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mercoledì 6 novembre 2024

Sulla felicità e dintorni: giocare con le parole...

      “D’altronde, un altro luminoso esempio di Carroll sulle parole (…), anticipando di molto gli studi di neuroscienze, ci ricorda che le parole innanzitutto, specie per il bambino, sono suoni. IL suono costituisce l’elemento corporeo costitutivo delle parole. Sono i suoni che fanno le parole e conferiscono loro la valenza relazionale di vicinanza o di lontananza. Prima di comprendere il contenuto che la parola esprime, il bambino infatti è stato toccato nel suo corpo dalla musica delle parole. Il poeta, a sua volta, aspetta l’ispirazione (musicale) e a volte soffre non poco nella ricerca della parola giusta.
     Ecco il motivo per cui Carroll cambia le parole delle filastrocche o gioca con assonanze quasi a prendere in giro il contenuto delle parole per ridare loro la musicalità. Alcuni esempi divertenti: History (Storia) con Mistery (mistero); Painting in oil (pittura a olio) con Fainting in coils (svenimento a spirale); Latin e Greek con Laughing (risata) e Greef (cruccio).
     L’importanza del suono, inoltre, viene svelata al termine del libro come la chiave di lettura di tutta l’avventura di Alice. Sua sorella entra nel paese delle meraviglie e scopre che «… il tintinnio delle tazze del tè si sarebbe trasformato nello scampanellio delle pecore, e le grida acute della Regina nella voce del pastore… mentre il muggito delle mucche in lontananza avrebbe sostituito i singhiozzi accorati della finta tartaruga».
      Questa è la cifra del mondo dei bambini (e non solo): i suoni diventano immagini, la rabbia crea i mostri, le sensazioni prendono forme di animali, le paure diventano racconto… Nel paese delle meraviglie, la ragazzina Alice finalmente ha dato voce e immagine a tutte le cose che lei da piccola (come tutti i bambini) non capiva o che le sembravano troppo strane. 
    Le regole ci sono ma non servono, la logica è soggettiva, il non senso vale quanto il senso, le parole sono coriandoli, il tempo è un optional, e spesso si torna indietro per andare avanti e si corre per restare nello stesso posto.
     Il viaggio di Alice finisce quando la nostra ragazzina, diventata donna, non ha più paura («A chi credete di far paura? Siete solo un mazzo di carte!»). Ha terminato le ‘prove di identità’ e ritorna nel mondo della gente e della vita con il coraggio di essere se stessa. Ritorna alla vita come artista e come poeta: capace – nonostante tutto – di rimanere in contatto con la musica ininterrotta che risuona nell’intimo di ogni esistenza.” (qui la prima parte)

Giovanni Salonia, Sulla felicità e dintorni (Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2011) pp.126,127
(Un testo imperdibile: l’ho recensito qui)

                                                   Prof.Giovanni Salonia, autore del testo


mercoledì 30 ottobre 2024

Alice in Wonderland: giocare con le parole

       “Quel che si consuma in Wonderland è la rivincita del linguaggio infantile, poetico (e folle) nei confronti della parola senza vita e senza contenuto esperienziale. In Alice diventa chiaro come insegnare troppo presto ai bambini il nome delle cose e delle esperienze rappresenti una contraddizione insopportabile: se le parole, infatti, hanno il compito di dare il nome alle esperienze, come possono essere apprese prima dell’esperienza?
     Dio – racconta la Genesi – prima crea il mondo e (solo dopo!) chiede ad Adamo di dare un nome alle cose. Nella nostra educazione operiamo in senso contrario: prima insegniamo i nomi e poi speriamo che avvenga l’esperienza (che sarà comunque perimetrata dalla definizione semantica e non aperta alla creatività).
Nel Paese delle Meraviglie, senza vincoli semantici, nascono parole nuove: «Stranissimissimo», «Bruttificare», la «poesia de Topo»… parole che possono sconvolgerci ma che trasmettono con maggiore luminosità l’esperienza. A pensarci bene, ad esempio, se per esprimere la nostra sensazione di sorpresa usiamo la parola «strano», abbastanza scontata, attutiamo l’originalità della nostra esperienza. Non si può trasmettere con una parola che non sorprende un’esperienza di sorpresa!
     Da qui la necessità dei poeti, che ridanno la vita e il fuoco dell’esperienza alle parole svuotate. Da qui il messaggio cifrato dei folli, che rimane fuso con l’esperienza e toglie alla parola il compito di separare e unire. Da qui il verbo originale dei bambini che, se rispettati, sono capaci di creare parole nuove.
    Dobbiamo dircelo con onestà: di fronte al linguaggio dei bambini e dei folli il nostro impulso immediato è quello di correggere, decriptare, e ricondurre alla normalità. Senza accorgerci che queste operazioni di adultizzazione (se non esiste questo sostantivo,  Alice ci dà il permesso di inventarlo) non fanno altro che svuotare le parole. (…)
    È certamente questa una delle intuizioni più geniali di Carroll: la caduta delle parole (Battaglini). (…) Bisogna apprendere un altro percorso: quello di lasciar cadere i nomi e assaporare la nudità dell’esperienza e delle cose. Oh, se i grandi fossero disponibili a riscrivere i loro vocabolari facendosi guidare dai bambini, dai poeti e dai folli: il nostro linguaggio (ri)aprirebbe orizzonti nuovi o dimenticati!"


Giovanni Salonia  Sulla felicità e dintorni (Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2011) pp.124-126
(A mio avviso, un testo imperdibile: l’ho recensito qui)



