lunedì 4 settembre 2023

Cara Giuliana, ne è valsa davvero la pena...

Giuliana Saladino
      “Gli articoli dei giornali hanno una vita effimera, si leggono e il giorno dopo (…) servono a incartare il pesce. (…) La produzione giornalistica di Giuliana Saladino contiene, invece, elementi di estrema attualità e un cospicuo bagaglio di elementi conoscitivi, come se avesse scritto per predisporre fonti per lo studio degli storici a venire.
     I suoi scritti giornalistici e i suoi libri si possono leggere come saggi di sociologia o di storia del movimento contadino, come analisi politologiche o di storia della mafia. Il suo approccio individuale risente dell’atmosfera della ‘scuola’ di giornalismo rappresentata dalla redazione de L’Ora e da Vittorio Nisticò che la diresse dal 1954 al 1975. 
Basta scorrere gli indici della testata per vedere attorno agli stessi temi avvicendarsi Etrio Fidora, Calogero Roxas, Mario Farinella, Felice Chilanti, Salvo Licata, Mario Genco, Tanino Rizzuto…
    
Le loro inchieste hanno lo stile del lavoro sul campo dell’antropologo: Giuliana si reca sul luogo prescelto, si mescola alla gente qualunque, soprattutto a quella spoliticizzata che legge pochi giornali, ne condivide le esperienze, le preoccupazioni, le vede trasformarsi in paura (…): le sue interviste lampo sono frecce scoccate al cuore del problema, monitorano la temperatura politica della città, raccontano storie personali e difficoltà, successi e disillusioni, opinioni, atteggiamenti e persino sentimenti.
    È l’erraticità la cifra personale di Giuliana Saladino nella sua lettura della società, il veloce andirivieni dalla collettività all’individuo, dal generale al particolare, dalla teoria al caso concreto, dall’insieme all’unico, dalla società alla persona, dalla cronaca alla storia. 
    Una scrittura asciutta, graffiante, una lingua sobria, diretta, di letteraria eleganza e ricca di musicalità, che usa immagini della cultura popolare, o trae direttamente dal dialetto le descrizioni più colorite (…) anche per accentuare il senso delle parole.



Introduzione di Giovanna Fiume al testo Chissà come chiameremo questi anni:
raccolta di scritti di Giuliana Saladino (Sellerio, Palermo, 2010, pp.14,15)

