venerdì 16 maggio 2025

Bandiera bianca

 


Trionfo

Del disumano

Drappi rossi tremanti

Respiro spezzato a chi nasce

Perché?

mercoledì 14 maggio 2025

La vita è un tra-esserci...

P.Picasso: La famiglia Soler (1903)
       "Uno degli assunti di fondo della Gestalt Therapy (GT) è la certezza che ogni sequenza esistenziale è sempre relazione. Ogni individuo prova sensazioni interiori, avverte bisogni, sviluppa desideri o sentimenti, pensa, decide, agisce sempre e comunque ‘in relazione a’, ‘in riferimento a’. Nulla è mai assoluto, mai sussistente in sé. La nostra vita è un con-esserci o – come precisa Giovanni Salonia – un tra-esserci. 
      Vibrare per l’ansia dell’incontro e sentirne tuttavia il fascino così travolgente da rischiare, da osare presentarsi nudi, veri e vibranti dinanzi all’altro. Registrare dentro se stessi – nel proprio corpo, nella propria respirazione – il successo o il fallimento di un incontro e sapere che di successo o di fallimento si parla non perché si è riportata una ‘vittoria’ sull’altro, non perché si è stati adulati o approvati, ma solo perché ci si è incontrati con tutto se stessi non in una terra propria ma nella «terra di nessuno», laddove le logiche del potere e dell’arroganza si perdono e con cuore umile e buono si vede l’altro e lo si accoglie così com’è.
     Quest’incontrarsi è la forza che dà energia all’esistenza, questa la molla di ogni nostra scelta, questa la causa e l’effetto di ogni nostro sentire.
Quando nella vita relazionale si attua un incontro autentico e pieno (un ‘contatto’) c’è appagamento ed energia, che permangono anche in assenza dell’altro. La GT definisce confine di contatto questo luogo in cui abita la traità, questo spazio esistenziale in cui due realtà (due persone) si incontrano.
      Tutta la vita è, allora, un continuo muoversi verso un ‘contatto’, una successione di episodi esistenziali definiti ognuno ciclo di contatto, che ha un suo preciso iter: da uno sfondo di percezioni, emozioni, ricordi e quant’altro affiora, nel qui ed ora del trovarsi dinanzi a un Tu, un bisogno che gradatamente prende corpo e che ha sempre come sua finalità l’incontro (il contatto vero e pieno). Individuato un possibile modo d’incontro, l’energia sale dentro di noi e ci porta ad avvicinarci all’altro per raggiungerlo attraverso una parola, un gesto, un’azione che concretizzerà l’incontro.
        L’esperienza fatta verrà quindi assimilata e diventerà crescita lasciandoci pronti ad un nuovo episodio di contatto. Il tutto è preceduto da una fase di pre-contatto che costituisce l’humus immediato da cui tutto il processo emergerà e prenderà corpo. «L’analisi dei processi di contatto permette di delineare una grammatica della relazione che diventa orizzonte di comprensione dell’esistenza, delle sue patologie, della sua cura».

Agata Pisana La giusta distanza dalle stelle
L’elaborazione del lutto genitoriale secondo la Gestalt Therapy pp.35,36
Vedi anche qui.
 