venerdì 19 novembre 2021

C’era una volta l’isteria… E c’è ancora, nello scenario della postmodernità

Rosaria Lisi
     Il saggio della psicologa e psicoterapeuta Rosaria Lisi Isteria e Gestalt Therapy, Quando tutto è pertinente (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2019, €15), si inserisce nella collana della casa editrice trapanese che ospita testi relativi alla teoria e alla clinica della Terapia della Gestalt, capaci comunque di interessare anche i lettori e le lettrici non addetti/e ai lavori. Tali testi infatti (vedi Sulla felicità e dintorni; Danza delle sedie e danza dei pronomi; Incontri terapeutici a quattro zampe; La grazia dell’audacia; Come l'acqua... La luna è fatta di formaggio; etc.) coniugano con sapienza l’ermeneutica gestaltica a spunti di riflessione sugli orizzonti di senso e sul travaglio della condizione umana odierna.
      Nelle pagine introduttive, il professore Salonia sottolinea che l’autrice «ripensa l’isteria nella postmodernità, ovvero il suo manifestarsi (e celarsi) nel tempo delle identità liquide»; mentre la rilettura odierna dell’isteria con occhiali gestaltici permette di affermare che «non esistono pazienti isteriche, ma bensì modalità relazionali di tipo isterico.» 
    Nel passato invece, continua il professore «Definire una donna ‘isterica’ significava considerarla dominata dall’utero (hyster), insinuare che fosse insoddisfatta sessualmente e alludere alla pressione di un eccesso di emotività che annullava la razionalità. Ma se la donna, in quanto tale, era ‘isterica’ (…), allora andava confinata nella casa, fuori dal mondo della razionalità e del potere decisionale che apparteneva ai maschi, L’isteria è stata insomma, nelle società tradizionali e della prima modernità, simbolo e avamposto della condizione femminile».
    A proposito del legame tra isteria e condizione femminile, vengono riportate nel libro le considerazioni della filosofa e psicoanalista Luce Irigaray e della psicologa Juliet Mitchell: secondo la Irigaray, l’isteria era l’unica alternativa possibile che la donna della società patriarcale aveva al posto della repressione totale delle pulsioni; mentre Juliet Mitchell sottolinea l’errore di considerare l’isteria una patologia al femminile: infatti tale modalità relazionale esiste anche nei maschi, spesso in forme più gravi. 
    Sempre secondo la Mitchell, inoltre, la psicoanalisi ha trascurato l’importanza che nella comprensione dell’isteria rivestono i rapporti orizzontali, cioè con i fratelli. E conclude: “L’isteria fa parte della condizione umana, è il ventre molle della normalità: può evolversi nel senso di una grave patologia o nel senso di una creatività nella vita o nell’arte. In qualunque di questi due sensi si caratterizzi, è comunque un modo attraverso cui il soggetto riafferma la propria unicità nel mondo.” 
     Se quindi, da un lato, vi è una sorta di ‘isterizzazione della società’, di contro oggi di isteria quasi non si parla più, né in ambito sociologico né in ambito clinico. Dal 1987 l’isteria è stata cancellata dall’elenco dei disturbi mentali: infatti il DSM-III (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) la menziona ‘lateralmente’ solo nella diagnosi del disturbo istrionico di personalità. Oggi, nella versione più recente di tale documento, il DSM-V, viene collocata tra i disturbi di personalità, insieme al disturbo antisociale, al disturbo borderline e al disturbo narcisistico.
    Ma l’isteria è davvero scomparsa? Oppure si è semplicemente mimetizzata e non se ne parla per timore di evocare l’equivoco che in passato ha riferito tale modalità solo alle donne, relegandole in uno stato di inferiorità e di scarsa affidabilità? 
   E poi, si chiede Rosaria Lisi, normalizzare l’isteria, considerando isterica tutta la società attuale postmoderna, non equivale forse a ignorare una sorta di “grido esistenziale dell’uomo?
    L’isteria, oggi, ritorna infatti con maschere diverse. L’autrice, alla ricerca del filo rosso di questa sintomatologia così complessa, chiama in causa Karl Jaspers che lo identifica nella «tendenza ad apparire piuttosto che ad essere», "da qui la continua falsificazione della propria immagine, la teatralità e la ricerca di spettacolarità.
    Viene poi citato lo studioso Angelo Pasetti che sottolinea come “l’isterico è colui che colpisce a causa del suo esibizionismo. Comunque si tratta di comportamenti che tendono a destare nell’interlocutore moti di sorpresa e di stupore e a creare il sospetto di assistere a una messa in scena”. Si può quindi immaginare la persona con modalità relazionali isteriche “come un attore che ha difficoltà ad uscire dal palcoscenico per vivere il proprio corpo e la propria vita”. Quindi, evidenzia l’autrice: “la modalità isterica (…) si può ricondurre ad un bisogno centrale che dà origine alla sua sintomatologia: il bisogno di simulare, di recitare una parte, di imitare”.
    Eccoci allora al cuore del testo: “L’imitazione isterica, come stile relazionale, costituisce l’estremizzazione della natura relazionale dell’essere umano: è l’essere centrati sul Tu pur di incontrarlo, pur di raggiungerlo ad ogni costo, pur di non sentire la solitudine dell’Io.” 
Vittorio Gallese
    Per cogliere meglio la dimensione antropologica della tendenza imitativa propria della modalità relazionale isterica, l’autrice esamina varie ricerche. Tra gli studiosi, cita il neuroscienziato Vittorio Gallese, che sottolinea come «il mimetismo caratterizza in modo pervasivo la dimensione sociale dell’esistenza umana (…). Mimiamo inconsapevolmente il comportamento non verbale altrui; ci piace di più chi ci imita; (…) Il mimetismo è quindi uno strumento fondamentale nella costruzione del gradimento sociale».
    Viene poi riportata la lettura fenomenologica dell’isteria fornita nel 2006 da Umberto Galimberti, nel Dizionario di Psicologia: «In quest’ambito l’isteria è descritta come la condizione di chi può vivere solo esponendosi all’attenzione degli altri in quella sorta di presenza “alienata” che solo gli altri hanno il potere di rendere presente. Ѐ una presenza che si declina nella direzione dell’esse est percipi, dove l’essere percepito, l’essere visto, l’essere ascoltato è una condizione indispensabile per poter essere in generale. Ad ogni esibizione, segue l’inibizione ad ogni autentico incontro, perché l’altro non è trattato come un ‘tu’, ma solo mezzo per potere esistere».
    Ma cosa distingue il meccanismo imitativo fisiologico da quello isterico? E come considerare oggi tale atteggiamento nella società, prima che nell’ambito della psicoterapia? Ecco alcune considerazioni generali offerte dal testo, tralasciando le specifiche conclusioni cliniche, ‘digeribili’ solo per chi ha una specifica formazione psicoterapeutica gestaltica. 
   Scrive l’autrice: “Sono l’annullamento del pensiero e della soggettività, e quindi del confine tra sé e l’Ambiente, gli elementi che permettono di distinguere l’imitazione sana e fisiologica dal meccanismo imitativo della modalità isterica”. “Il soggetto con modalità isterica, piuttosto che registrare nel proprio corpo le conseguenze positive o negative di un’azione, utilizza come criterio di scelta lo ‘sguardo dell’altro’, ogni scelta è guidata dal bisogno di imitare ciò che gli permette di avere su di sé le attenzioni dell’altro”. Neppure professionisti brillanti e colti, sono esenti da questa modalità, se “dietro il fascino delle apparenze si cela l’angoscia di essere rifiutato o abbandonato dall’altro (…). Parafrasando Cartesio, il motto del soggetto con modalità isterica è ‘Imitor, ergo sum’, imito per essere qualcuno, imito per esistere.”
   In sintesi, allora, la modalità isterica è il fallimento dell’incontro autentico con l’altro; condizione sofferta da chi non riesce a gestire una relazione autentica perché è l’altro, col suo approvare/non approvare, ad avere il potere sulla relazione.
Giovanni Salonia
     Rosaria Lisi chiama in causa ancora il professore Salonia, secondo cui l’anelito alla confluenza (cioè alla fusione-con-l’altro), che caratterizza il paziente isterico, gli fa percepire l’Ambiente come una parte di sé. Tale modalità relazionale è sostenuta proprio dal fatto che: «L’angoscia di separazione non permette all’isterico di avere i confini ben differenziati. Non sperimentando il contatto pieno per mancanza di differenziazione, l’isterico non assimila le proprie esperienze ma ‘fa finta’ di vivere esperienze, ‘tutto è pertinente’ vuol dire che niente viene assimilato». «La funzione-Io è il grande problema dell’isteria – afferma ancora Salonia – poiché “le emozioni non trovando nell’organismo il senso della propria integrità vagano e, in un certo qual senso, diventano sostitutivi della funzione-Io. Il paziente isterico è la situazione, è l’emozione; non può dire ‘ho quest’emozione’ perché manca della funzione-Io che discrimina tra ciò che è pertinente e ciò che non lo è».
Il soggetto con modalità isteriche, quindi, recita sempre, ed e incapace di raccontarsi.
Come sostenerlo e aiutarlo?
     “Il lavoro con la personalità isterica  - sostiene l'autrice - si focalizza essenzialmente sulla funzione del pensare piuttosto che sulla consapevolezza delle sensazioni o – men che meno – delle emozioni”.  Se si “rimane” sulle emozioni, infatti, si continua ad amplificare ciò che non è autentico.
   E quindi, nella postmodernità in cui imperano le emozioni individuali e collettive, per riappropriarsi della propria sana integrità, bisogna re-imparare a pensare, a differenziarsi dagli altri, a distinguere, dalle mille suggestioni dell’ambiente, il proprio pensiero. Sempre attuale, dunque, la massima ‘Conosci te stesso’, incisa nel frontone del tempio di Apollo a Delfi, eredità della cultura greca. 
    Sottolinea ancora Rosaria Lisi: “Il lavoro sulla funzione del pensare (…) ha il vantaggio di favorire il pensiero che permette la differenziazione. Infatti, è il pensare – e il pensare pensieri diversi – che dà inizio alla differenziazione, in cui «il pensiero apre il senso della propria integrità"
    Allora non saranno le migliaia di like di consenso a salvare una persona, e una società intera, affette da modalità isteriche. “A favorire la guarigione dell’isterico sarà la capacità di far emergere la sua angoscia nella differenziazione, sostenendolo e aprendolo al piacere di essere sé stesso di fronte all’altro con un pensiero e una bellezza propri.” 
Conclude significativamente l'autrice:
Il lavoro con il paziente isterico, in fondo, ripercorre la difficile strada che ogni uomo e ogni donna (…) attraversano nella travagliata lotta tra l’inevitabile adattamento alle richieste dell’ambiente e l’audace scelta di essere sé stessi di fronte al mondo, una lotta che, se si risolve senza né vincitori né vinti, conduce alla scoperta di nuove e creative possibilità di esprimere pienamente sé stessi nei diversi contesti che la vita presenta.”