A Giuliana ho scritto una lettera, qui

domenica 3 settembre 2023

Ficodindia, dolce Sicilia tra le spine

   Palermo – Nell’episodio L’altro figlio, una delle quattro novelle pirandelliane rappresentate nel film Kaos, capolavoro dei fratelli Taviani del 1984, la protagonista, una madre disperata, raccoglie a mani nude dei fichidindia e se ne ciba avidamente. 
     In nessun luogo del Mediterraneo il ficodindia si è diffuso tanto come in Sicilia, tanto da rappresentare ormai l’elemento ricorrente nelle rappresentazioni letterarie e iconografiche dell’isola e uno dei suoi principali simboli nell’immaginario collettivo.
     Il ficodindia o fico d’India, il cui nome scientifico è Opuntia ficus-indica, è però originario dal Messico: diffuso nell’America centrale, era considerato dagli Atzechi una pianta sacra con un forte potenziale simbolico. Il ficodindia probabilmente fece il suo ingresso in Europa nel 1493, anno del ritorno a Lisbona di Cristoforo Colombo dopo il suo primo storico viaggio.
   Da allora la pianta è attecchita rapidamente in tutto il bacino del Mediterraneo, dove si è naturalizzata al punto da diventare un elemento caratteristico del paesaggio naturale. La sua rapida diffusione fu dovuta sia agli uccelli, che mangiandone i frutti ne assicuravano la dispersione dei semi, sia all'uomo, che le trasportava sulle navi quale rimedio contro lo scorbuto. 
   Il ficodindia è una pianta grassa che può arrivare sino a quattro o cinque metri d’altezza; il fusto è composto da cladodi, chiamati comunemente pale, fusti modificati di forma appiattita, lunghi da 30 a 40 centimetri, che si uniscono tra loro e formano delle ramificazioni. I cladodi garantiscono alla pianta la fotosintesi clorofilliana, assumendo la funzione delle foglie. Il frutto è una bacca carnosa e assai dolce dai numerosi semi, con un ottimo sapore. 
Fichidindia a Lipari, isola delle Eolie
   È necessaria una certa abilità per sbucciarli senza prenderne le spine: ma ne vale davvero la pena. Mangiati freddi, dopo la permanenza di qualche ora in frigo, sono davvero una delizia.
    Sono tre le varietà fondamentali dei fichidindia, che differiscono soprattutto per la colorazione: giallo-arancione (la varietà detta Sulfarina), bianca (quella chiamata Muscaredda) e rosso-porpora (la Sanguigna). La Sulfarina è la più diffusa per la maggiore capacità produttiva e la buona adattabilità a metodi di coltivazione intensiva. In genere vi è la tendenza ad integrare la coltivazione delle tre varietà, per fornire ai consumatori tutti i tipi di frutto, belli da vedere nelle diverse sfumature cromatiche e ottimi da mangiare con le loro lievi differenze di gusto.
   In Sicilia è praticata la tecnica della scozzolatura, il taglio cioè dei fiori della prima fioritura, che viene eseguito in maggio-giugno. Tale pratica consente di ottenere una seconda fioritura, più abbondante, con una maturazione più ritardata, in autunno. Si distinguono quindi gli ‘agostani’, di dimensioni ridotte, i frutti che maturano già in agosto, e i ‘tardivi’ o ‘bastardoni’, più grossi e   succulenti, che maturano in autunno. 
    L’Opuntia ficus-indica, che ha una grande resistenza alla siccità, viene coltivata in molti Paesi: Messico (primo produttore mondiale), Stati Uniti, Cile, Brasile, Tunisia, Turchia…, sia per la produzione dei frutti, sia per la coltivazione della cocciniglia del carminio (che prolifera sull’Opuntia), insetto da cui si estrae il carminio, pregiato colorante naturale. In alcuni Paesi, inoltre, i fichidindia sono utilizzati per il foraggio e in altri le sue pale fresche sono usate come una sorta d'insalata.
Pale di fichidindia, con l'Etna sullo sfondo
    L’Italia si colloca tra i principali produttori a livello mondiale, primo a livello europeo. Il 90% della coltivazione dei fichidindia si trova in Sicilia, soprattutto nelle province di Catania, Agrigento e Caltanissetta, il restante 10% in Basilicata, Calabria, Puglia e Sardegna.
   In Sicilia del ficodindia non si butta niente: innanzitutto si mangiano e si esportano i frutti prelibati, i fiori essiccati forniscono poi un buon decotto, con proprietà diuretiche e antinfiammatorie. Dal frutto oggi vengono prodotti liquori, marmellate, paté, pesto, creando anche abbinamenti con mandorle, uvetta, caffè, gocce di cioccolato e peperoncino. Dalla buccia si ricava un’ottima mostarda. Vengono utilizzate anche le pale, dalle quali si ricava una fibra legnosa simile alla filigrana, adatta per creare  gioielli ‘green’ e per essere utilizzata su tessuti, ceramiche e complementi d’arredo.
      Chissà se, oltre che icona della Sicilia, il ficodindia potrebbe anche esserne metafora: un cuore di dolcezza, celato in una corazza di spine…

Maria D'Asaro, 3.9.23, il Punto Quotidiano

giovedì 31 agosto 2023

Un sorriso, prego...

      Di suo, nostra signora non era allegrissima perché le pareva che il mondo andasse a rotoli. A volte, era anzi piuttosto funerea, tanto da essere scherzosamente appellata Maruzza noir. Proprio perché le cose fuori non andavano bene, riteneva di non dovere aggiungere altra negatività all’esistente. Decideva così di sorridere il più possibile, sperando di strappare, a sua volta, un’espressione distesa all’interlocutore. Sorrideva intanto a figli e nipoti, ma anche alle persone che incontrava nei suoi percorsi, specie se donne: alle commesse del panificio, alle poliziotte carcerarie e alle signore detenute che andava a trovare, a chi incrociava per strada, magari carica di un sacco di spesa o con un bambino per mano… A volte il suo sorriso era ignorato, altre volte corrisposto in modo aperto o timidamente accennato. Le sembrava allora che si attivasse un benefico corto circuito e un filino di luce illuminasse, per un istante, due anime insieme. 