domenica 11 maggio 2025

"Vi scriverò ancora": le lettere per conoscere Camilleri

Andrea Camilleri con la moglie Rosetta Dello Siesto
           Palermo – “Vi scriverò ancora” (Sellerio, Palermo, 2024) è il titolo del libro che raccoglie le lettere scritte da Andrea Camilleri ai genitori, al padre Giuseppe e più spesso alla madre Carmelina Fragapane, quando nel 1949 da Porto Empedocle si trasferisce a Roma per studiare regia all’Accademia nazionale di Arte drammatica, sotto la guida di Silvio d’Amico e Orazio Costa.
       Curata da Salvatore Silvano Nigro con la collaborazione di Andreina, Elisabetta e Mariolina, le tre figlie dello scrittore, la raccolta si ‘chiude’ con una lettera del 31 agosto 1960, che mostra un Camilleri trentacinquenne ormai maturo, sposato da tre anni con Rosetta Dello Siesto, padre di due bambine (la grande, Andreina, assai vivace, è appellata affettuosamente ‘criminale’)  e finalmente regista affermato: infatti, oltre a portare a teatro «Le sedie» di Jonesco, è ormai anche il primo regista a rappresentare Samuel Beckett in Italia, di cui già nel 1958, al Teatro dei Satiri di Roma, ha messo in scena Finale di partita, e in seguito ne curerà una versione televisiva con Adolfo Celi e Renato Rascel. 
       Pur nella ripetitività di diario/notiziario minuto su stato di salute, sugli studi appassionati e sulla diuturna forsennata ricerca di lavoro, con la periodica necessità di chiedere soldi ai genitori, per la scrivente, appassionata lettrice dell’illustre conterraneo, il testo è stato una piacevole sorpresa, che le ha permesso di scoprire e apprezzare aspetti sconosciuti dello scrittore, approdato a Roma inizialmente come studente fuori sede, vincitore di una borsa di studio di regia teatrale all’Accademia di Arte drammatica, da cui però verrà escluso un paio d’anni dopo per motivi ‘boccacceschi’, che Camilleri stesso rivelerà nel 2002 in un’intervista a Saverio Lodato. 
    Dopo tale esclusione, oltre a continuare a studiare giorno e notte, il futuro scrittore si metterà alla ricerca di qualsiasi lavoro legato al mondo dello spettacolo per racimolare i soldi necessari a vivere senza i vaglia della famiglia. Emblematica la chiusa di una lettera del 22 maggio 1953 alla madre: “Io stringo i denti e vado avanti a tutti i costi… Vedremo alla fine chi vincerà, io o questa scarogna porca”. 
    Dall’epistolario si evince infatti il carattere e la tenace resilienza Camilleri, nonostante le porte chiuse e i vari, soprattutto iniziali, buchi nell’acqua. Degni di ammirazione i suoi innumerevoli, complicati e rocamboleschi, tentativi di inserirsi nel mondo del teatro, del cinema, della nascente televisione italiana: nel 1954 partecipa con successo a un concorso per funzionari Rai, ma non viene assunto poiché comunista, come disse lui stesso. Entrerà in Rai solo tre anni dopo.
    Scopriamo ancora un giovane Camilleri voglioso di allargare il suo giro di conoscenze, sapiente tessitore di rapporti umani: gli viene presentata l’attrice Anna Proclemer, diventa amico di Franco Rosi, di Patroni Griffi, di Vittorio Gassman… Fu in Italia il primo a scoprire lo scrittore francese Jean Genet, di cui aveva tradotto e adattato per la radio un testo, nonostante l’occhiuta censura del tempo. Pranzerà poi con lui e con Jean-Paul Sartre.
    Due i temi costanti delle lettere: il legame affettuoso, forte e genuino per mamma e papà, per la nonna, per gli zii e il numeroso parentado e, nei primi tempi di permanenza a Roma, soprattutto da giovane studente, l’umile richiesta ai genitori del vaglia telegrafico mensile che gli avrebbe permesso di mettere assieme pranzo e cena e pagare l’affitto.  “Mamma carissima, scusami per il ritardo. Non è colpa mia, non sono stato tanto bene in salute. (…) Spero che queste giornate passino presto in un modo o nell’altro, ho la necessità assoluta di stare un poco tranquillo, un anno di seguito di questi continui alti e bassi hanno ridotto i miei nervi in uno stato veramente pietoso. E poi mi accorgo di essere stato abbastanza sfortunato, che me ne fosse andata bene una delle diecine di iniziative che ho preso! Ho scritto a Luchino Visconti e aspetto una sua risposta per mettere in rima «Les bonnes» ma ho pochissima fiducia. (…) Spero entro questo mese di concludere qualcosa, altrimenti la situazione si fa troppo oscura e insostenibile. (…) A proposito di scrivere, otto giorni fa, sul terzo programma, Enrico Falqui parlando della giovanissima letteratura italiana, ha detto che io sono «uno di quelli che bisogna tenere d’occhio, una delle poche forze vive e in sviluppo della giovanissima poesia d’oggi». Ci faccio una birra, con la poesia. Io ho bisogno di soldi, e non di belle parole. Comunque, te le ho ripetute, se possono esserti di conforto. Ti abbraccio con tutti di casa con immenso amore”: questo uno stralcio significativo della lettera alla mamma, scritta da Camilleri il 3 agosto 1952.
      E ancora: “Io lavoro parecchio, tento di aprirmi a difficoltà una strada e il risultato che intendo raggiungere non è il successo o una mia famiglia: siete voi, avere la possibilità di avervi accanto.”
Da uno che avrebbe fumato poi due pacchetti di sigarette al giorno per tutta la vita, in tante lettere si legge poi la tenera e paradossale la raccomandazione al padre di non fumare! 
   Scopriamo inoltre un Camilleri fine e acuto conoscitore dell’animo umano: il futuro autore del commissario Montalbano e di tante trame avvincenti si propone infatti di ‘studiare’ Orazio Costa, il maestro di regia all’Accademia “per scoprire i punti deboli che sicuramente avrà” …“un uomo che, abbattuta la muraglia, resta un uomo timido, bisognoso di affetto, un bimbo troppo presto cresciuto”.
    Infine, dall’epistolario traspare l’innamoramento del giovane Andrea per Rosetta Dello Siesto, “una brunetta deliziosa”, conosciuta come aiuto-regista, citata per la prima in una lettera ai genitori del giugno 1953. Camilleri dirà poi alla madre, nel novembre successivo: “Le voglio molto bene, ma non è una passione irragionevole. Voglio che sia una cosa solida, per tutta la vita, altrimenti non ne farò niente” e ancora a dicembre: “Gli unici momenti di distensione li trovo con Rosetta (…) accanto a lei mi avviene di placarmi e di tornare sereno.” Camilleri intuisce bene: sposerà Rosetta nel 1957 e il loro sarà un matrimonio riuscito che durerà tutta la vita, sino alla morte dello scrittore avvenuta il 19 luglio 2019, mentre Rosetta ci ha lasciati qualche giorno fa, nella notte tra l’1 e il 2 maggio.
"Rosetta è stata la spina dorsale della mia esistenza – dichiarò Camilleri in un’intervista – So di essere un uomo fortunato, e non solo perché sono riuscito a vivere facendo esattamente quello che sognavo, ma anche perché ho avuto Rosetta".
    Grazie dunque alle figlie dello scrittore e al critico Salvatore Silvano Nigro per la condivisione di quest’epistolario, che lascia un segno positivo: perché incoraggia a non arrendersi mai chi, come Camilleri, ha una passione e un sogno da realizzare.