Maria D’Asaro

mercoledì 29 aprile 2020

La top/ten per librarsi ...

Ecco, in questo scampolo di quarantena, la mia provvisoria top/ten di libri necessari, che include anche testi di saggistica:



1. Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar
2. Caduto fuori dal tempo di David Grossman (qui la recensione)
3. Le città invisibili di Italo Calvino
4. Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati di Primo Levi
5. Lessico familiare e Le piccole virtù di Natalia Ginzburg
6. Amico, nemico, amante di Alice Munro (qui la recensione)
7. Romanzo civile di Giuliana Saladino
8. Mosaici di saggezze di Augusto Cavadi (qui la recensione)
9. Sulla felicità e dintorni di Giovanni Salonia (qui la recensione)
10. Conflittualità nonviolenta di Andrea Cozzo


Buona lettura!



giovedì 26 settembre 2019

Felicità e dintorni: la Venezia indicibile di Marco Polo

Apprezzamento unanime – mercoledì 25 settembre alla "Casa dell'equità e della bellezza"  (via Nicolò Garzilli, 43/a, Palermo) – per il testo di Giovanni Salonia: Sulla felicità e dintorni (Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2011, € 16,00) - già recensito qui, - da cui sono stati tratti alcuni spunti di riflessione.

Ecco qualche flash:


(pagg.7,8)
(La felicità) è l’implicito dei nostri discorsi, il sottosuolo dei nostri dialoghi, l’amore profondo ma indicibile che pervade ogni incontro e ogni racconto (come il Marco Polo veneziano, uscito dalla penna di Calvino, parlava sempre – senza nominarla – della patria amata, narrando le meraviglie delle tante città «invisibili»: «Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia».

I dintorni della felicità si dilatano nel tempo, nello spazio e attraversano il corpo, la casa, la città.

Le relazioni umane sono i dintorni nei quali la felicità viene invocata e attesa, cercata e smarrita, in un modo primario, fondativo.

(pag.13)
La felicità: parola o magia? Nessuno può sottrarsi al fascino delle sue vibrazioni. […] 
Qualcuno propone di togliere la parola ‘felicità’ dal vocabolario perché eccessiva (al massimo, se ci va bene, possiamo avere un po’ di serenità). […]
Forse possiamo trovare il bandolo della matassa se ripartiamo dall’etimo. Felicità – dicono – deriva da un gruppo semantico che include femmina, figlio, nutrimento. Ed ecco l’immagine del bambino che, dopo la poppata, sorride sazio (e felice?); ed ecco la madre che lo guarda con un volto luminoso (felice?). Forse dovremmo partire da questa scena: qualcuno si è preso cura di te con passione  e pazienza, con disponibilità e gioia. 

(pag.40, dopo una toccante condivisione di A.)
La bellezza è l’epifania dell’essere, nella bellezza l’esistenza si rivela. Forse uno dei suoi compiti più significativi è quello di svegliarci. Il dramma dell’uomo è il dormire, il non essere in contatto con la propria anima, con la propria voglia di bellezza.

(pag.91)
Esiste un’intima connessione tra gratitudine e salvezza. L’uomo si salva quando si apre alla gratitudine.

(pag.143,144)
Ogni corpo appare segnato oltre che dalla differenza di genere […] anche dalla temporalità […]. Dentro queste due coordinate – l’identità di genere e il tempo – si gioca l’avventura dell’esistenza.  […]  L’irriducibile  novità dell’altro – il suo volto, direbbe Lévinas – è scritta nella realtà corporea ed invoca e provoca un continuo esodo dal conosciuto e dal familiare verso sentieri ignoti ma, proprio per questo, fecondi. […] 
Il ciclo evolutivo della persona diventa così il ciclo evolutivo delle sue relazioni, il progressivo modificarsi del modo di vedere sé stessi di fronte all’altro e l’altro di fronte a sé stessi. Garanzia e percorso di maturazione è l’essere disponibili a ricominciare da capo in ogni relazione, nella consapevolezza che, se non si accetta la legge del tempo e del cambiamento, anche i rapporti più belli sono destinati a decadere nello smarrimento e nell’impoverimento …
Quando si corre il rischio di perdere l’altro perché ci si consegna alla legge della trasformazione dei rapporti, si accrescono le possibilità  di (ri)scoprire un’appartenenza genuina e vibrante e una tenerezza profonda.