Maria D'Asaro

A proposito di sorriso, un bel testo del prof. Cozzo: qui.


martedì 29 agosto 2023

Nuvole


Cumuli

di tristezza

offuscano l’orizzonte:

impossibile scorgere zingari felici…

Silenzio.

domenica 27 agosto 2023

In Sicilia sulle tracce di Pirandello e Camilleri

      Palermo – Sulla Strada Statale 640, in un’area di circa sessanta chilometri, si concentrano i paesi natali di cinque grandi scrittori siciliani: Rosso di San Secondo, Leonardo Sciascia, Antonio Russello, Luigi Pirandello, Andrea Camilleri, nati rispettivamente a Caltanissetta, Racalmuto, Favara, Agrigento e Porto Empedocle; e a Palma di Montechiaro, a circa 25 chilometri da Agrigento, ci sono i luoghi narrati da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo. Qualche anno fa, infatti, la Statale è stata ribattezzata ‘La Strada degli scrittori’.
     “Visitare i luoghi natali dei grandi autori lungo ‘La Strada degli Scrittori’ potrebbe essere un’opportunità per valorizzare il territorio attraverso la letteratura – ha sottolineato il 27 luglio scorso Danilo Verruso, dell’Associazione ‘Oltre Vigata’, ai microfoni del TG regionale siciliano – Qui a Porto Empedocle Andrea Camilleri potrebbe diventare la locomotiva per uno sviluppo economico legato fortemente alla cultura.”
    Sceneggiatore e regista prima ancora che scrittore, Andrea Camilleri, nato nel 1925 nel comune che, prima del 1863, si chiamava Molo di Girgenti, morto nel 2019, affermava: “C’è un posto in Sicilia che io amo particolarmente perché ci sono nato e perché ha ispirato molti dei miei libri. Questo posto di mare davvero straordinario per via della sua storia e della sua cultura e che considero un po' la mia Vigata si chiama Porto Empedocle.”
     E a Porto Empedocle/Vigata, oltre (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 27.8.23, il Punto Quotidiano

venerdì 25 agosto 2023

La città violenta...

         Il punto di vista del professore Andrea Cozzo sul tristissimo episodio di violenza maschile accaduto qualche settimana fa a Palermo: 

"Condivido pienamente l’analisi di Maurizio Muraglia (pubblicato su questo sito il 21 agosto) che vede “due città in una” che non comunicano, se non in rari casi in cui lo sforzo della comunicazione si fa visibile e addirittura tangibile (come nel caso dei “Classici in strada”, da lui citati). 
     Propongo anche un altro punto di vista, per così dire, opposto e complementare.
Opposto non nel senso di “contrapposto” ma nel senso di “da un altro posto”, “sotto un altro rispetto”. Perché, se da una parte le due città non comunicano, da un’altra forse non comunicano proprio perché sono... interamente una.
     Le due città condividono infatti, sotto sotto, gli stessi valori (il successo, l'apparire, la competizione e il primato) e le stesse parole (violentissime) che, in una parte - per cui resta corretto dire che le città sono due - si ferma al livello permesso istituzionalmente (che a sua volta non è da riconoscere per questo anche necessariamente giusto), e nell'altra parte va oltre quel livello. Non ne è la logica, direi paradossalmente “coerente”, conseguenza?
    Se poi anche noi docenti ci sentiamo autorizzati a insultare quotidianamente chi, a torto o a ragione, la pensa diversamente da noi e, nel caso specifico, lanciamo parole mostruose contro quelli che stiamo chiamando “mostri”, rispetto a questi ultimi siamo veramente “due” o siamo “uno”?
    Estremizzo volutamente, anche se basterebbe dire “contigui”. Se il sistema-scuola e la società tutta sono imperniate su analoghe nozioni (e analoghe pratiche), non c’è da riconoscerci anche come “uno” (contigui) con tutto il male che vorremmo eliminare?
    Per me, una delle lezioni più grandi di Falcone è stata quella racchiusa in questa frase: “Per combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia” (Cose di cosa nostra, 1991): nel 2005 ci si fece un convegno e un libro, curato da Vincenzo Sanfilippo (Nonviolenza e mafia, Trapani). 
    Il riconoscimento in questione, come sappiamo, non era un modo per dire “tutti responsabili, nessun responsabile”, ma esattamente al contrario, per dire “chiunque, a partire da sé, lavorando anche su di sé, e riconoscendovi ciò che vuole cambiare negli altri, può fare qualcosa per superare il sistema mafioso”.
Poiché non troppe volte ho visto sul web, ma anche sui giornali, ad opera di persone di qualsiasi categoria – da intellettuali a rappresentanti sindacali, da fascisti dichiarati a persone che si definiscono di sinistra – tanta violenza verbale, che senza distinguere la persona dall’azione, la giustizia dal giustizialismo, e l’empatia per la vittima dalla vendetta nei confronti degli aguzzini, è stata pronta a scagliarsi, “di pancia” (...), contro i “mostri” protagonisti dell’episodio di questi giorni, mi pare che, sotto questo aspetto, siamo lontani dall'aver accolto la lezione di Falcone e anche dall’essere "due”.