Maria D'Asaro, 11 maggio 2025, il Punto Quotidiano

Di Andrea Camilleri, che amo particolarmente, ho scritto più volte, ad esempio qui,   qui, 



mercoledì 7 maggio 2025

Habemus Papam?

    Sull'imminente elezione papale, ecco le riflessioni del mio amico Augusto Cavadi: 

"Ad ogni morte di papa il mondo occidentale si sveglia teologo. E mentre chi teologo lo è davvero tende a tacere, perché sa – come ha scritto in questi giorni don Paolo Scquizzato - che “il Silenzio è l’ultimo nome che ci rimane per Dio”, altri intellettuali (la cui formazione in queste tematiche si è fermata al catechismo  della Prima Comunione) moltiplicano dotti pareri e irrichiesti consigli. Talora misti a cavolate imbarazzanti come la tesi che il rimpianto Benedetto XVI sia stato l’ultimo papa legittimo (tesi che, se veritiera, farebbe dell’intero collegio cardinalizio un gregge di incompetenti in diritto canonico e dell’eruditissimo  Joseph Ratzinger un povero rimbambito incapace persino di dimettersi come si deve).
In questa bailamme non mi sembra corretto sottrarmi alla richiesta di qualche amica che – avendo letto un mio intervento sul difficile bilancio del pontificato appena conclusosi (https://www.adista.it/articolo/73728) – mi sollecita alcune parole sul pontificato che ci attende". (continua qui)

E un esaustivo articolo sulle modalità dell'elezione papale, scritto dal direttore de il Punto Quotidiano Nicola Savino: 

"Ormai è tutto pronto: da mercoledì prossimo i cardinali si chiuderanno in conclave per eleggere il nuovo Papa. In questi giorni, come spesso avviene, in tanti si sono scoperti esperti di faccende ecclesiastiche e si sono cimentati in pronostici e previsioni sia sul tempo che servirà per arrivare alla fumata bianca che, soprattutto, sul nome del successore di Francesco. Le agenzie di scommesse inglesi sfornano le quote dei vari favoriti, aggiornandole in tempo quasi reale a seconda dei rumors che si alternano segnalando ora un porporato, ora un altro. Fatiche inutili, tanto più che non va mai dimenticato l’antico adagio che recita: “Chi entra papa in conclave, ne esce cardinale”. A sottolineare che nel chiuso della Cappella Sistina, le sorprese sono dietro l’angolo e le anticipazioni, più o meno informate, non contano nulla.
Il Conclave più lungo nella storia della Chiesa è anche quello da cui ne è derivato il nome. Nel 1268 i cardinali si riunivano al palazzo dei Papi di Viterbo." (continua qui)


lunedì 5 maggio 2025

Ma cosa c'è davvero in fondo al mare?

         Palermo – Pezzi di cucine, pneumatici, plastiche, reti, scarpe, vestiti, persino un’automobile: a seicento metri di profondità, nello stretto di Messina tra le coste calabresi e quelle siciliane c’è di tutto. Lo svelano i 72 minuti del documentario Abyss Clean Up realizzato tra il 2020 e il 2023 da Igor D’India, in collaborazione con il CNR e l’Università La Sapienza di Roma, prodotto da POPCult con il sostegno della Regione Siciliana e dell’associazione ‘Sea Shepherd Italia’ che ha messo a disposizione del progetto un’imbarcazione capace di contenere l’intero team e i ROV (Remotely Operated Vehicle), cioè veicoli subacquei a controllo remoto.