(pag.152, 153)
Qual è il senso della nostalgia? Del rimpiangere un passato o dell’attendere un magico quanto impossibile ritorno? Chi dalla nostalgia è bloccato, nel suo aprirsi alla situazione attuale, deve chiedersi cosa sta evitando del presente. […] Anche nel caso della nostalgia di un passato bello, si tratta di guardare al presente per vedere cosa vorremmo (e potremmo) avere adesso (di bello!) ma non abbiamo l’audacia di fare. […] La nostalgia, in ultima analisi, prende le mosse dal passato ma riguarda il presente. Cosa non riusciamo a fare nel presente? […]
Kairòs, allora, è vivere nel now-for-next con integrità e pienezza. Solo se siamo a contatto con noi stessi sappiamo dove andare e solo se siamo audaci possiamo andare dove adobbiamo andare per raggiungere la pienezza personale e relazionale.
Kairòs è il tempo giusto, quello che scorre nella linea del raggiungimento della meta.
E la meta è sempre l’incontro: il luogo in cui l’io e il tu si possono incontrare senza negare né sé stessi né l’altro. Dentro il ritmo del kairòs, tempo vissuto della relazione, non rimane spazio ed energia per la nostalgia, o meglio si comprende che la più profonda e intima nostalgia riguarda sempre il prossimo passo: ciò che ci manca si trova davanti a noi, e non alle nostre spalle.
Si soffre non perché è impossibile tornare, ma perché non abbiamo l’audacia per andare. Si ha nostalgia non di un evento/incontro passato, ma dell’incontro che è già dentro di noi (nel now-for-next) ma non riusciamo a portare a compimento.

(pag.178,179)
Torniamo a dare credito alla felicità. Una sua goccia genuina può addolcire un torrente amaro di tristezza. […] Quando alla vecchietta che chiedeva l’elemosina, Rilke e il suo amico regalarono una rosa, ella alzò il capo […] e sorrise ringraziando. Poi, per alcuni giorni scomparve. All’amico, che si chiedeva di che cosa avesse vissuto in tutto quel tempo l’anziana signora, Rilke rispose: “Si è nutrita della rosa”. […]
Ogni volta che le felicità  ci colpirà con la sua freccia dorata, trasformando il tempo in eternità, noi non sapremo mai se è stato il sole di oggi o l’uragano di ieri a preparare il cuore. Non ci sono ricette. Forse nella fatica agrodolce del cercare è il germe della felicità sempre sospesa tra arte e scienza, tra fortuna e fatica, tra espirare e ispirare.
E’ vero: la felicità accade ad intermittenze non prevedibili, ma quando accade, la sua luce rimane.


martedì 24 settembre 2019

Felicità e dintorni

            “Della felicità si parla sempre con imbarazzo. «Nei suoi confronti – diceva Teilhard De Chardin – siamo sempre propensi ad esitare». […] Eppure, di qualunque cosa parliamo, in fondo non parliamo d’altro che di lei […] Sorella dell’infinito, la felicità ci cattura, dunque, mentre ci spiazza e ci inquieta."

           Per chi è interessato a meditare su felicità e dintorni, l’appuntamento è domani 25 settembre, dalle ore 18.30 alle ore 20, presso la "Casa dell'equità e della bellezza" (via Nicolò Garzilli, 43/a, Palermo) dove Maria D’Asaro proporrà spunti di riflessioni sul tema, attingendo al testo di Giovanni Salonia: Sulla felicità e dintorni (Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2011, € 16,00), già recensito qui. 


                La Casa sarà aperta mezz’ora prima (alle ore 18,00) per accogliere i partecipanti alla meditazione dialogata che consiste nel praticare per la durata dell’incontro silenzio, ascolto profondo o condivisione sobria delle proprie riflessioni. 
           Si invitano i partecipanti a lasciare nella boccia di vetro all’ingresso un contributo di euro 5,00, come contributo alle spese di gestione della “Casa dell’equità e della bellezza” (tranne se si è già socio sostenitore della Casa o se si versa in difficoltà economiche).

giovedì 30 novembre 2017

Va' dove ti porta il web

Nove candeline oggi sulla torta del blog, nato il 30 novembre 2008.
Ne sono passati di post sotto le etichette …

Qui uno dei testi che mi ha fatto bene leggere: Sulla felicità e dintorni;
Qui il ricordo di una persona speciale:
Qui l'etichetta più feconda:  Palermo in 150 parole.
Qui un balletto di nomi e la rotta verso mari da solcare;


Grazie di cuore ai blogger amici.
In particolare:

A Silvia Pareschi, che ho avuto il piacere di incontrare a Palermo, ad ottobre;

A Santa,  per i suoi post intelligenti e intriganti:  qui ci propone una full-immersion negli anni '90;

A Gian Maria, Rossana e Rosario, coautori di un blog davvero unico per qualità di stimoli etici e culturali;

A Slec, per la sua informazione lucida, graffiante, alternativa;

Ai "nuovi" amici blogger:
Daniele, con il suo Angolo del Rockpoeta;
Nicola, zio Scriba che dubita, disobbedisce, diserta;

Infine un abbraccio speciale a tre amici storici:

Ivana/Vele di Colorare la vita;
Pippi, che commenta con affetto gioioso (cosmoabbracci, mitica!);
RiccarDOC,  autore di Cervo a primavera, che mi segue con affetto nel web e non solo.





lunedì 3 luglio 2017

Un buon libro migliora la vita

Magari d’estate avremo qualche ora in più per leggere.
Su richiesta delle colleghe  Nadia e Mariella ecco, a mio avviso, qualche titolo imperdibile:

Vittorio Zecchin: Le mille e una notte (particolare)
I seguenti testi del prof. Giovanni Salonia:

I come Invidia, recensito qui: 
Sulla Felicità e dintorni, recensito  qui:
La vera storia di Peter Pan: recensito qui:

E poi due testi che ogni cittadino/a, specie se impegnato/a nel sociale e in politica, dovrebbe leggere e meditare:

Legalità, del prof. Augusto Cavadi, recensito qui:

Democrazia (Diogene Multimedia, Bologna, 2016, €20), a cura di Francesco Dipalo, con contributi di Giorgio Gagliano ed Elio Rindone. (Saggio che recensirò al più presto!)