Andrea Cozzo, Docente di Lingua e letteratura greca all’Università di Palermo

giovedì 24 agosto 2023

Pirandello e Camilleri: una frequentazione speciale ...

(la prima parte si trova qui)

(...) Poi ci fu la guerra d’Abissinia e io, che avevo dieci anni o quasi, feci domanda di volontario con il mio amico Benuzzu. A casa non ne dicemmo niente e per mesi non ricevemmo risposta.
Poi un giorno mio padre mi disse che il professor Pirandello voleva parlarmi. Sobbalzai, di colpo sudato.
“U scantusu? Il signor Luigino?”
“No, suo fratello”.
    Innocenzo Pirandello, che insegnava presso le scuole commerciali, era il presidente locale dell’Opera nazionale balilla, alla quale appartenevo. Ma non l’avevo mai visto né alle adunate del sabato né alle grandi manifestazioni.
   Mi ricevette a casa sua, non aveva niente di scantusu come suo fratello, anzi teneva uno scialletto sulle spalle e pareva preciso mio nonno (uno scialletto simile a quello che tanti anni dopo, a Roma, avrei visto sulle spalle di suo nipote Fausto, il pittore, che mi onorava di una silenziosa amicizia). 
   Mi consegnò una lettera firmata con la grande M di Mussolini: il duce mi elogiava per aver fatto domanda di volontario, diceva che per ora non aveva bisogno, che mi avrebbe utilizzato in futuro perché non sarebbe mancata occasione di servirsi di un picciotto coraggioso come me.
    Quando un giorno mio padre portò a casa un giornale nel quale era scritto che Luigi Pirandello era morto e a mia nonna spuntavano le lacrime, io, lo confesso, ne provai un senso di sollievo, mai più sarebbe apparso di primo dopopranzo a farmi spavento.
   É questa la ragione per cui, diventato regista, mi sono deciso a mettere in scena assai tardi le opere di Pirandello? Forse, ma il fatto è che, imbattutomi nella prima commedia, da allora mi invischiai nelle altre come mosca nella carta moschicida, e ci ragionai sopra giorno e notte, e ne scrissi, e ne parlai, e mi cimentai sul palcoscenico con alterna fortuna.
    Nel 1979, in occasione mdi un mio spettacolo che comprendeva I giganti della montagna e La favola del figlio cambiato, il critico teatrale de Il Tempo, Giorgio Prosperi, scrisse: “Camilleri non solo è un esperto pirandelliano, ma è di Porto Empedocle, lo sbocco al mare di Agrigento. Come dire che lui con Pirandello è di casa, gli dà del tu, e può permettersi libertà del resto autorizzate da lunghissimo studio e frequentazione”.
      È vero che con Pirandello almeno i miei sono stati di casa ed è anche vero che lungamente l’ho studiato e ‘frequentato’. Ma non mi sono mai preso nessuna libertà e non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di dargli del tu. Mentre scrivo queste righe mi accorgo di avere quasi la stessa età che aveva quando lui venne a casa mia e io, bambino, andai ad aprirgli la porta: bene, ancora oggi, se a lui devo rivolgermi, gli do del ‘voscenza’, che significa vostra eccellenza”.