Ecco qualche spezzone dell’intervista rilasciata a Carlo Andriani per la rivista National Geographic Italia da Igor D’India e dalla professoressa Martina Pierdomenico, ricercatrice del CNR. 

Come nasce il documentario “Abyss Clean Up”?

Igor D’India: “Abyss Clean Up” nasce per puro caso mentre cercavo spunti e idee per un documentario: mi è capitato sottomano un articolo sullo studio della professoressa Martina Pierdomenico. Mi sono interessato all’argomento e ho inviato una lettera agli autori per saperne di più con l’obiettivo di realizzare un documentario. 

Qual è lo stato dei rifiuti sottomarini nello stretto di Messina?

Igor D’India: Questi rifiuti stanno sprofondando e stanno diventando parte del substrato. È triste dirlo ma facendo un carotaggio troveremmo rifiuti di decenni fa.

Martina Pierdomenico: C’è da dire che abbiamo esplorato solo una piccola porzione dello stretto di Messina. Siamo andati all’interno dell’asse di alcuni canyon che dovrebbero essere le zone in cui questi flussi di sedimento si concentrano (e così anche i rifiuti). Siamo arrivati a 600 metri di profondità mentre il Canyon di Messina, nella zona centrale tra Sicilia e Calabria, arriva fino a 2.700 metri. Abbiamo iniziato a vedere la punta dell’iceberg. Ed è difficile dare una stima della situazione perché le zone più profonde sono ancora inesplorate. 

Perché i fondali dei nostri mari e fiumi si trasformano in discariche di rifiuti? E soprattutto perché questo problema emerge solo di recente? 

Igor D’India: Il documentario vuole dare un’idea di quello che succede sott’acqua. Anche i rifiuti che troviamo a venti metri di profondità sono nascosti agli occhi delle persone. Il mare ha questa caratteristica: copre completamente tutto quello che c’è sotto. Spesso non se ne è parlato semplicemente perché non è stato possibile vederlo.

Martina Pierdomenico: Il problema grande è che una parte dei rifiuti ritorna sulle spiagge ed è quella che possiamo vedere, ma un’altra va al largo sospinta dalle correnti e un’altra affonda: questa percentuale - che sembrerebbe essere molto alta - viene trasportata da vari processi fisici sui fondali e tende ad accumularsi in specifiche zone, tra cui i canyon sottomarini. E una parte può anche essere sepolta.  Dagli anni novanta l’interesse per la problematica dei rifiuti sottomarini è cresciuto nell’ambito della ricerca scientifica e ora che il problema dei rifiuti viene sempre più a galla ed è sempre più pressante, è cresciuta l’attenzione anche da parte dell’opinione pubblica. Queste esplorazioni ci danno la possibilità di porre più attenzione anche alla tematica dei rifiuti marini profondi, fondamentale ma spesso poco considerata.

Qual è il ruolo della tecnologia - e in particolare dei ROV - per effettuare le riprese dei fondali e mostrarci lo stato del mare?

Igor D’India: A livello documentaristico, i ROV sono molto importanti, perché permettono di arrivare dove non arriva la subacquea. Quando parliamo di esplorazione di fondali marini, 70 metri di profondità è ancora la superficie. Questo perché è molto difficile andarci di persona e anche i subacquei più preparati non si avventurano spesso in missioni esplorative oltre questa quota. Con i ROV invece ci sono tante difficoltà anche economiche, ma ci sono meno responsabilità, senza questi oggetti faremmo fatica a esplorare le profondità. Questi ROV sono talmente avanzati e potenti che ci hanno permesso di scoprire fondali che nascondono grandi sorprese sia negative che positive.

È davvero possibile rimuovere le discariche sottomarine da -20m a -600m in Sicilia e Liguria? E se sì, come?

Igor D’India: In questi quattro anni abbiamo effettivamente operato anche per rimuovere i rifiuti. Ma è molto, molto difficile. Ci sono vincoli a livello burocratico e legale perché quando si parla di rifiuti ritrovati in mare ci sono molti ostacoli. Con la legge ‘SalvaMare’ (L.60/2022) siamo arrivati ultimamente a un punto di svolta importante per raccogliere, smaltire e differenziare i rifiuti. Anche le aziende che vogliono supportare azioni di questo tipo fanno un passo indietro perché non è ben chiaro ciò che si può e non si può fare. Inoltre i rifiuti subacquei sono spesso anche pericolosi: alcuni rifiuti ad esempio non si possono toccare per non mettere a repentaglio l’ambiente e la sicurezza dei subacquei. È importante che le persone capiscano che la gestione dei rifiuti va fatta sulla terraferma prima che la situazione degeneri nelle profondità del mare.