Non vi interessano i saggi e volete leggere narrativa? Ecco i titoli di romanzi, a mio avviso eccellenti:

Treno di notte per Lisbona di Pascal Mercier, recensito qui:
Amico, nemico, amante, racconti brevi di Alice Munro, Nobel per la Letteratura 2013 (qui la recensione)

Tra i classici, mi hanno cambiato la vita:

Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar
La morte di Ivan Il'ič  di Tolstoj       

E, tra gli italiani:
I sessanta racconti di Dino Buzzati
Le città invisibili di Italo Calvino

Infine, ancora tre saggi:

Se volete capire meglio  gli U.S.A. oggi:

I jeans di Bruce Springsteen di  Silvia Pareschi, recensito qui:

E se vi concedete il benefico dono della riflessione filosofica, senza timori reverenziali verso un testo voluminoso che  ha il dono della chiarezza:
Mosaici di saggezze: Filosofia come nuova antichissima spiritualità del prof. Cavadi (recensito qui:)

Un saggio che non ho ancora letto, ma che leggerò, recensito in modo attraente da Gian Maria Zavattaro qui, nel blog davvero prezioso che cura con Rosario Grillo e Rossana Rolando:

Un altro mondo è possibile, di Marc Augè

Infine, volete mettere finalmente in ordine la vostra casa e, con un effetto trascinamento, anche qualcos'altro?

Il magico potere del riordino della giapponese Marie Kondo è il libro che fa per voi (ringrazio Aldo per l'interessante segnalazione)





giovedì 7 aprile 2016

La regalità del pudore

Amore e Psiche, A.Canova (1787)
     Il pudore non è la vergogna. Sia l’uno che l’altra spingono a ricoprirsi, ma mentre nel pudore lo scopo è quello di custodire la nudità come espressione dell’unicità e della vulnerabilità, nella vergogna si tratta di nascondere una nudità vissuta come limite o colpa. Per tale ragione, vergogna e pudore determinano significati e dinamiche differenti nel modo di vivere l’essere nudi e il vestirsi. (…) Perché il vestire sia ‘umano’ esso deve esprimere la regalità del pudore e non l’angoscia della vergogna. 
Il cammino che va dalla vergogna al pudore attraversa tre sentieri impervi. Il primo è quello di accettare il limite di cui la nudità è segno. In ogni corpo, infatti, sono come iscritte la creaturalità (abbiamo il corpo che ci è stato dato e non quello che avremmo scelto), la temporalità (il tempo cambia i corpi), la concretezza (nessun corpo ha la ricchezza di tutti i corpi). Il secondo riguarda il compito evolutivo di (ri)scoprire la bellezza della propria nudità al di là di ogni canone estetico. In questo senso la bellezza “salverà il mondo” se sarà riscoperta in ogni corpo, comunque esso si presenti. Il terzo cammino è quello di ritrovare l’interiorità: usciti dall’estetica dello sguardo (proprio e altrui) che scruta, valuta, rifiuta, si può entrare entro la propria pelle (estetica dell’esperienza) e abitare il proprio ‘corpo vissuto’ come declinazione prima dell’esserci.
Questi tre itinerari conducono alla scoperta del pudore, che è fatto di gratitudine e di chiarezza dei confini, propri ed altrui (…). Solo due nudità luminose, abitate e custodite con pudore, possono – come ci ricorda la Gestalt Therapy – sperimentare la pienezza del reciproco compenetrarsi.
                                                                                                                          (continua …)

Dal testo Sulla felicità e dintorni  di Giovanni Salonia, cap. “Psicologia del vestire” pagg. 46/47

mercoledì 6 aprile 2016

Psicologia del vestire

        (...) I vestiti sono inutili quando si è innocenti.  (…) Non sembra che sia il nudo in sé a creare problemi, ma gli occhi con i quali lo si guarda. Il vestirsi ha quindi un’intima struttura relazionale: ci si veste di fronte a qualcuno che, appunto per questo, viene definito estraneo. E, infatti, proprio nel momento in cui cambia la relazione con Jahvè che Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi e si vergognano. Il non essere più in comunione con Jahvè (diventato estraneo) fa emergere il bisogno del vestito. Nella relazione d’intimità (nella koinonia) la nudità viene accettata e può risplendere nella sua luce. Quando un uomo e una donna si donano l’un l’altra, la nudità dei loro corpi non viene vissuta con disagio, anzi esprime un’intima luminosità. Ci si accorge (e ci si vergogna) di essere nudi quando si è fuori da una relazione d’intimità: il giorno in cui il bambino al momento del bagnetto rifiuta la presenza degli estranei, ci rivela che è uscito dalla relazione comunionale tipica della fase evolutiva precedente e si è accorto di essere persona. E’ nato in lui il sentimento del pudore come custodia dell’unicità del suo corpo. Sia nella coppia che dopo aver fatto l’amore si riveste per tornare al mondo, sia nel bambino che non vuole più testimoni della propria nudità, il pudore nasce come frontiera che separa l’intimo dal sociale.                                            
                                                                                                                             (continua …)

      Dal testo Sulla felicità e dintorni  di Giovanni Salonia, cap. “Psicologia del vestire” pagg. 45,46

domenica 17 gennaio 2016

Nulla dies sine linea ... #2

8 gennaio 2016
La mossa del cavallo: il solo romanzo di Camilleri letto anni fa. Poi abbandonato perché la sua prosa era per me, allora, troppo dura, sanguigna, maschile. Ma ora so di non volere perdere l’intelligenza espressiva, poliedrica e acuta, tutta siciliana, di Andrea Calogero Camilleri: perderei un pezzo di me e della mia terra se non leggessi i suoi libri.

9 gennaio
Il nipote Plinio il Giovane, ci rappresenta lo zio – Plinio il Vecchio - come un uomo dedito allo studio ed alla lettura, intento ad osservare i fenomeni naturali ed a prendere continuamente appunti, dedicando poco tempo al sonno ed alle distrazioni. Il racconto della sua morte, contenuto in una sua lettera, ha contribuito all'immagine di Plinio il Vecchio come protomartire della scienza sperimentale (definizione di Italo Calvino), anche se, sempre secondo il resoconto del nipote, si espose al pericoloper recare soccorso ad alcuni cittadini in fuga dall'eruzione. (fonte: Wikipedia)

10 gennaio
Un gatto, per strada, miagola e zampetta malamente arrancando su tre zampe: la quarta racchiude tutto il dolore insensato del mondo.

11 gennaio
... I'm floating in a most peculiar way
and the stars look very different today ...
Planet earth is blue  and there’s nothing I can do….
(Forse ora, per dirla con le parole di Bob Dylan,  Dawid Bowie sta bussando alla porta del cielo ...)




12 gennaio
Amare è vegliare sulla solitudine dell'altro.
(R. M. Rilke, dalla pagina FB di Lucia Contessa che ringrazio)

13 gennaio
C’è un suono che non ci dà mai fastidio: il cinguettìo degli uccelli (dott. Peter ...)