Andrea Camilleri, Il gioco della mosca, Sellerio, Palermo, 1999, pagg 73,74

martedì 22 agosto 2023

Tautogramma di una notte di mezza estate...

     Pensai possibile puntellare piccoli pezzi pericolanti. Potei però produrre poche precisazioni perché … presbite! Perfezionai parzialmente: ponderai, precisai, posi pulsanti. Perfetto!
    Poi poltrii pesantemente per parecchi pomeriggi. Prima pisolavo, poi pensavo. Pensiero positivo perenne: progettare ponti pacifici per parecchie persone. Prendevo poche pause.
    Però parole private premevano per padroneggiare paradigmi pregnanti. Pensai poemi… Produssi persino pezzi per pentagrammi. Poi presi pesche, pesci, peperoni, pepe: pulii perfettamente, postulando puzza possibile. 
     Predissi parentesi putride, patite per pazzia perché potenti patriarcati prendevano posto per padroneggiare potere: ponevano pesanti persecuzioni  punendo persone povere privandole possibilità pasti. Pezzenti, per paura prigione, pativano purgatorio perenne. Partecipazione popolare pilotata portava programmi pasticciati, parziali, provvisori. 
    Potranno posteri perseguire politiche preclare?
Petulante, provocatoria, proposi più poesia, pittura, pensiero per palinsesti proficui. Potremmo programmare piani paradisiaci perenni, perfetti?

Postilla: Pulzella palermitana partorì prova penosa perché parassiti pericolosi perpetrarono punture producendo prurito paranoico. Parole, parole, parecchie parole per prendere pace: pietà...

domenica 20 agosto 2023

La Strada degli Scrittori: in Sicilia il percorso della cultura

      Palermo – La Strada Statale 640, che collega Porto Empedocle allo svincolo di Caltanissetta sull’autostrada A19, nota anche come scorrimento veloce Agrigento-Caltanissetta, da qualche anno è stata ribattezzata ‘La Strada degli Scrittori’, su proposta del giornalista Felice Cavallaro, con l’approvazione delle Istituzioni nazionali e locali.
       Ecco quanto ha dichiarato qualche settimana fa ai microfoni del TG regionale siciliano il giornalista ideatore dell’iniziativa: “Il progetto nasce dieci anni fa e nasce dalla disperazione che porta i giovani a fuggire da questi luoghi meravigliosi, i luoghi dove sono nati e hanno operato Sciascia, Pirandello, Rosso di San Secondo, Russello, ma anche Tomasi di Lampedusa, con le pagine de Il Gattopardo centrate su Palma di Montechiaro…C’è un mondo da scoprire: a chi lo offriamo? Certo, ai viaggiatori che andranno a visitare la Valle dei Templi e la Scala dei Turchi, che possono fermarsi uno, due, tre giorni in più per essere portati per mano in questi luoghi dove possono essere rilette pagine straordinarie…”
Rosso di San Secondo