Martina Pierdomenico: Prima della legge ‘SalvaMare’ che consente alcuni tipi di raccolta, tutti i rifiuti marini venivano assimilati a “rifiuti speciali” con costi di smaltimento molto diversi da quelli urbani. Il problema dei rifiuti è davvero complesso. Dei fondali marini profondi davvero sappiamo ancora molto poco. Investire sull’esplorazione e la ricerca per capire la reale estensione e intensità del problema rappresenta già un obiettivo abbastanza ambizioso. Pensare di rimuovere anche i rifiuti in zone così remote è molto difficoltoso. Ma una delle soluzioni è la prevenzione: la riduzione dei rifiuti o le direttive europee sulla plastica monouso sono un importante incentivo per contrastare questo problema.

Tra i tanti rifiuti anche una sorpresa. Il ritrovamento di formazioni di coralli bianchi appartenenti alla specie Madrepora oculata. Quanto è importante per l’habitat del Mediterraneo?

Martina Pierdomenico: In generale questa è una specie di corallo che a differenza dei coralli tropicali vive in ambiente profondo. Ha uno scheletro duro di carbonato di calcio e forma delle vere e proprie scogliere che rappresentano un habitat di grande valore dove si sviluppa una ricca fauna associata anche con specie di interesse commerciale. Creano delle vere e proprie oasi in un ambiente che altrimenti sarebbe più monotono. Proprio per questo, e per la loro vulnerabilità agli impatti umani, questi ecosistemi sono prioritari per la conservazione e Madrepora è nella lista rossa delle specie minacciate. Quindi è sicuramente una notizia positiva riportare una segnalazione in una zona in cui questa specie non era stata ancora osservata se non per dei ritrovamenti occasionali proprio su dei rifiuti spiaggiati.

“Abyss Clean Up” uscirà anche al cinema rendendo accessibile per tutti una tematica complessa. Quanto è importante fondere intrattenimento e sostenibilità?

Igor D’India: Da un punto di vista documentaristico l’intrattenimento e la ricerca scientifica possono fondersi all’interno di una narrazione. Ma l’intrattenimento deve essere fatto in modo intelligente, deve coinvolgere il pubblico e deve portare le persone a immedesimarsi. Non voglio mostrare il problema in modo asettico e oggettivo, ma voglio raccontarlo attraverso gli occhi delle persone che hanno fatto questo percorso insieme a me, dai subacquei agli scienziati, per dare una idea completa di questo fenomeno. Poi ognuno può trarre le proprie conclusioni, rielaborare quello che ha visto e prendere delle decisioni. Spero che il documentario venga proiettato anche nelle scuole e incentivi le nuove generazioni a rispettare il pianeta.  Dobbiamo capire come sopravvivere a questa inversione di marcia nel mondo in cui viviamo oltre a trovare delle soluzioni. Dobbiamo riparare i danni per tutelare anche la nostra specie.

Martina Pierdomenico: Quello che ha fatto Igor ha un valore enorme. L’arte in tutte le sue forme può essere di aiuto alla scienza. Credo fortemente nella funzione civica della scienza, che dovrebbe contribuire al benessere dell’uomo e questo non può esistere se non tuteliamo l’ambiente che ci sostiene. Credo sia importante riuscire a diffondere questo messaggio.


Maria D'Asaro, 4.5.25, il Punto Quotidiano








sabato 3 maggio 2025

La giusta distanza dalle stelle: vertice di cura...

      Ci sono testi particolarmente preziosi: La giusta distanza dalle stelle, il saggio scritto da Agata Pisana, che ripercorre un percorso di elaborazione del lutto di genitori a cui è morto un figlio, è uno di questi.
   Leggerlo è sicuramente impegnativo, ma necessario se si vuole acquisire competenza su cosa sia un autentico counselling di cura secondo l’ermeneutica della Gestalt Therapy e  se si vuole cercare di 'contenere' uno dei dolori più grandi, forse il maggiore in assoluto, che il cuore umano può provare.
    Prima della recensione, proporrò alcuni stralci del testo. 
Ecco il primo:
 