14 gennaio
"Anche nel caso della nostalgia di un passato ‘bello’, si tratta di guardare al presente per vedere cosa vorremmo (e potremmo) avere adesso (di bello!) ma non abbiamo l’audacia di fare. Quando la nostalgia blocca il rapporto con il presente, o meglio con il now-for-next, è segno che stiamo perdendo un’occasione nel presente. La nostalgia, in ultima analisi, prende le mosse dal passato ma riguarda il presente. Cosa non riusciamo a fare nel presente? Questa è la domanda a cui ci porta l’ascolto del sentimento della nostalgia. In fondo, la nostalgia è dolore di un ritorno che è sempre e comunque ritorno a sé stessi, a quella parte di noi che è il nostro territorio (la nostra patria?) che rimane inabitato, o addirittura inesplorato."                
(Giovanni Salonia: Sulla felicità e dintorni:  p.152)

sabato 13 giugno 2015

Sulla felicità e dintorni

 
      In quale scaffale della mente inserire il saggio di Giovanni Salonia Sulla felicità e dintorni (Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2011, € 16,00)? Non è un manuale per psicoterapeuti o di psicologia sociale, non è un testo religioso o un saggio etico-filosofico. 
      Non è nessuna di queste cose ed è tutto questo insieme e molto di più. Infatti, dietro l’agile struttura narrativa composta da brevi capitoli intensi e preziosi, il lettore avverte un robusto ‘corpus’ teorico ed esperienziale, una calda coperta di pensieri che lo avvolge e lo riscalda: pensieri ‘incarnati’ che sono il frutto della ricchezza interiore dell’autore, frate cappuccino e psicoterapeuta, già professore di Psicologia sociale e ora direttore scientifico dell’Istituto di Gestalt Therapy Kairòs.  
       Allora, come ai discepoli di Emmaus, il cuore arde nel petto del lettore, perché quelle di Giovanni Salonia sono parole nutrienti, pregne di senso e di verità. Davvero non si vorrebbe mai prendere congedo dal testo: Sulla felicità e dintorni è una pietanza gustosa che si mangia lentamente per assaporarla a lungo, è una bella serata con gli amici o l’incontro con l’innamorato, che vorresti durasse per sempre. Perché, come scrive Antonio Sichera nella prefazione: “L’autore di questo libro mostra ad ogni momento di capire a fondo il cuore dell’uomo perché vi ha dimorato, perché lo ha molto ascoltato”. 
        Questa recensione può solo alludere al tesoro che il libro racchiude, fornendone qualche pallida traccia. L’autore ci esorta innanzitutto a essere competenti nella ricerca della felicità, perché: “La funzione del desiderare può fallire nell’assegnare il nome concreto alla rappresentazione della propria felicità se manca la consapevolezza, cioè se non si è capaci di essere in contatto con se stessi per conoscersi ed orientarsi nella vita.” Salonia ci fornisce poi il filo rosso che lega le sue riflessioni, il nesso tra felicità, tempo e relazioni: “Le relazioni umane sono i dintorni nei quali la felicità viene invocata e accesa, cercata e smarrita (…); “i dintorni della felicità si dilatano nel tempo, nello spazio e attraversano il corpo, la casa, la città”. Se ci salvano solo le relazioni autentiche, ecco indicata una settuplice via di salvezza, che comprende, nella schiera ideale degli altri da cui ricevere felicità e salvezza, ogni ‘altro’, anche il lontano da noi, sia in termini spaziali che temporali: “Anche se in lingue differenti, gli umani si incontrano quando si donano parole piene del loro respiro e capaci di raggiungere le vibrazioni dell’altro. Il punto è accordarsi … perché le parole che vanno e vengono da me all’altro diventino melodia”.  Perché ciò avvenga però: “Bisogna riscrivere la grammatica della relazione. (…) Ci viene chiesto il coraggio e l’audacia di consegnarci a una nuova danza, pur non conoscendone in anticipo il ritmo e i movimenti. Nella cultura della relazione l’altro è sempre l’’oltre’ che mi rimanda a mondi inesplorati della mia umanità.” 
       Davvero toccanti poi le pagine dedicate al rapporto tra tempo e felicità: “E’ la relazione che trasforma il tempo da tempo cronologico (kronos) in skopòs, tempo direzionato verso una meta. Tempo e relazione sono quindi uniti da un medesimo destino: si salvano o si perdono insieme. Se l’altro non c’è più, anche il tempo perde di senso. (…) Sperimentando il tempo vissuto della relazione se ne scopre un’ulteriore dimensione: il passaggio dallo skopòs al kairòs, ovvero al tempo della grazia. Il tempo in cui le anime si incontrano”. Illuminanti i passi che esplorano il significato profondo della sessualità: “La sessualità ha il compito di condurci a una soglia che deve essere varcata (…): essa è soglia e non dimora: se smarrisce la dimensione allusiva, intima e costitutiva, si ritorce in impazzimento. (…) Quando la sessualità da farmaco diventa relazione, avviene un salto qualitativo.” Attualissime le riflessioni che legano cibo e relazione: “Il nutrirsi è un’esperienza decisiva per la sopravvivenza … Il cibarsi coinvolge il corpo e l’anima (…). Il modo in cui ci si rapporta con il cibo dipende ed esprime il modo in cui ci si relaziona col mondo”.
       L’autore ci offre poi efficaci chiavi d’accesso per decifrare la società di oggi, liquida e complessa insieme: magistrale l’evocazione di un nesso tra il pensiero di Heidegger e il palcoscenico del Grande fratello; illuminanti le riflessioni sulla diversità, da proporre come fondamento di ogni autentica politica di integrazione; imperdibili e coinvolgenti infine le analisi di classici come Alice nel Paese delle Meraviglie e Pinocchio: “La bontà che trasforma il burattino in ragazzino è quella del ‘cuore buono’, non quella dell’ubbidienza … le regole senza relazione  creano burattini (…) La saggezza da consegnare ad ogni bambino (a cominciare dal Pinocchio che abita dentro di noi) è quella di augurargli un cuore buono e tanta audacia.”      

                                               Maria D’Asaro, “Centonove” n.6 dell’11.6.2015, pag.33

martedì 19 maggio 2015

I dintorni della felicità

     Parafrasando il Calvino delle Lezioni Americane, possiamo dire che l’autoironia è una delle qualità che ci rende «leggeri» a noi stessi e «leggeri» anche per gli altri. Chi si prende in giro ha un passo lieve, cadenzato, non si ostina e non si attarda su ciò che non lo merita: come l’angelo del proverbio americano, sa dove correre e dove esitare. Molti ingredienti compongono la freschezza e la valenza ‘terapeutica’ dell’autoironia, questo sguardo sapiente e divertito su sé stessi. Il sano prendersi in giro esprime, innanzitutto, un atteggiamento disteso, riconciliato. Non si può sorridere di sé stessi con pienezza se si è preoccupati o agitati: per aprirsi al sorriso (perché di apertura si tratta) bisogna aver maturato nel cuore una profonda riconciliazione con la propria realtà e con la vita. Anche chi soffre riesce a sorridere nella misura in cui ha accettato profondamente la sofferenza. Nell’autoironia, inoltre, si manifesta la capacità di porre tra noi e le cose una distanza ottimale, che rivela il superamento dell’egocentrismo e un’acquisita saggezza di vita.