     Di quali luoghi e di quali pagine letterarie si tratta? 
  La ‘Strada degli Scrittori’ parte da Caltanissetta, dove nel 1887 nacque lo scrittore Pier Luigi Maria Rosso di San Secondo, che si trasferì a Roma per iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza. Visse poi per molto tempo in Germania, dove riscosse particolare successo.
 Tra i suoi scritti si ricordano La sirena ricanta, il lavoro d’esordio in teatro nel 1908, e del 1917, Marionette, che passione!, che catturò l'interesse di Luigi Pirandello; si tratta di un'opera teatrale drammatica e grottesca, affine a quelle scritte da Pirandello. Marionette, che passione! è incentrata sull'incontro casuale di tre personaggi, simili a marionette perché incapaci di dare un senso alla propria esistenza e di governare le proprie passioni. 
La professoressa Maria Grazia Trobia sottolinea che “Rosso di San Secondo è uno dei tanti nisseni emigrati, che rimane però molto legato alla sua terra. Vive il dissidio di sentirsi interiormente parte di quella che Gesualdo Bufalino definisce l’isola plurale, ma, nello stesso tempo, di viverci male e non volere tornare. Vuole tornarci da morto.”
Rosso di San Secondo, morto a Camaiore nel 1956, infatti è sepolto nel Cimitero monumentale degli Angeli, a Caltanissetta. Nel Parco letterario della città, intestato allo scrittore, possono essere visionate le sue opere in originale e le pubblicazioni che lo riguardano.
  A soli trentasei chilometri da Caltanissetta c’è Racalmuto, il paese dove nel 1921 è nato Leonardo Sciascia, scrittore, giornalista, saggista, poeta, drammaturgo e politico. 
   Lo spessore culturale di Sciascia, studioso dell’illuminismo, acuto indagatore del fenomeno mafioso e della cultura siciliana, osservatore attento dei fatti politici, è tale da non avere bisogno di tante presentazioni: gli è stato persino dedicato un asteroide, il 12380. 
  Sciascia esordisce col romanzo Le parrocchie di Regalpetra, seguito da Il giorno della civetta (diventato anche un film con la regia di Damiano Damiani), Il Consiglio d’Egitto, A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo (poi film per la regia di Elio Petri), I pugnalatori, Porte aperte, Il cavaliere e la morte, Una storia semplice; i racconti Gli zii di Sicilia, Candido; i saggi Pirandello e il pirandellismo; Morte all’inquisitore; La corda pazza, L’affaire Moro, La Sicilia come metafora; i libri inchieste La scomparsa di Majorana, Dalle parti degli infedeli…
   Molti angoli di Racalmuto sono  ‘luoghi sciasciani’, hanno contribuito cioè a ispirare il grande scrittore: il Circolo Unione, alias Circolo della Concordia, descritto ne Le parrocchie di Regalpetra, di cui Sciascia fu socio, e dove è ancora intatta la sedia dove amava sedersi;  la Casa Sciascia, dove lo scrittore ha vissuto fino al 1958, aperta al pubblico da Pippo Di Falco che l'ha acquistata per farne un museo e un centro studi sugli scrittori siciliani; l'Aula scolastica dove Sciascia, maestro elementare, ha insegnato dal 1949 al 1957, ricostruita nel 2007 nella scuola elementare "Generale E. Macaluso" (i vecchi banchi scolastici furono ripristinati nel 1999 per le riprese del film-documentario "Ce ne ricorderemo, di questo pianeta" di Salvo Cuccia). Tra i ‘luoghi sciasciani’ anche la contrada Noce, la grotta di Fra Diego La Matina, il teatro Regina Margherita, la Chiesa della Madonna del Monte. Nel 2014, i luoghi di Sciascia sono stati inseriti nella Carta regionale dei luoghi dell'identità e della memoria. 
   “Chi ha letto Sciascia – afferma lo studioso Salvatore Picone – qui a Racalmuto ritrova i personaggi, ritrova quell’alchimia che gli ha permesso di diventare quel grande scrittore che conosciamo. Qui ci si rende conto che questo scrittore non solo ha raccontato la Sicilia, ma, partendo da questo paese, ha raccontato all’Italia e al mondo come siamo e dove vogliamo arrivare…
   Terza – e per ora ultima - tappa lungo la Strada degli Scrittori è Favara, città natale di Antonio Russello, scrittore di romanzi e novelle, ma poco noto al grande pubblico. Russello, nato nel 1921 e quindi coevo di Sciascia, dopo avere svolto il servizio militare nell'Italia settentrionale, si sposò con una donna friulana e si stabilì a Castelfranco Veneto dove insegnò per molti anni Lettere negli istituti superiori e dove morì nel 1921.
Russello
   Autore anche di numerose opere teatrali, Russello, insieme a Sciascia, è stato uno dei primi autori siciliani a trattare nei romanzi il tema della mafia. E Vittorini, nel 1958, scartando addirittura Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, selezionò per Mondadori il suo romanzo La luna si mangia i morti, che ebbe allora molto successo. Seguirono La grande sete, Siciliani prepotenti, L’isola innocente (con cui arrivò finalista al Premio Campiello), Lo sfascismo, Venezia Zero, I Rovesciano e La scure ai piedi dell'albero. 
    Infine, ecco cosa hanno detto ai microfoni del TG regionale della Sicilia rispettivamente Gaspare Agnello e Antonio Liotta, studiosi del Centro Studi “Antonio Russello” di Favara: “Russello era siciliano di nascita, ma divenne veneto nel cuore e scrisse due grandissimi libri su Venezia”. “Il fatto che lui scrivesse ogni opera ogni volta in maniera un po’ diversa non piaceva agli editori… In qualche modo, scriveva per sé stesso. Scrivendo a suo piacere, ha lasciato dei capolavori”.