“Ogni dolore, se non condiviso, se non espresso in verità e libertà, diventa incubo. Si sviluppa un senso di isolamento ed inadeguatezza. È questo sfondo così lacerato che stiamo cercando di ricostruire insieme. Come se raccogliessimo i brandelli di vita scagliati tutt’intorno da un’esplosione improvvisa e a poco a poco, pur se provocando a volte ulteriore dolore, li ricucissimo l’un l’altro.
Restano sempre i rattoppi, le suture bruciano, qualcosa ha assunto una forma diversa, ma se si sarà ri-creato uno sfondo esplorabile e flessibile, l’Io può tornare a far figura e la vita a fluire. E a trovare parole.
     Rassicurati da una relazione con noi accogliente e onesta, ma anche forte e libera, i genitori possono adesso dire: una parola detta non è più chiusa dentro il cuore ed il sentirne il suono la fa risuonare dentro in modo diverso. Per il solo fatto di essere stata detta, una parola avvia un processo di sviluppo di ciò che essa ha espresso.
     Tuttavia, se la dicibilità è requisito fondamentale della possibilità di procedere nell’esperienza del contatto, perché le parole siano efficacie producano movimento del Sé è necessario che esprimano esattamente ciò che si sente, che lo esprimano tutto e che lo esprimano in autenticità. Per questo è importante sollecitare una piena focalizzazione dei vissuti. Se la morte di un figlio è, per certi versi, un subire una violenza dalla vita, il narrare e narrarsi è parte integrante del processo di guarigione: «Raccontare una storia consente di stabilire un contatto umano con il prossimo interrompendo l’isolamento provocato dalla violenza».
    L’attenzione costante da parte nostra alle loro parole ma anche a ciò che comunicano con i gesti, con l’intonazione e le pause, in un’ottica di cura sempre prioritaria e dominante, ci permette di non restare travolti dai vissuti che le loro stesse parole esprimono. Stiamo accanto ma non soffriamo con loro e per loro, altrimenti non li aiuteremmo.  È compassione quella che ci muove a essere qui, a fare volontariato, a spendere tempo ed energia ed è una compassione esistenziale, che appartiene agli esseri umani in quanto sensibili verso gli altri e capaci di responsabilità e che si concretizza nell’individuare e realizzare ciò che si ritiene il miglior aiuto possibile rispetto al contesto.”

Agata Pisana, La giusta distanza dalle stelle
L’elaborazione del lutto genitoriale secondo la Gestalt Therapy pp.82.83

(La professoressa Agata Pisana, già docente di Filosofia e Storia nei licei, è counsellor formatore supervisore a indirizzo gestaltico e... tanto altro ancora)

giovedì 1 maggio 2025

Festa del Lavoro o Festa dal Lavoro?

Intreccio: opera di Gabriele Grossi (dal suo blog El gropo)
      Scrive Lanza del Vasto nel  libro L’Arca aveva una vigna per vela: “Nel Principio era la Festa. Con la Festa lo Spirito comincia a manifestarsi tra gli uomini. Dalla Festa sono usciti i popoli, sono stati fondati un giorno di festa; sono stati fondati sulla Festa.  (…)
        Lavorare insieme, questo vi unisce, certamente, ma festeggiare insieme vi unisce di più. E poi occorre che gli stessi lavorino e festeggino. Non bisogna che gli uni festeggino mentre gli altri lavorano! Occorre che tutti festeggino: non c’è delitto comunitario più grave che quello di mancare alla Festa! (…) La Festa è la festa della presenza di Dio in mezzo a noi, è la commemorazione della nostra fondazione, è il ricordo della nostra ragion d’essere. La nostra ragion d’essere e la nostra ragione di essere insieme. (…)
       Quindi andiamo alla Festa parati e mascherati perché cessiamo di essere il piccolo io-io-me, e indossiamo ornamenti di luce. Allora entriamo nell’entusiasmo. Entusiasmo è una parola che significa che Dio è in noi. Dio è in noi ed è visibile. (…)
      La Festa è la presenza di Dio tra di noi ed è la presenza di noi stessi a Dio. È in qualche modo l’atto d’amore, il matrimonio del popolo con Dio. Ogni matrimonio è una festa, e ogni festa è un matrimonio; il matrimonio è la ripresa della vita, è una sfida alla morte: unendoci faremo sprizzare una scintilla di vita, faremo uscire da quest’unione un vivente che durerà oltre la nostra morte. Rinunceremo a noi stessi per entrare nella vita eterna, La Festa vuol dire questo.”

Si può condividere o meno la visione da credente di Lanza del Vasto, ma, a mio avviso, non si può disconoscere la grande valenza umana e antropologica della Festa, del riposo, della contemplazione, delle relazioni gioiose e disinteressate e della bellezza: dobbiamo avere il coraggio di denunciare l’obbrobrio dello spirito capitalista e materialista che ci dice che siamo nati per sgobbare e per avere sempre di più. Quest'idea di fondo della società mercantilista, che si trasforma nell’idolo della crescita, è un tradimento della nostra essenza umana più vera. Se c’è una ragione per vivere è quella di esserci per le relazioni, per la cura, per fare Festa.
    Il lavoro non rende liberi, spesso rende schiavi e sottomessi, ingranaggi schiacciati di un meccanismo economico assurdo e inumano. Certo è necessario lavorare per prenderci cura responsabilmente dei bisogni di tutti. Ma il lavoro non può e non deve diventare un vitello d’oro a cui sacrificare la nostra vita. Il lavoro è un mezzo, non un fine.