(Giovanni Salonia Sulla felicità e dintorni, pag. 96, Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2011, € 16,00)

sabato 16 maggio 2015

Se la felicità danza col tempo

Chagall: Le coq rouge
  Appartiene alla nostra esperienza di uomini sentire il tempo come nemico della felicità. La felicità infatti sembra opporsi al tempo perché pretende come garanzia l’eternità. Si può parlare di felicità se questa non dura? (…) L’uomo può essere nello stesso tempo felice e mortale?
Felice di vivere e padrone di sé
è chi al cadere di ogni giorno potrà dire:
Ho vissuto. Domani il Padre
avvolga pure il cielo di nubi oscure o sereno 
l'accenda il sole, non renderà mai sterile 
il mio passato e non potrà mai cancellare 
come se per me non fosse accaduto
ciò che l'attimo fuggente mi ha portato. 
     Orazio ci invita a pensare che quando la felicità accade, ci segna per sempre, ci impregna di eternità. (…) C’è quindi un passato di felicità e un’attesa di felicità che, inevitabilmente, segnano ogni presente. Partiamo dal passato: se la felicità vissuta è stata genuina non scompare, rimane e segna in modo indelebile il nostro animo. (…) La felicità non si dimentica, anzi trasforma  irrevocabilmente il mondo interiore. Come nelle antiche case ortodosse in Russia c’era l’angolo della bellezza (con le icone che la rendevano presente), così in ogni mondo interiore ci sono ‘i luoghi della felicità’: esperienze di luce e di calore che sono sempre presenti nella mente, o come figura o come sfondo. (…)
     Come mai, allora, i ricordi diventano a volte strazio di nostalgia che rende ancora più greve il buio presente? Forse la nostalgia più pericolosa non è quella della felicità che si è avuta, ma della felicità mancata, cioè del gesto incompiuto, della parola non detta o non ascoltata. La nostalgia mi dice, forse, che ‘qui e adesso’ sto bloccando il mio organismo, mi sto impedendo di fare o di dire qualcosa che possa riaccostarmi alla felicità.(…)  Ogni volta che la felicità ci colpirà con la sua freccia dorata, trasformando il tempo in eternità, noi non sapremo mai se è stato il sole di oggi o l’uragano di ieri a preparare il cuore. Non ci sono ricette. Forse nella fatica agrodolce del cercare è il germe della felicità sempre sospesa tra arte e scienza, tra fortuna e fatica, tra espirare e inspirare.
      E’ vero. La felicità accade ad intermittenze non prevedibili, ma quando accade, la sua luce rimane. Ed è altrettanto vero che la felicità, quando non accade, è in gestazione. “Chi vi impedisce – suggerisce il poeta – di vivere la vostra vita come un bello e doloroso giorno nella storia di una grande gestazione?” Si sa, le gioie fecondano, ma i travagli portano alla luce la vita.
Forse attorno a questo fuoco possiamo ritrovarci compagni di viaggio. 
                Giovanni Salonia  (Sulla felicità e dintorni, Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2011, € 16,00)


giovedì 14 maggio 2015

Che cosa ci nutre?

Cena di Emmaus (Caravaggio, Londra)
        A poche settimane dall’apertura dell’Expo, l’esposizione universale su cibo e alimentazione, ecco alcune significative notazioni dello psicoterapeuta Giovanni Salonia (dal saggio “Sulla felicità e dintorni”): “Il nutrirsi è un’esperienza decisiva per la sopravvivenza. Il cibo si colloca tra la vita e la morte: senza cibo non c’è futuro. Il cibarsi coinvolge il corpo e l’anima (…). Il modo in cui ci si rapporta con il cibo dipende ed esprime il modo in cui ci si relaziona col mondo. Alla base c’è una connessione: quella del cibo con i legami affettivi, con la relazione. Si tratta di un imprinting proprio degli umani, i quali apprendono a cibarsi come esperienza relazionale che intreccia il corpo di chi mangia, il corpo di chi nutre e il tempo (…). Sottrarsi alla dimensione relazionale trasforma il cibo in veleno (…) Il pane nutre se mangiato in un clima relazionale, cioè nella gratitudine e nella compagnia.”
                                                                          Maria D’Asaro, “Centonove” n. 19 del 14.5.2015

domenica 10 maggio 2015

Sindrome del nido vuoto

Riccardo e Luciano, Luglio 2001
        Sapeva bene che sarebbe capitato, prima o poi. Che i figli se ne sarebbero andati di casa. 
Scrive Giovanni Salonia, nel prezioso “Sulla felicità e dintorni”: “Mettersi in cammino, uscendo da casa, è un’altra esperienza che l’uomo avverte come decisiva per la propria pienezza (…). Chi si mette in viaggio lascia la sicurezza e il calore della casa, del dentro, per esplorare, per conoscere il fuori. Lungo la strada si impara ad affidarsi: al vento, ai mezzi di trasporto, agli imprevisti. (…) La strada è anche il luogo dove non c’è protezione ma neppure controllo, dove ci si esprime nella verità del cuore … al di là delle sovrastrutture della paura o dell’immagine. Nella strada si incontra il nuovo, che allarga e arricchisce la mente e il cuore. La strada porta verso altri mondi, verso altre poleis. (…)Dopo aver dimorato lungo le strade si ritorna a casa con occhi nuovi. Qualcosa è definitivamente cambiato: si sono visti i limiti e anche le ricchezze del proprio mondo (…). Il camminare è inscritto nella struttura stessa della crescita umana. (…) La vita è un cammino: solo se con paura e coraggio percorreremo le strade che ci si aprono davanti, potremo gustare in pienezza il mistero dell’esistenza al quale siamo stati consegnati.”
     Anche se a lei il cuore faceva male, ai figli in cammino mari di abbracci e benedizioni.

sabato 25 aprile 2015

Felicità e dintorni

     Questi non sono giorni del tutto felici per nostra Signora, per alcune ragioni di fondo di cui non è il caso parlare. Nostra Signora ha persino vergogna di questa sua pacata ipofelicità, perché ha davvero tanto di cui ringraziare: la salute e il lavoro, innanzitutto. Adesso le fa compagnia un libro prezioso, che legge a poco a poco, perché non finisca troppo presto. Il libro s’intitola Sulla felicità e dintorni.
Eccone, prima della recensione, alcune righe in assaggio:

