano intanto i corpi e, con essi, la nostra visione dell’affettività e dei rapporti umani.

Maria D'Asaro