Su Lanza del Vasto e la Comunità dell'Arca vedi anche qui e qui.

lunedì 28 aprile 2025

Pagare con carta fa bene all’ambiente

      Palermo – Pagare con carta, la cosiddetta transazione cashless, è per il 72% meno inquinante rispetto al pagamento con il contante: questo uno dei dati emergenti dal X Rapporto del The European House-Ambrosetti, agenzia che, in Italia, si occupa di studi e scenari strategici e di ricerche sull'uso del contante e dei pagamenti elettronici.   
          L’indagine relativa al 2024, presentata il 2 aprile scorso a Cernobbio, in provincia di Como, si prefigge di misurare annualmente la diffusione dei pagamenti elettronici e la dipendenza del nostro Paese dal denaro contante. 
     In un’intervista concessa il 3 aprile scorso al Tg della Scienza Leonardo, Lorenzo Tavazzi - responsabile dello sviluppo internazionale dell’Ambrosetti e, dal 2015, anche della Community Cashless Society - ha sottolineato che “in un pagamento in contante ci sono tutta una serie di costi ambientali che vanno dal momento in cui si produce quella determinata moneta o carta, al momento in cui la si trasporta, a quello in cui la si detiene in qualche contesto… Con i pagamenti elettronici si sono risparmiati in 10 anni più di 250 milioni di kg. di CO2, una quantità significativa, comparabile all’emissione in un anno di un settore industriale importante in Italia.”.
    Nel 2024 i pagamenti digitali effettuati dagli italiani hanno raggiunto un valore di 471 miliardi di euro, tre volte quanto si registrava dieci anni fa, e hanno coperto circa il 43% dei consumi delle famiglie italiane (nel 2015 tale dato era del 17%). Il ricorso al cashless è in crescita, soprattutto tra i giovani e i residenti del Sud e delle Isole. 
Ciò nonostante, il nostro Paese continua a restare indietro in tutti i confronti internazionali: i pagamenti cashless rappresentano il 25% del PIL, mentre nell’Unione Europea tale cifra arriva al 28%. Il Cashless society index, l’indicatore che misura lo sviluppo dei pagamenti digitali nei singoli Paesi dell’Unione, ci colloca al 20° posto sui 27 Stati membri: la classifica vede in testa la Danimarca e altri Paesi del nord Europa.
     L’Italia si conferma in Europa uno dei paesi più dipendenti dal contante e detiene un primato poco invidiabile: un quinto di tutta l’IVA evasa a livello europeo si verifica proprio nel nostro paese e ammonta a 16,3 miliardi di euro all’anno, purtroppo un dato in crescita dopo gli anni della pandemia. Con cifre davvero tristemente ‘importanti’: si calcola che nel 2022 l’economia sommersa ammontava a ben 201,6 miliardi di euro, equivalente a più del 10% del PIL del nostro paese.
“Certamente c’è un collegamento diretto tra lo sviluppo dei pagamenti tracciabili, quindi cashless, e la riduzione dell’economia sommersa” – ha detto ancora Tavazzi. Purtroppo pochi italiani conoscono questi dati: ad esempio, solo 3 italiani su 10 sanno che i pagamenti digitali sono più sostenibili del contante. 
    Si auspica che, specie nei più giovani, aumenti la consapevolezza che ogni nostro gesto e comportamento, anche il modo in cui paghiamo il parrucchiere, la prestazione dell’idraulico o il conto del supermercato, ha una ricaduta significativa sul contesto sociale e sull’ambiente. Senza dimenticare comunque che i pagamenti cashless non sono affatto esenti da costi ambientali, perché attivano infrastrutture di telecomunicazione, internet e gli energivori data center: un universo digitale che, già nel 2020, ha causato più del 4% delle emissioni di carbonio del totale mondiale.