Bisogna riscrivere la grammatica della relazione. Forse la cultura dell’altro è ormai al capolinea. Dobbiamo imboccare la strada che porta alla ‘cultura della relazione’. L’altro non è un puro ’fuori’ di me. In realtà io sono coinvolto sino in fondo nella dinamica della relazione. Non esiste un ‘altro’ difficile: esiste una relazione nella quale ‘io’ ho difficoltà. (…) ‘Ritornare alla relazione’ diventa il compito del terzo millennio. Non sarà facile, perché non si tratta di riprendere vecchie regole ma di riappropriarci del cuore e del mistero della nostra esistenza, che è sempre comunque co-esistenza. Ci viene chiesto il coraggio e l’audacia di consegnarci a una nuova danza, pur non conoscendone in anticipo il ritmo e i movimenti. Nella cultura della relazione l’altro è sempre l’’oltre’ che mi rimanda a mondi inesplorati della mia umanità. (…) La relazione si invera e si rigenera quando ogni partner lascia progressivamente i calzari del potere e della seduzione, della dipendenza e dell’accusa, per entrare in una terra a lui sconosciuta: “la terra di nessuno”, dove ci si riscopre – finalmente e unicamente – compagni di viaggio 
(pag.105/106: Giovanni Salonia Sulla felicità e dintorni, Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2011, € 16,00)

Qui, dallo stesso testo, una felice interpretazione del più amato dei burattini.

venerdì 15 luglio 2011

C'è posta per lei ...

     Come tutti i bambini del mondo che hanno un padre e una madre e una ciotola di latte e biscotti, da piccola l'unico oensiero di Maruzza era come passare il tempo.
Mamma era all'ufficio postale tutto il giorno, papà tagliava e cuciva i suoi vestiti e si occupava di politica: entrambi non avevano tantissimo tempo per stare con me.
C'era la sorellina, di due anni più piccola, e spesso la bimba giocava con lei. Ma Sally una volta aveva la febbre, poi piangeva perché voleva mamma. E magari era troppo piccolina per fare i giochi che andavano a genio a Maruzza. Che allora doveva arrangiarai da sola.
Una volta attaccò una cordicella a un cestino riempito di bricioline di pane. Il gioco, in un tiepido pomeriggio di primavera, consisteva nel calare il cestino sulla testa dei signori che, sotto casa, aspettavano il turno dal barbiere. Durò finché un tizio afferrò bruscamente il cestino e lo tenne, brontolando, in ostaggio. E la bimbetta si ritrovò con la cordicella tra le mani …

Anche se aveva solo tre o quattro anni, Maruzza era abbastanza socievole. Allora papà e mamma la affidavano tranquillamente a chiunque poteva occuparsi qualche ora di me.
Zia Lillia, insegnante di scuola materna, a volte la portava con sé quando insegnava nei dintorni. E lei guardava il suo affaccendarsi con grappoli di bambini saltellanti e ascoltava contenta le canzoncine che intonava per loro.
Talvolta stava con le "lavoranti": le ragazze che aiutavano papà nel suo lavoro di sarto. – Don Luciano, possiamo portare Maria Antonietta in campagna? – Così, una volta, rimase un giorno intero con un’allegra brigata campagnola: a pane e olive e posto d'onore in groppa a un'asina. Nei primissimi anni '60, a Giuliana c'erano più asini e muli che automobili.

Spesso poi, andava con papà nell’ufficio postale di mamma. Di mamma, si sapeva a che ora andasse al lavoro, ma non quando avrebbe finito. Perché era lei la “reggent"e e non poteva chiudere se non aveva finito tutto quello che c’era da fare.
Non dispiaceva a Maruzza stare alla Posta: sentiva l'odore della carta, dei vecchi sacchi di canapa. Respirava con una certa voluttà l'aria impregnata della fragranza un po’ acre della ceralacca, che serviva per sigillare buste e pacchi. E poi, finalmente, potevo sentire il profumo di mamma …
- C'è da trasmettere i telegrammi...bisogna chiudere i pacchi...quelle lettere sono da timbrare... Fallo tu, Mariu’ …
A quattro anni, era lusingata di essere considerata degna di compiti così importanti.

- Oggi è una bella giornata...'gna Pitrina se la porta Maria Antonietta? - Certamente, signora Giuseppina...vieni Maria Antoniè. -
Perché l'ufficio postale di Giuliana era al femminile: oltre a mamma c'era la postina, appunto, la signora Pietrina. Di mezza età, robusta e rubiconda, con i capelli castano-rossicci annodati sulla nuca con grandi forcine. Con un bel sorriso eternamente stampato nel faccione rotondo. La vita non era stata clemente con lei: vedova da tempo, si era ritrovata da sola a dovere crescere due figlioli. Per fortuna era stata assunta alle poste.
- Signù, grapissi: c'è un paccu dall'America... - Grazie, grazie, ‘ u Signuri ciù paga... - Andiamo, Mariantoniè...am'acchianari ‘dda scalinata. Cca ‘un c'è nuddu...infilamu la lettera suttu lu purtuni... Mastru Cola, c'è posta per lei... - Stancasti, Mariantoniè?" - mi chiedeva ogni tanto premurosa - No, no - rispondeva allegramente, trotterellandole accanto.
La portalettere continuava a sorridere... - Cu è 'sta criatura?- A figghia da signura Giuseppina: la più grande - Ah, u vulia diri, assimigghia tutta a so’ matri... - Vi facistivu l'aiutanti, 'gna Pitrì? - Sissignura... è 'a figghia di don Lucianeddu, 'a granni - Ah, u vulia diri, somiglia tutta a so’ patri..."

Ancora due lettere da consegnare e poi si tornava in ufficio.
Peccato. Nell’aria, un respiro di brezza: le respirava la leggerezza di quelle chiacchiere lievi come la carezza del venticello sul suo vestitino di bimba.
Forse, fare la postina era il mestiere più bello del mondo. Forse, la felicità era solo consegnare una lettera.

venerdì 20 novembre 2009

Sentire il respiro... vibrare con l'altro...

         "Chi sente il proprio respiro rinasce (...) Il respiro porta a sè stessi e all'altro: scoprire il proprio respiro significa aprirsi al respiro dell'altro, a quello degli alberi, a quello della vita. La parola costruisce trame relazionali quando nasce dal mio respiro e raggiunge il respiro dell'altro. Il respiro parla e la parola respira. 
     Anche se in lingue differenti, gli umani si incontrano quando si donano parole piene del loro respiro e capaci di raggiungere le vibrazioni dell'altro. Il punto è accordarsi, trovare il ritmo giusto, perchè le parole che vanno e vengono da me all'altro diventino melodia..."

tratto da: GIOVANNI SALONIA: Sulla felicità e dintorni- Argo Edizioni