Maria D'Asaro, 20.8.23, il Punto Quotidiano


Statua di Sciascia a Racalmuto (AG)


venerdì 18 agosto 2023

Se un pomeriggio d'estate uno scrittore...

     ‘Scantusu’ viene da ‘scantu’, spavento, e significa tanto cosa che fa paura quanto chi è di natura pauroso.
    Nel 1911 Luigi Pirandello dettò una lapide per l’inaugurazione delle scuole elementari del mio paese, lapide che in una decina di righe condensa il tema de I vecchi e i giovani. Nel 1932 (o ‘33?) venne costruito sempre per le scuole un nuovo e più grande edificio, ma questa volta si vede che Pirandello non aveva nessuna voglia di dettare una nuova lapide: propose che il marmo inciso venisse staccato dalla parete vecchia e murato su quella nuova. Forse, a vent’anni e passa dalla dettatura della lapide, non aveva niente di nuovo da dire in proposito. Assicurò la sua presenza, e fu di parola.
    E quindi un pomeriggio, verso le tre di dopopranzo, mentre me ne stavo in mutande a leggere un libro della collana Mondadori che si chiamava Il romanzo dei ragazzi, e i miei saporitamente dormivano – faceva caldo – sentii bussare alla porta e andai ad aprire. Il cuore mi fece un balzo. Davanti a me c’era un vecchio che mi sembrò gigantesco, con la barba a pizzo, vestito con una divisa che pareva d’ammiraglio, feluca, mantello, spadino, alamari, oro a non finire ricamato dovunque.
Non sapevo allora che quella era la divisa di accademico d’Italia. Mi guardò, mi domandò con un accento delle nostre parti:  “Tu sei nipote di Carolina Camilleri?”.
“Sì” risposi tremando, quell’uomo era veramente scantusu.
“Me la puoi chiamare? Digli che c’è Luigino Pirandello che la vuole vedere”.
Entrai nella camera della nonna, la svegliai scuotendola.
“Nonna, c’è di là uno che si chiama Luigino Pirandello”.
La nonna saltò dal letto, buttò stralunata i piedi per terra, ebbi l’impressione che si fosse messa a lamentarsi mentre si vestiva. Corsi in camera da letto dei miei genitori, li svegliai, dissi che di là c’era un uomo scantusu che si chiamava Pirandello e che voleva vedere nonna Carolina.
La reazione di papà e mamma letteralmente mi atterrì.
Scappai verso un rifugio che sapevo sicuro, ma prima ebbi modo di vedere lo scantusu e mia nonna abbracciati, lei piangeva, lui la teneva stretta, le batteva una mano dietro le spalle e diceva che pareva si lamentasse: “Ah, la nostra giovinezza! La nostra giovinezza!”
Il seguito non lo seppi mai, perché mi nascosi sotto lo scagno di mio padre, mi tappai le orecchie e soffocai i singhiozzi.” (continua…)

Andrea Camilleri, Il gioco della mosca, Sellerio, Palermo, 1999, pagg 71-73