Maria D'Asaro, 27 aprile 2025, il Punto Quotidiano

sabato 26 aprile 2025

Liberazione, oggi e sempre... grazie, Andrea

       "La liberazione, per me, è un processo, non uno stato: la si celebra davvero solo se si cerca di attuarla ogni giorno, combattendo ogni fascismo, ogni autoritarismo, ogni violenza in tutti, se stessi compresi.
      E' un'azione politica, sociale, culturale, mentale, che va attuata nella nostra vigente democratura, nel nostro settarismo, nel nostro individualismo.
     E' dire grazie a chi ha agito per la libertà e al contempo chiedersi come oggi possiamo agire (per la libertà e per giustizia e la fratellanza) non allo stesso modo ma meglio, con maggiore amore.
      E' ricordarsi delle parole di Zeus e di quelle di Atena nel ventiquattresimo libro dell'Odissea (vv. 482 sgg. e 528 sgg.); e dei decreti antichi, per esempio di quello ateniese dopo la caduta dei Trenta tiranni, dove era scritto di «mé mnesikakéin» («non portare rancore», come si traduce in bell'italiano, anche se in greco è propriamente «non ricordarsi del male», espressione che ci pone davanti a un bellissimo paradosso: quello di ricordarsi di non ricordare il male - il male ricevuto e quello fatto, anche se i due mali erano di entità diversa e compiuti per fini molto diversi - ricordarsi e celebrare perché nessun male si ripeta; oppure, giustificando così anche la comune traduzione italiana, non ricordarsi dei malvagi: ricordare il male che c'è stato senza ricordarsi di coloro che lo hanno compiuto, ricordare la storia e non i loro autori); e di quelle di Nelson Mandela e di Desmond Tutu nel momento della fine dell'apartheid in Sudafrica.
      Così celebrata, la Liberazione non è il ricordo triste del momento "in cui ci siamo ammazzati tra noi" (anche perché quel "noi" va esteso a tutti gli abitanti del pianeta e non può essere tirato in ballo solo per miserabili motivi di identitarismi nazionalistici per poi sponsorizzare l'ammazzamento di altri), come vuole Giorgia Meloni che ne rifiuta la celebrazione, ma il ricordo della gioiosa deposizione delle armi - di quelle che un giorno ci si è sentiti costretti a prendere perché, purtroppo, non si sapeva che altro fare.
     E' rinuncia all'esibizione delle armi - sempre.
E' cambiare paradigma di pensiero e di pratica, è la ricerca di modi di lottare per i propri valori senza ricorrere alla violenza, con il massimo amore possibile.
      E' lottare per unire."

Andrea Cozzo


P.S.: Temo che questo post mi farà perdere molti amici, soprattutto se mi sarò spiegato male
 (ma, credo, non gli amici che mi conoscono almeno un po') 


Questo il commento di Augusto Cavadi

"Caro Andrea, ti sei spiegato e in molti - spero tutti - ti abbiamo capito. Una cosa però è capirti e un'altra apprezzarti (suppongo che I like significhi questo). Un'altra cosa ancora è condividerti: forse, legittimamente, non tutti quelli che hanno mostrato apprezzamento sono anche d'accordo con il contenuto delle tue riflessioni. Tra questi ultimi (della tripletta: capire/apprezzare/condividere) ci sono anch'io perché so che chi, come te, adotta il paradigma della nonviolenza non vuole giudicare quanti nel passato non l'hanno adottato (forse non l'hanno neppure conosciuto almeno quanto basti per rifiutarlo), ma se mai quanti nel presente si rifiutano di adottarlo (perché suppongono che si tratti di un sogno da idealisti, non una "utopia concreta" cui avvicinarsi passo dopo passo)."

martedì 22 aprile 2025

Goccia di luce

   "Nel grande fiume dell'umanità', che scorre su questa terra rotonda, ognuno di noi è una goccia, spesso smarrita, spaventata, sommersa, oppure scintillante al sole, quando schizza sopra una pietra, o in una cascatella.
A volte una goccia rimane lì qualche tempo in vista a tutte le altre. Sono gli uomini, o le donne, che la storia vede, ammira, oppure teme e detesta, persone che ama o odia: grandi capi, guerrieri, o scienziati, sapienti, benefattori.
     Uno di questi è morto il lunedì di Pasqua: é Francesco, papa, vescovo cristiano di Roma. Era malato, ma la notizia ha sorpreso tutti. Era amato dalla gente semplice, ma visto un po' di traverso dai potenti (che ora si inchinano in messaggi convenzionali), perché affermava che siamo tutti fratelli e sorelle, e non devono esserci maggiori e minori tra noi, e non devono esserci scartati, né guerra tra gli stati, né armi puntate contro tutti.
      Diceva quello che sappiamo tutti, se siamo sinceri, se non abbiamo interessi a dominare e conquistare. Ma la sua voce era più vasta delle nostre, e chi ha bisogno di pace e di giustizia - come la terra guastata dalle nostre avidità - tutti questi capivano, e gli erano grati, perché parlava per tutti: parlava e soffriva, e pregava, e dava speranza e impegno.
Oggi Francesco tace, dorme, certamente si affaccia sul mondo più vero dove il Padre attende tutti noi nella pace viva. Lo ringraziamo, e sentiamo di dover continuare noi, ognuno nel suo piccolo, quello che faceva lui.
      Ogni tanto, nella nostra umanità, un sole alto si riflette in una goccia di luce che ci consola nella paura, ci dà coraggio, fiducia, speranza.
    Siamo il grande fiume dell'umanità, che non sappiamo in quale mare sfocerà, ma a volte sentiamo di potere scorrere insieme, sperando nella grande vita che ci porta con sé."

Enrico Peyretti, in Telegrammi della nonviolenza in cammino, n.5544 del 22.4.25